Eva Clesis, Guardrail (Las Vegas Edizioni, 2008): da oggi nelle librerie

da Guardrail

di Eva Clesis

Fa un bel respiro.
Si avvicina come una vittima sacrificale all’altare.
Riapre gli occhi, lo guarda. Lui la guarda.
Ma lei non lo conosce. Non l’ha mai visto in vita sua.
Allora, perché lui si è fermato?
Perché si è messo a suonare?
Indispettita, Alice si china a guardare il conducente, ma il conducente
non la guarda più.
Ha abbassato il finestrino con un gesto meccanico della mano,
e d’un tratto lei è stata investita dalle sue risate a bassa voce e da
brandelli di una conversazione appena iniziata. Una cosa è certa:
Alice non sa chi sia, il tizio con gli occhiali a specchio che ride
collegato a un’auricolare e che accarezza il volante passandoci
sopra il dito medio.
Ma deve aver aggrottato la fronte al posto di mostrare sollievo,
perché, dopo una decina di secondi che è rimasta a fissarlo
in quella posizione, attonita, la mano ancora in tasca, lo zaino
penzoloni da cui sporge la manica stropicciata di una maglietta,
la bocca leggermente aperta, un’espressione da stoccafisso, finalmente
il conducente chiede scusa al suo interlocutore, si gira
e le fa:
«Che ti dava fastidio quello lì, il tizio ch’era davanti?»
«Sì» mugugna lei. E intanto pensa che è l’una meno venti.
«Ah, ma perché si è fermato? Ti ha adescato lui? O sei tu a cercar
qualcosa?»
Sì, è quello buono. Un uomo giovane dalla voce ferma che si
spegne in un tono paterno e quasi apprensivo.
O meglio, se anche non fosse così, se quella fosse solo una
sua impressione, Alice non può più aspettare un cavaliere migliore
di lui.
«No, io, faccio… l’autostop.»
E l’uomo, il labbro inferiore irrigidito, la mascella contratta, le
sopracciglia quasi unite sopra i due buchi liquidi, l’uomo dice:
«L’autostop? Hai chiesto un passaggio?»
«…»
«Ehi, ciccio, dài, ti richiamo e ti dico come è andata… Scusami,
ma quanti anni hai?»
«Diciotto» risponde pronta Alice. D’altronde se l’era immaginato.
Mentire sull’età era nel suo piano.Ma altro che tono paterno,
questa qui presto diventerà una cazzo di paternale, una paternale
che non porterà a nulla, salvo che a farle avvicinare l’ora del
pranzo. La vecchia maestra Assunta sta già portando il brodo a tavola
e se Alice fosse lì la starebbe sgridando per il ritardo.
È una situazione di schifo.
La situazione di schifo di Alice deve essersi riflessa sulla sua
faccia di figlia d’Albione. Pure papà ha cambiato colore sotto gli
occhiali a specchio e la barba di due giorni. Ora che Alice ci pensa,
per essere un tipo a posto ha un aspetto trasandato.
«Diciotto, eh? E dov’è che devi andare, su, vuoi che ti riporti a
casa?»
«No. A Brindisi.» Massì, chissenefrega, diglielo, pensa Alice,
gettagliela tutta in faccia, la verità. E inaspettatamente, il guidatore
la guarda ancora un attimo e conclude in un tono strano, a metà
tra il pensieroso e l’indulgente:
«Incredibile, eh? Quando uno dice le coincidenze. Ci sto andando
anch’io. Salta su, va’…»
Senza pensarci due volte, Alice stringe lo zaino e salta su, come
ha detto lui. Come ha detto occhiali da sole.
È stato più difficile di quanto pensasse, più difficile delle altre
volte, ma è incredibile, ce l’ha fatta.
Alice se la sta svignando. Se la fila.
E col coltellino in tasca, il sorriso largo così, dimenticando i
minuti e le ore, d’un tratto le sembra che il sole in alto splenda e
che qualcuno lassù la benedica.

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