Da un vecchio pezzo di Tommaso Pincio su Oblio di David Foster Wallace

estratto da WALLACE NON è WALLACE

di TOMMASO PINCIO

:::

Manco a farlo apposta in Caro vecchio neon, una delle otto storie di Oblio, troviamo un personaggio di nome David Wallace il quale preferirebbe non essere infastidito da una vocina interiore che mai manca di ricordagli come ci sia «qualcosa di profondamente sbagliato in lui», in uno che deve perdere un sacco di tempo ed energie per mettere a fuoco «cosa fare e cosa dire per impersonare un maschio americano accettabile o anche solo marginalmente normale», un individuo in bilico tra l’argento vivo dell’apparenza e la zona morta della coscienza, incapace o comunque impossibilitato a conciliare il tipo brillante che sembrava dall’esterno con ciò che dall’interno lo ha indotto a suicidarsi in modo «teatrale».
Il fatto che questo «David Wallace» si tolga la vita e che lo faccia proprio per via del suo talento — per via di una strabiliante capacità di attorcigliarsi con estrema eleganza attorno alle parole, un dono che è la prova provata di come nessuna normalità sia realmente perseguibile — può essere preso alla lettera, vale a dire come il suicidio letterario di uno scrittore che non regge al dolore di non poter raccontare una storia «vera». Oppure lo si può interpretare in chiave allegorica, il suicidio messo lì a rappresentare l’inanità di tutte quelle filosofie, e sono tante, nelle quali il limite tra linguaggio e menzogna è oltremodo sfumato.
Pensare che il suicidio di «David Wallace» abbia implicazioni più terrene, che parli del dolore della gente reale e magari di eventuali suicidi altrettanto reali, è pura illusione.

per leggere tutto l’articolo clicca qui