Dizionario affettivo della lingua italiana (Fandango, 2008): un assaggio

da DIZIONARIO AFFETTIVO DELLA LINGUA ITALIANA

A CURA DI MATTEO B. BIANCHI E GIORGIO VASTA

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AURORA, di Raul Montanari
Henry James diceva che nella lingua inglese non c’è espressione più bella di summer morning, mattino d’estate; per me, in quella italiana, niente batte la dolce parola aurora. Ha un suono sensuale e austero al tempo stesso: la bocca indugia socchiusa nel pronunciarla, le labbra sporgono; la lingua, i denti, il palato lasciano passare l’aria senza sfiorarsi. È una parola latina, ma i latini stessi si sbagliavano sul suo significato. Pensavano venisse da aurum, oro, e volesse dire che è l’ora del giorno in cui il cielo prende il colore dell’oro. Più preciso e poetico, Omero la chiamava aurora dalle dita di rosa.

L’aurora non è l’alba: è il presentimento dell’alba. Il momento in cui il sole, ancora invisibile sotto l’orizzonte, colora di rosa una notte che già non è più notte, senza che il giorno sia ancora giorno.

GOMMAPANE, di Giampiero Rigosi
Sarà che quando mi viene chiesto di pensare a una parola a cui sono emotivamente legato è dicembre, periodo di passaggio tra un anno e l’altro, momento di ricordi e nostalgie, ma quella che mi viene in mente per prima è una parola che probabilmente non uso da decenni: gommapane. Che già fa bene allo spirito per il suono e la composizione: due parole buone, morbide, profumate – il pane e la gomma – un po’ come burrocacao.

Pensando alla gommapane, riaffiorano ricordi lontani: dita che rigirano sotto il banco una pallottolina bianca e profumata, che piano piano perde l’odore e diventa grigia ma resta comunque morbida, piacevole da toccare, da premere, da modellare. Una specie di mantra, di soffice rosario che favorisce la concentrazione ma anche il rilassamento, la pulizia del pensiero. Di cosa è fatta la gommapane, e a cosa serviva veramente? Forse a cancellare i tratti a matita. Ma per quello non bastava una normale gomma da cancellare? (ce n’erano di bellissime, morbide e profumate, che si scioglievano sul foglio, mentre quelle a due colori, per matita e biro, erano troppo dure e avevano un sentore chimico, sgradevole). Ma se per cancellare c’erano le gomme, per giocare c’era il pongo e per modellare c’era il Dash, come riuscivo a convincere i miei genitori, quando mi accompagnavano in cartoleria (luogo meraviglioso per me, da bambino e anche ora, come la libreria e la pasticceria), a comprarmi una confezione di gommapane? Ricordo ancora il brivido nello strappare il rivestimento di cellophane e nel violare per la prima volta la compattezza candida e ancora geometricamente perfetta della gommapane appena comprata.

È un gesto così intimo, così profondamente legato all’infanzia – polpastrelli che distrattamente, ma allo stesso tempo con grande perizia, rigirano e impastano materia morbida: il lobo di un orecchio, un minuscolo gomitolo di tessuto, una caccola estratta da una narice. Spesso mi capita ancora – per esempio a tavola, durante certe interminabili discussioni da dopo cena – di cercare qualcosa con cui giocherellare. Gommapane non ne ho (ne ho rinvenuto un avanzo sul fondo di un’astuccio, tempo fa, ma era secca e indurita), quindi le mie dita s’impadriniscono di quel che trovano: il lembo strappato di un tovagliolo di carta, un pezzetto di sughero, una pallina di mollica. E ancora si riavvia, automaticamente, quel gesto che viene da lontano, e che per un periodo della mia vita ha avuto come complice ideale quella materia misteriosa e affascinante: la gommapane.

OSTIA, di Alda Teodorani
Ostia è il corpo di Cristo dopo la transustanziazione, uno dei maggiori dogmi della Chiesa cattolica: il corpo di Cristo fatto pane (la sacralità diventa carne). L’ostia che i fedeli ricevono durante la comunione è quindi il simbolo del pane, alimento essenziale e sacro, alimento più importante di quel che solitamente si crede, poiché per farlo sono stati necessari i quattro elementi: Aria, Acqua, Terra, Fuoco. Quanto mi porta lontano la parola Ostia: dal romanzo che ho finito da poco di scrivere, ispirato ai simbolismi religiosi, al silenzio carico di incenso e fiamme di candele d’una chiesa, a uno dei più bei posti visitati nella mia vita (Ostia antica), all’esclamazione che indica stupore, su qualcosa di grande e talmente immenso che per definirlo ci vuole una parola corta corta ma di enorme significato.

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