Alessandro Zaccuri su David Foster Wallace

Alessandro Zaccuri su David Foster Wallace

Sostenere oggi, all’indomani del suo suicidio, che David Foster Wallace era un cercatore dell’infinito può sembrare un controsenso, magari addirittura una provocazione. Ma Infinite Jest era il titolo del suo romanzo-capolavoro, apparso nel 1996, quando Foster Wallace aveva soltanto 34 anni: oltre mille pagine di stile ineccepibile e visioni postmoderne, incentrate sulla critica del sistema economico-mediatico contemporaneo e attraversate da continui riferimenti all’Amleto di Shakespeare. A partire dall’espressione scelta per il titolo, quell’«infinita celia» che il dolce principe serissimamente rievoca facendo memoria di Yorick, il buffone morto. Un Moby Dick di fine millennio, si disse all’epoca della pubblicazione, lasciando intendere che anche Foster Wallace, come ogni grande autore americano, aveva una Balena che lo perseguitava, alla quale era obbligato a dare la caccia. Un male di vivere che – complice forse una malattia insidiosa – ha finito per raggiungerlo l’altro giorno nella sua casa di Clermont, in California, dove lo scrittore si è impiccato.

A 46 anni, Foster Wallace era già titolare di una biografia impressionante, sia sul versante della narrativa (si pensi all’esordio con La scopa del sistema, ai racconti de La ragazza dai capelli strani, al più recente Oblio), sia su quello della saggistica più eclettica, per cui all’irresistibile reportage di Una cosa divertente che non farò mai più si potevano affiancare le raffinate divagazioni matematiche di Tutto, e di più. «Storia compatta dell’infinito», dichiarava il sottotitolo di quest’ultimo libro in cui, tra formule e diagrammi, Foster Wallace tornava ad affrontare il tema che più l’appassionava, la sua personale Balena: l’infinito, appunto, che forse è semplicemente quel che resta dell’assoluto dopo che ci si è convinti di non poter credere in Dio. Al di là del dramma personale di un grande scrittore e dei suoi cari, infatti, la morte di Foster Wallace sembra costituire, per la temperie postmoderna, quello che la scomparsa di Francis Scott Fitzgerald rappresentò per l’età del jazz, e cioè la fine di un’illusione, lo scontro drammatico con un limite che, pur appartenendo in modo originario al destino della letteratura, non può essere affrontato soltanto mediante la letteratura. Massimo prosatore ironico di una generazione che, in America e altrove, pare condannata all’ironia, con la sua fine drammatica David Foster Wallace si à fatto carico di ricordarci che quella parola arcana, jest, non è altro che la corruzione medievale del latino gesta, dell’impresa che rende uomo ogni uomo. Può essere la caccia alla Balena. Può essere, più semplicemente, vivere.

Articolo apparso su Avvenire del 16/09