Leggete “Il tempo materiale” (minimum fax, 2008) di Giorgio Vasta: qui un assaggio

da Il tempo materiale

di Giorgio Vasta

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Nel pomeriggio tiro fuori dai cassetti alcune foto. Sono quasi tutte degli ultimi due anni. Alcune le ho scattate io con la Polaroid 1000. Mi piace il sibilo della fuoriuscita del positivo della macchina, l’attesa che si asciughi, soffiargli sopra per fare più in fretta, il delinearsi del disegno che non diventa mai nitido e si ferma sempre prima, al pallore – il giallo ittero, il verde bottiglia; le facce sempre ammalate, sempre guaste. Ne guardo una scattata per il mio compleanno un paio di anni fa. In una luce pomeridiana e sparuta c’è Chiri, c’è Gugliotta, c’è D’Avenia. Anche loro sparuti. Ci sono io, il naso arricciato, si vede anche la testa dello Spago. C’è la torta con le fragole e la crema, il cartone bianco e celeste dell’acqua Fabia, i bicchieri di plastica rossi, i quadretti alle pareti. I nostri maglioni marrone, le nostre povere felpe, fare le corna dietro la testa, fare il gesto di Fonzie con il pollice, quello di vittoria con medio e indice tesi. Ci sono i sorrisi, la toppa sul gomito del maglione di Gugliotta che cintura D’Avenia al collo, D’Avenia che soffoca e ride – gli occhi rossi, le pupille infuocate. In questa polaroid siamo tutti ironici. E a me l’ironia fa male. Anzi, la odio. Non solo io, anche Scarmiglia e Bocca. Perché ce n’è sempre di più, troppa, la nuova ironia italiana che brilla su tutti i musi, in tutte le frasi, che ogni giorno lotta contro l’ideologia, le divora la testa, e in pochi anni dell’ideologia non resterà  non resterà più niente, l’ironia sarà la nostra  unica risorsa e la nostra sconfitta, la nostra camicia di forza, e staremo tutti nella stessa accordatura ironico-cinica, nel disincanto, prevedendo perfettamente le modalità di innesco della battuta, la tempistica migliore, lo smorzamento improvviso che lascia declinare l’allusione, sempre partecipi e assenti, acutissimi e corrotti: rassegnati. Quindi con un aculeo del filo spinato sfiguro Chiri, sfiguro Gugliotta, sfiguro D’Avenia, sfiguro me e sfiguro lo Spago, perforando gli occhi e allungando le bocche. Perché io sono un ragazzino ideologico, concentrato e intenso, un ragazzino non ironico, anti-ironico, refrattario. Un non-ragazzino.