Giancarlo De Cataldo, L’India, l’elefante e me (Rizzoli, 2008): un estratto

da L’India, l’elefante e me

di Giancarlo De Cataldo

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Mucche, vitelli, un ragazzino monco che chiede la carità, una donna in burqa che s’offende quando la fotografiamo, motorette, carrettini, risciò, bufali e guide improvvisate ci accolgono sotto la Torre dell’Orologio, da dove inizia il sensazionale bazar di Jodhpur. La stessa Torre dell’Orologio, con la sua struttura austera e svettante, è un ottimo punto di riferimento perché visibile da qualunque angolo del mercato, appare incongrua rispetto alla crescente, aggressiva confusione che ci circonda.                                                                                                                                   Poiché il mercato di Jodhpur è noto per le spezie, e visto che di spezie indiane non ne sappiamo un’acca, facciamo
di nuovo ricorso alla Lonely. Che consiglia di fare acquisti in un negozio denominato Mv Spices.
Tiziana è la prima ad avvistare l’insegna, e vi si sta dirigendo con passo sicuro quando Gabriele la blocca: Mv Spices è dal lato opposto del vicolo! Dopo un breve conciliabolo, si accerta che esistono almeno due Mv Spices. Anzi, tre: dal momento che anch’io avvisto la mia brava insegna Mv Spices, proprio accanto a quella scorta
da mio figlio.
«Ma quale sarà il vero Mv Spices?» chiedo, imprudentemente, ad alta voce.
Un mercante capta le mie parole.
«Spanish? Italiano? Bella Italia… Mv Spices, qua Mv Spices, bono Italia!»
A quanto pare c’è un altro Mv Spices, in un altro vicolo, parallelo a quello che stiamo percorrendo. Il mercante mi si avvicina e mi invita a seguirlo.
Un altro venditore lo raggiunge, e comincia a litigare con il compare. Presto altri si uniscono alla disputa. In pochi istanti ci ritroviamo circondati da un piccolo esercito di Mv Spices boys, che vociando, altercando, strattonandoci, sorridendo e minacciando cercano di indirizzarci all’unico vero Mv Spices.
Ci guardiamo intorno, increduli. Siamo al centro del mercato delle spezie di Jodhpur e almeno una quindicina di negozi recano la medesima insegna: Mv Spices – Mv Spices – Mv Spices…
Tutto chiaro, allora. Qualcuno del posto ha saputo che gira in Occidente una guida che consiglia Mv Spices. E allora, invece di cercare, come avrebbe fatto qualunque imprenditore nostrano, un elemento di diversificazione per affermare la supremazia del suo brand (chessò: Jodhpur Spices, Your Spices, All Spices, Blue Spices…), tutti hanno deciso che, da quel momento in avanti, a Jodhpur ci sarebbero stati solo e soltanto negozi Mv Spices.
Mentre torniamo in albergo senza aver comprato nemmeno un chicco di coriandolo o una radice di zenzero, ci domandiamo se dietro il divertente episodio del negozio multiplo non ci sia un qualche tipo di informazione che non siamo ancora in grado di cogliere.

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Qui, nel magnifico scenario del Polo Bar del Rambagh Palace di Jaipur, il mio orgoglio occidentale esplode irrefrenabile. Sento montarmi dentro una furia rabbiosa. Si dice che venga sempre, durante un viaggio, ogni viaggio,
il momento della nausea. Il mio è arrivato. È il momento più basso di questa esperienza indiana. Sto vivendo una vera e propria crisi di rigetto per Jaipur e, forse, per l’India. Il mio posto è qui, non in mezzo alla povertà, alla polvere, alla rapacità degli accattoni. Oltretutto, dovrò scrivere un diario di questo viaggio, e non so nemmeno da dove cominciare. Tutto ciò che di bello ho visto mi sembra di colpo scontato, banale, un’oleografia da cartellone pubblicitario, una falsa India, un film di Natale. Sento che non afferrerò mai niente che sappia veramente di India. Di un’India vera, non di questa falsa, arrogante «Incredible India» che mettono a disposizione del turista babbione di turno. Volete i miei soldi, eh? È questo, solo questo che vi interessa? E allora, in cambio, pretendo il lusso sfrenato. Lo pretendo sino in fondo.
Avete presente la leggenda di Siddharta, il giovane principe che scopre la povertà, il dolore e la morte e diventa santo? Quel mito dolce e pieno di poesia grazie al quale Hermann Hesse ha abbindolato generazioni e generazioni
di stolti giovani occidentali, fra i quali lo scrivente? Be’, questo capitolo si intitola «Siddharta si affaccia sul mondo e torna precipitosamente a palazzo, ci si chiude dentro, spranga le porte e si mette a vivere alla grande». Se fossi nato in uno dei vicoli del bazar non aspirerei a niente di meno di questo lusso che mi circonda. Il terrore di tornare indietro mi renderebbe spietato. Non mi accontenterei di possedere per me la ricchezza: esigerei che gli altri, tutti gli altri, ne fossero esclusi. Ecco, mi metterei a scimmiottare i lord inglesi, la loro prosopopea altezzosa, la loro inveterata antipatia.
Gabriele e Tiziana non capiscono il mio livore, e mi guardano con un misto di pietà e di commiserazione. Mi porto dentro delle scorie, questo è il mio vero problema. Sto intellettualizzando. Mi sto perdendo perché non sono disposto a mettermi in gioco, a prendermi una vacanza da me stesso, dalle incrostazioni della mia parte razionale.  A sera, cerco conforto nell’amico che mi ha istradato in questo viaggio.
«Ne ho abbastanza, Ugo.»
«L’India fa questo effetto. Sempre. Vuol dire che sei sulla strada giusta.»