un racconto di Mia Preti

Il signor Laska guardava la tv a casa dei Porebski

di Mia Preti

In tempi di guerra, si faceva combutta. Si rafforzavano le amicizie, visto che la sicurezza di rivederti non ce l’avevi. Gli amici diventavano familiari acquisiti, fratelli e sorelle con cui piangere in caso di disgrazia e con cui ridere, in caso di fortuna. Dopo la guerra, dimenticavi un sacco di cose. Nomi, persone, facce. Soprattutto queste. I visi non erano composti da occhi, bocche e guance, ma da cerchi neri, solchi disegnati distrattamente, con la rabbia concentra nella mano, che fa leva su una matita con poca punta. Ci sono persone, che nonostante dosi non quantificabili di sfiga e lutti a profusione, hanno ancora la voglia di vivere. Forse in quel momento, pieghi bene il dolore, come un fazzoletto pulito e lo tiri fuori solo per soffiarti il naso, spesso quando ti soffi il naso è perché frigni.

Il signor Laska, aveva avuto una vita costernata da catastrofi. Tutta la famiglia, morta in guerra. Chi prima, chi dopo. Chi da reduce solo per un giorno, chi da perdente periodico, come nei peggiori incubi.

Indossava una felpa di lana, dai colori spenti. Aveva due grossi baffi che davano alla sua piccola bocca, un aspetto autoritario. Parlava raramente, e sorrideva con gli occhi. Li tirava al massimo, tutte le volte che incrociava la signora Ciuła e pure per il cugino dei Morelski, che non abitavano nella sua stessa palazzina, ma li beccava giornalmente al chiosco del pane.

Un giorno, vestito di tutto punto, andò a suonare al campanello dei Porebski. Erano un’anziana coppia di vecchietti pacifici e gobbi, gobbissimi in realtà, prima arrivava la gobba, poi loro. Con le mani in tasca e la testa china, il signor Laska recitò un breve monologo. Donna Porebski annuiva, cercando lo sguardo del marito, che appoggiava di tanto in tanto la mano sulla spalla del baffuto Laska. Si salutarono con una vigorosa stretta di mano e ognuno tornò alle sue faccende. Ogni sera il signor Laska, citofonava ai Porebski, saliva di corsa le scale, si puliva i piedi sullo zerbino, appendeva la giacca sull’attaccapanni e indossava le pantofole che la premurosa signora Porebski, posizionava davanti alla porta. Pantofole assassine, se non le notavi, il ruzzolone con tanto di botta sul mento, te lo prendevi in piena faccia. Apriva la porta della sala e accendeva la televisione. Non che i Porebski fossero gli unici ad averla, ma erano sicuramente gli unici ad aver accettato l’ospite abitudinario che da lì in poi, festivi e ricorrenze comprese, si sarebbe piazzato sulla sedia imbottita a coste marroni, per guardarsi in tutta calma i programmi della sera. I Porebski, per cortesia, si accomodavano sul divano e fissavano lo schermo, incerti se commentare il notiziario o ridere degli sketch, addormentandosi dopo i canonici 5 minuti di inizio programma.

Il signor Laska, a notte inoltrata, controllava l’orologio. Si alzava piano, si rivestiva, toglieva le babbucce e le riponeva saggiamente, lontano da passi incerti. Chiudeva la porta, e se ne tornava a casa sua, alcuni palazzoni più in là. Mica a chiave però, scherziamo?

All’epoca si era tutti una grande famiglia.