Stanotte ho sognato David Foster Wallace

Stanotte ho sognato David Foster Wallace.

Eravamo su un campo da tennis.

Durante gli anni della mia adolescenza sono stato un discreto giocatore di tennis. Discreto vuol dire che superavo con facilità i tennisti del mio circolo, ma nei tornei provinciali e regionali le prendevo di santa ragione. Ero un giocatore tutto istinto, con poca testa e voglia di sudare. Battute forti, discese a rete e drittoni incrociati, con un rovescio a due mani morbido, di pura difesa.

David Foster Wallace dai 12 ai 15 anni era un più che discreto giocatore di tennis. Era “un quasi-campione di tennis nella categoria juniores”.

A differenza del sottoscritto, Wallace faceva dell’intelligenza, della sagacia tattica, del calcolo e della razionalità le sue armi vincenti.

Stanotte, mentre palleggiavamo blandamente, lui sempre con la sua bandana e io come sempre vestito di nero, su un campo di cemento dal manto imperfetto, mi ha spiegato che il tennis è un gioco geometrico per eccellenza. Mi ha spiegato che è necessario che si possegga non solo l’abilità di calcolare le angolazioni dei nostri colpi, ma anche le angolazioni di risposta alle nostre angolazioni.

E non solo mi ha spiegato con calma tutto ciò, ma, dopo il riscaldamento, mi ha dato dimostrazione, sul campo, di come il mio gioco tutto irruenza ed istinto non paga per nulla.

Mi ha umiliato con un doppio 6-2 che non lascia spazio a commenti.

Mi ha fatto correre come un pollo, aumentando progressivamente l’arco delle sue giocate, spingendo ai margini del campo con una combinazione sfiancante di colpi.

Nel mio sogno non c’era solo questo corpo a corpo tennistico.

Gli scambi venivano interrotti da frame: immagini di puro buio dal quale si scorgeva un corpo sospeso.

Stanotte non ho avuto una buona notte.

r.a.