Mazinga: un racconto di Omar Di Monopoli su Coolclub.it

MAZINGA

di Omar Di Monopoli

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Quando il Grande Mazinga varcò la soglia de ‘Il rifugio degli eroi’, una cadente pensioncina a mezzo servizio sulla litoranea jonico-salentina, fu assalito da scoramento ficcante e autolesionista che gli fece cadere l’umore sotto i piedi: «Cristo santo», pensò, «ora sì che ho bisogno di un goccio!»

Era stata tutta colpa di Goldrake, quel vecchio ruffiano. «Fatti furbo, ‘Zinga…», gli aveva detto con la bava alla bocca, ostinandosi a chiamarlo con quel nomignolo che a lui faceva saltare i nervi, «…È da pazzi starsene in Giappone a deprimersi aspettando inutilmente che i bei tempi tornino. Pigliati una bella vacanza, perdio, goditi la vita! Conosco un posto in Puglia, terra di santi e di poeti in culo al sud-Italia, dove potresti recuperare parecchio del tuo smalto!».

«Dici sul serio?», aveva ribattuto lui, così depresso da lasciarsi infinocchiare, e l’altro, mellifluo ed ammiccante come un attore di basso cabotaggio, si era messo a strizzargli l’occhio romboide picchiettandolo col gomito.

Lurido bastardo di un eunuco!

Avrebbe dovuto immaginarselo che il vecchio cornuto bluffava. Nessuno sarebbe riuscito a rimettersi in sesto, in una vecchia bicocca decrepita come quella. Come minimo Goldrake prendeva una percentuale sugli utili. Era dagli anni settanta che Ufo Robot aveva le mani in pasta quaggiù, in Italia. Era qui che le sue avventure avevano riscosso il loro successo più grande: continuando a mieterne dopo anni e anni di repliche. E quando quei raccomandati dei Power Rangers con tutti i nuovi supergruppi senza palle al seguito avevano destituito i Robottoni dalle postazioni alte negli indici di gradimento tra i giovani, Goldrake si era riciclato come manager di band musicali, riproponendo all’infinito quel ridicolo motivetto che la distribuzione italiana aveva utilizzato come sigla per il suo programma: «Si trasforma in un razzo-missile con circuiti di mille valvole…». Bleah! Roba da far venire il vomito anche al più intronato degli alieni. Già, gli alieni. Quanta nostalgia per quegli sfigati aveva adesso il Grande Mazinga. C’era stato un tempo in cui il suo nome incuteva rispetto e maestosità. Mazinga, cazzo! Non quel cacasotto di suo cugino Mazinga Z, col quale, per anni, continuavano a scambiarlo, ma l’unico, il vero Grande Mazinga, flagello degli invasori extraterrestri e beniamino delle folle acclamanti. Ricordava con gioia le copertine su Time e la rubrica di posta del cuore sul New Yorker, le foto assieme ai bambini e la gratitudine della gente per strada. Camminava per le vie di Tokyo con orgoglio, allora.

Poi il governo giapponese aveva cominciato a porre dei freni. Niente più Pugni-a-Razzo, potrebbero colpire qualche innocente, e basta coi Raggi Fotonici, che inquinano l’ambiente e c’è il protocollo di Kyoto da rispettare. E poi cos’è tutto ‘sto accanimento contro le popolazioni provenienti da sistemi siderali diversi dal nostro? Non vogliamo mica essere accusati di razzismo, noi, che la comunità internazionale ci sta col fiato sul collo! ‘Scolti, sìor Mazinga, perché non si prende un periodo di riposo, che ormai c’ha un’età? Tutto spesato, s’intende… Guardi che la maggior parte dei suoi colleghi sono in pensione. Non si può andare in giro a massacrare alieni così, come se niente fosse. Tenga, contatti questo numero, la seguiranno con un programma di riabilitazione e poi, magari, potrà cercarsi un lavoro vero…

Mazinga riconobbe il numero di cellulare e lo gettò nell’immondizia con rabbia: era di Gundam, quel montato pieno di boria militare. Mai andato a genio, a lui, quel fighetto tutto armi strategiche e costellazioni sconosciute.

Assurdo! Per anni aveva fatto baruffa con le più mostruose creature spaziali per salvaguardare la pace del pianeta e adesso, di botto, lo avevano trasformato in una specie di psicopatico fascista. Ecco perché, avvilito e senza speranza, si era fatto abbindolare da quel venduto di Goldrake.

Depositò le proprie valigie all’ingresso e tastò con il palmo metallico della sua mano il campanello della reception. Subito al suo cospetto comparve un inserviente con la faccia da cane bastonato. Il Grande Mazinga ebbe un fremito di frustrazione quando lo riconobbe.

«Megaloman!», esclamò sorpreso, e l’altro arrossì, chinando verso il pavimento la faccia luccicante incastonata in una lunga chioma argentea di capelli sfibrati. «Spero tu abbia fatto buon viaggio, amico mio…», sibilò poi, a voce bassa.

«Ti davano per morto, ormai!», avvertì Mazinga, mentre una punta d’imbarazzo ingolfava il suo stupore.

