Tommaso Pincio: Come è nato “Cinacittà” (Einaudi, 2008)

COME È NATO CINACITTÀ

di Tommaso Pincio

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Tutto è iniziato con una telefonata. Era la rai. Stavano preparando un servizio sulla morte di Kurt Cobain. Volevano intervistarmi in quanto autore di un romanzo a lui dedicato. Sapere cosa pensavo sulla tesi del complotto omicida. Ero alquanto perplesso. Il programma in questione si chiamava Voyager. Ai confini della conoscenza, il classico programma sempre a caccia di misteri. Dissi che secondo me non c’è nessun mistero in un ragazzo che a ventisette anni si toglie la vita sparandosi in bocca. Non nel senso che intendevano loro, perlomeno. Per vincere le mie resistenze mi precisarono che potevo esprimere liberamente la mia opinione.

Alla fine accettai, ma non per le mille rassicurazioni della segretaria di produzione. Accettai perché l’intervista sarebbe stata registrata nella suite 541 dell’Hotel Excelsior di Roma. È il luogo dove Cobain tentò per la prima volta il suicidio, lasciando un biglietto con su scritto «Come Amleto, devo scegliere tra la vita e la morte». Lo confesso: ero mosso dalla curiosità un po’ morbosa di vedere quella suite. Mi stuzzicava però anche l’idea dell’Hotel Excelsior in sé. Dato il mio tenore di vita, non mi capita spesso di entrare in un albergo di lusso nel centro di Roma.

Giunto a destinazione fui invitato ad accomodarmi su un divano, la troupe doveva prima girare un paio di scene di raccordo. Fui lasciato in compagnia di me stesso sul divano del salottino, mentre la troupe lavorava nella stanza da letto. Non chiedevo di meglio. Non so bene cosa mi aspettassi di trovare. Fantasmi o qualcosa del genere, credo. Restai deluso. Non avvertii alcunché di particolare. Seppure le pareti di quella stanza avevano assorbito qualcosa dello spirito infelice di Kurt Cobain, o quello spirito si era dissolto col tempo o io non ero in grado di percepirlo.

Era inverno, l’impianto di riscaldamento aveva trasformato la stanza in una fornace. Così mi alzai e andai alla finestra. Fu a questo punto che accade qualcosa di strano. Qualcosa che però non aveva nulla da spartire con il fantasma di una rockstar americana ossessionata dal suicidio. Mi affaccio ed ecco la cosa strana, ecco il fantasma di Via Veneto. Sono nato a Roma, vivo a Roma, e naturalmente conosco bene Via Veneto. Ci sono passato Dio sa quante volte. Tuttavia era come se la vedessi per la prima volta. Osservare una strada dall’alto è molto diverso dal percorrerla a piedi o in auto. Per farla breve, mi affaccio e Via Veneto mi appare in forma di strada fantasma. Qualche passante inebetito dal freddo che cammina sul marciapiede. Qualche auto che procede lentamente sull’asfalto.

Immagino non sia esatto dire che mi sono affacciato su una strada fantasma. Non era deserta, in fondo. Ciò nonostante mi comunicava un profondo senso di desolazione. Gli edifici primo novecento, i caffé dai nomi francesi, i platani. Malgrado i passanti e le auto, tutto galleggiare in uno stato di assopito abbandono. D’un tratto realizzai che era sempre così che l’avevo vista, triste in quel modo innaturale che è tipico dei luoghi abbandonati. Compresi inoltre che a comunicarmi quella sensazione era il fantasma di un tempo ormai andato, il tempo in cui Via Veneto era una festa all’aperto e i divi del cinema sfolgoravano sotto il flash dei paparazzi.

Ragioni anagrafiche mi hanno impedito di ammirare tanto splendore. Ma ho davvero perso qualcosa? Mi è capitato spesso di leggere che Via Veneto non è mai stata la strada di cui si favoleggia. Sì, ci fu un certo trambusto sul finire degli anni Cinquanta, ma si trattò di una brevissima stagione. E comunque niente di così speciale, anche perché sul soglio di Pietro c’era ancora il principe Eugenio Pacelli, Pio XII, un papa risolutamente contrario all’eventualità che Roma avesse una vita notturna. Se mi dicessero che non è mai esistita nessuna età dell’oro denominata «Dolce vita» ci crederei. Tutte le età dell’oro non sono che epoche immaginarie, mere emanazioni di desideri collettivi. Perché mai la Dolce vita dovrebbe fare eccezione? In fondo, è del titolo di un film che stiamo parlando.

Fu allora, perso in simili considerazioni, che l’idea di un romanzo su Roma iniziò a prendere corpo. In effetti, era da parecchio che ci giravo attorno ma avevo sempre desistito. La Città Eterna non è un luogo qualunque. Pensare di poterla modellare a proprio piacimento è da pazzi. Ma io ero proprio questo che volevo: o la racconto come piace a me o niente. Consapevole che correvo il serio rischio di uscirne con le ossa rotte avevo sempre optato per il niente. Ora, però, intravedevo una possibilità. Contemplando Via Veneto dall’alto della mia suite all’Excelsior mi resi conto che Roma poteva essere assai più piccola dei suoi tanti ed enormi miti. Intuii che il suo segreto consisteva proprio nel fatto di essere essenzialmente mito. La cosa davvero eterna di Roma è la sua imperitura decadenza, il suo sonnecchiare paciosa all’ombra di se stessa. Non esiste nessuna grande Roma, a parte il suo fantasma. Di cosa avevo paura, dunque? Di una chimera?

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