intervista a Carlo D’Amicis

Quelle battaglie d’estate

di Rossano Astremo

Carlo D’Amicis, scrittore originario di Sava, che da anni vive a Roma, dove è redattore di Fahreneit, la trasmissione di Radio 3 interamente dedicata ai libri, è da qualche mese nelle librerie con “La guerra dei cafoni” (minimum fax), romanzo ambientato in Salento, nell’estate del 1975. Il libro racconta la lotta irrazionale, che ogni anno si consuma in una fittizia località marittima, Torrematta, per l’ottenimento della supremazia sul territorio, tra i figli dei benestanti e i figli dei contadini e dei pescatori, i cosiddetti cafoni.

Estate 1975, anno in cui è ambientato “La guerra dei cafoni”, ed estate 2008. Come sono cambiate le abitudini degli italiani in spiaggia?

Proprio in questi giorni sto leggendo “Tutti al mare vent’anni dopo”, un reportage di Luca Bottura che ripercorre le tappe di un’inchiesta balneare compiuta negli anni Ottanta da Michele Serra. Lo stesso fondatore di “Cuore”, nella prefazione, scrive: “Mi ha impressionato, in questo viaggio bis, soprattutto la sensazione di non-cambiamento”. Non so se essere d’accordo: da una parte le vacanze costituiscono una parentesi virtuale e rituale, e quindi poco incline al cambiamento, dall’altra un “denudamento” che mette in evidenza le trasformazioni sociali più profonde. In ogni caso, non credo esistano più villaggi estivi, né in Salento né altrove, dove ricchi e poveracci si dividono rigidamente il territorio, come racconto nel mio libro. Prevale una standardizzazione: nei comportamenti, nei consumi, perfino nelle abbronzature e nei tatuaggi. Poi un piccolo dettaglio che mi colpisce è che una volta la spiaggia era occasione di lunghe letture; oggi si legge soprattutto il display del proprio cellulare.

Tu non sei solo un narratore, ma anche un grande divoratore di libri. Ci puoi dare qualche consiglio di lettura?

Tra le uscite di quest’anno mi hanno colpito “Il contagio” (Einaudi) di Walter Siti, romanzo pasoliniano che aggiorna, rovesciandola, la prospettiva di Pasolini (non è più il proletariato che s’imborghesisce, ma la borghesia che diventa “borgatara”); “Maschio adulto solitario” (Manni), il corrosivo e nerissimo romanzo con cui Cosimo Argentina coglie la nostra moderna condizione di esuli in patria, di individui irrimediabilmente soli in mezzo alla gente; e infine “78.08” (Excelsior 1881), analisi sociologica e antropologica in forma di romanzo di Tommaso Labranca, dove il trentennale della “Febbre del sabato sera” diventa l’occasione per mettere a fuoco una generazione irrisolta e perdente.

E se dovessi scegliere un paio di titoli del passato dimenticati?

Tra i libri del passato, ma ancora perfettamente in grado di spiegarci chi siamo oggi, segnalo “Fine della strada” un capolavoro ironico e nello stesso tempo tragico di John Barth: pochi personaggi meglio di Jacob Horner, il professore universitario che fa della non-azione una filosofia di vita (o forse l`unica possibile tecnica di sopravvivenza), esprimono la paralisi dell’uomo contemporaneo, la sua crisi di fronte al concetto di responsabilità.

In questo periodo giri in lungo ed in largo l’Italia per promuovere il tuo romanzo. Incontri, eventi e festival di ogni tipo. Pensi che simili appuntamenti incrementino davvero la vendita del libro?

Ho fatto presentazioni di ogni genere: al Teatro Argentina, a Roma, c’erano oltre cinquecento persone; a Pistoia, in una “Edison”, ci siamo ritrovati in cinque (presentatore, autore e libraio compresi). In ogni caso, almeno per me, il senso non sta tanto nell’applauso o nelle copie vendute, quando nell’atto onesto e responsabile di metterci la faccia, di dire serenamente: ho fatto questo. Ben sapendo che tra la propria scrittura e il libro che la contiene c’è un rapporto ingannevole e fittizio: il libro, mettendoti a contatto col lettore, ti illude che la letteratura sia un processo produttivo, finalizzato all’altrui consumo; mentre la scrittura ti riconduce inesorabile al senso più autentico e profondo di questa esperienza: ovvero l’atto gratuito e solitario di voler fare i conti con te stesso.

Articolo apparso ieri sul “Nuovo Quotidiano di Puglia”