«Ci sono giorni in cui penso che sarebbe molto meglio così, amico…», rispose sconsolato Megaloman afferrando le valigie dell’eroe e issandole con sforzo sulla propria schiena. Ma il Grande Mazinga, con un gesto fiero e solidale, lo bloccò per un braccio facendosi interamente carico del bagaglio. «Lascia stare», disse, non è assolutamente il caso». Poi salirono insieme al piano superiore della pensione.

Quella sera, nella squallida saletta ristorante, Mazinga mangiò un’impepata di cozze, un piattone d’orecchiette e lampascioni e una decine di friselle coi pomodorini. Poi, fumando come uno scannato, fece fuori alcune bottiglie di Primitivo di Manduria. Quando fu completamente ciucco, pregò Megaloman di lasciare la cucina per accomodarsi a tenergli compagnia. L’altro si liberò in fretta e furia del grembiule unto e andò a sedersi col vecchio compagno allungando sul tavolo una bottiglia di Limoncino a 60 gradi.

«Cazzo, amico… non riesco a crederci di aver fatto questa fine!», confessò con lo sguardo ossidrico obnubilato dalle lacrime il Grande Mazinga. Si sentiva davvero un rudere alla deriva.

«Puah! Guarda allora come sono messo io!», rispose l’altro, riempiendo i bicchieri con un ghigno sprezzante stampigliato sulla faccia.

«Com’è che sei arrivato qui?»

«Be’… dopo il calo di audience dei miei telefilm e la morte per overdose di crack di Ultraman, ho cominciato a soffrire di depressione. Sai com’è, giravo a vuoto. Alla fine quel pappone di Goldrake mi ha contattato dicendo che sapeva come aiutarmi ed eccomi qua, tuttofare di questa vecchia pensione italiana!»

«Stramaledetto business! È quello che ha fottuto tutto quanto. Ha trasformato la gente. Oggi è il mercato che detta le regole… ed è un’operazione talmente sottile che alla gente comune sembra esattamente il contrario. Mangiano tutti la stessa merda, si vestono tutti allo stesso modo, guardano tutti gli stessi programmi, ma sono convinti di vivere in paesi democratici, amministrati da regimi attenti ai loro fabbisogni…»

«Parole sante, vecchio mio… parole sante!»

Travolto dallo stordimento dell’alcool, il Grande Mazinga si estraniò dalla discussione e per un attimo ebbe un flashback di sé stesso assieme ad Afrodite-A, mentre le sprimacciava con forza le tette-missile dopo un combattimento terribile con le forze aliene. Gesù, come gli mancavano quei tempi…

«Eppure, nonostante le apparenze, io non mi sono ancora arreso, caro mio!», stava cianciando stentoreo Megaloman, riportandolo alla realtà.

«Davvero?»

«Sicuro. Ho un piano per risalire la china!»

Mazinga spense con forza la cicca che aveva tra le mani nel posacenere in mezzo al tavolo e, sfoderando una lucidità inaspettata, ammiccò: «Di che diavolo stai parlando?»

«Ci hanno fatto fuori, vero amico? Ci hanno messo da parte, ok? Daitan 3 è in prigione per pedofilia, Capitan Harlock vende noccioline a Kyoto, e gli AstroRobot dirigono una palestra di quart’ordine nei bassifondi di Osaka. Hanno lavorato sulle nostre menti, capisci? Siamo ridotti così perché ci hanno fatto credere che non c’è più posto per noi… ma non è così, amico, dammi retta!»

«D’accordo, fin qui ci arrivo anch’io, ma come ne vieni fuori?»

«Pensando con la loro testa! Ho fatto solo finta di piegarmi, umiliandomi al servizio di strafottenti miliardari della new-economy. Ma sono anni che intreccio legami con la mafia locale e sono ormai pronto, amico, ho messo abbastanza grana da parte per mettermi anch’io in affari!»

«Che genere di affari?»

«Traffico di clandestini! Compro uno scafo gigante e faccio la spola per le coste… grazie alla mia esperienza in battaglia, fregare la guardia costiera sarà un gioco da ragazzi… Credimi!»

«Ma è terribile… eravamo paladini del bene, una volta!»

«Amico, le cose cambiano! Non facciamoci fregare dal passato… c’é da guadagnarci dei bei soldi!»

Il Grande Mazinga guardò l’amico deluso e rassegnato. Megaloman era un coglione. Gli voleva bene, ma era proprio un coglione. Lo salutò con un cenno breve della mano e risalì verso la sua stanza barcollando.

Fu una notte d’incubi per Mazinga. Il vino e le cozze produssero scintille nelle sue membra meccaniche procurandogli atroci dolori. Si risvegliò verso le due completamente zuppo d’olio lubrificante e si diresse sul piccolo terrazzino. Soffocato dal proprio malessere, contemplò le dune ricoperte di timo e rosmarino e le trovò, nonostante tutto, meravigliose. Poi rivolse lo sguardo al cielo stellato e sorrise.

Il mattino dopo era morto.

Il Grande Mazinga si era ucciso disattivando i propri sistemi centrali. Megaloman pianse lacrime amare quando lo trovò senza vita nel suo letto, poi, dopo aver chiamato il carrattrezzi, inneggiò alla gloria dell’eroe scomparso intonando per lui il proprio grido di battaglia: «MME-MME-GA-GA-LO-LO-Maaan!», urlò, poi si affrettò a chiudere le tapparelle per impedire al sole cocente di rovinare il parquet.