David Grossman, A un cerbiatto somiglia il mio amore (Mondadori, 2008): incipit

incipit di A un cerbiatto somiglia il mio amore

di David Grossman

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Ehi, tu, sta’ zitta!
Chi è?
Sta’ zitta! Hai svegliato tutti!
Ma io la tenevo per mano.
Che cosa?
Sul masso, eravamo sedute e…
Ma di che masso parli? Lasciami dormire.
A un tratto è caduta.
Stavi cantando nel sonno, ti rendi conto?
Ma se dormivo.
E urlavi!
Mi ha lasciato la mano, è caduta.
Basta, dormi.
Accendi la luce.
Sei impazzita?
Ho dimenticato…
Ci uccideranno se accendiamo la luce.
Aspetta…
Che c’è?
Cantavo?
Cantavi, urlavi, tutto insieme. Adesso sta’ zitta.
Cosa cantavo?
Cosa cantavi?!
Mentre dormivo, cosa cantavo?
E che ne so io? Urlavi. Ecco cosa cantavi. Cosa cantavo, cosa cantavo…
Ma tu hai detto che cantavo.
Era una canzone senza… non lo so. Basta, io…
Non te la ricordi? Ma se sono più morto che vivo…
Ma chi sei?
Stanza numero tre.
Anche tu in quarantena?
Devo tornare in camera.
Non andare… Te ne sei andato? Ehi, aspetta… Se n’è andato. .. Ma cosa cantavo?

La notte seguente lui la svegliò di nuovo, ancora furioso perché cantava a squarciagola e svegliava tutto l’ospedale. Lei lo supplicò di ricordare se era la stessa canzone della sera prima, lo voleva sapere disperatamente, per via del sogno che aveva fatto e che faceva quasi ogni notte in quegli anni. Un sogno candido, in cui tutto era bianco: le strade, le case, gli alberi, i gatti e i cani e anche il masso sull’orlo del precipizio. Persino Ada, la sua amica dai capelli rossi, era completamente bianca, senza una goccia di sangue nel viso e nel corpo. Ma lui non ricordava che canzone aveva cantato. Tremava tutto, e lei, distesa nel letto, tremava con lui. Sembriamo un paio di nacchere, disse, e la ragazza, con sua sorpresa, scoppiò in una risata fresca e squillante che lo stimolò. Aveva consumato tutte le energie per arrivare lì dalla sua camera, trentacinque passi – un passo e una pausa, un passo e una pausa. Si era sorretto alle pareti, agli infissi delle porte, ai carrelli vuoti del cibo. Sulla soglia della stanza della ragazza si era accasciato e raggomitolato sull’appiccicoso pavimento di linoleum. Per lunghi istanti entrambi respirarono affannosamente. Lui avrebbe voluto farla ridere ancora ma non riusciva a parlare. Poi si addormentò, probabilmente.