Philip Roth, Il fantasma esce di scena(Einaudi, 2008): incipit

da Il fantasma esce di scena

di Philip Roth

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Non andavo a New York da undici anni. Tolta una visita a Boston per l’asportazione di una prostata cancerosa, in quegli undici anni non mi ero mai allontanato dalla mia strada di montagna nei Berkshire e, ciò che più conta, avevo di rado aperto un giornale o ascoltato le notizie alla radio dopo l’11 settembre, tre anni prima; senza alcun senso di perdita – ma semplicemente, all’inizio, con una sorta di aridità interiore – avevo smesso di vivere non soltanto nel gran mondò ma nel presente. Da molto tempo avevo soffocato l’impulso di starci dentro e di farne parte.
Ma ora avevo preso la macchina e mi ero spinto per duecento chilometri verso sud fino a Manhattan per farmi visitare al Mount Sinai Hospital da un urologo specializzato nell’esecuzione di una procedura destinata ad aiutare le migliaia di uomini come me resi incontinenti dall’asportazione della prostata. Inserendo un catetere nell’uretra per iniettare una forma gelatinosa di collagene là dove il collo della vescica incontra l’uretra, questo specialista otteneva miglioramenti significativi in circa il cinquanta per cento dei suoi pazienti. Le probabilità non erano molte, perché «miglioramento significativo» voleva dire solo parziale attenuazione dei sintomi: la «grave incontinenza» diventava una «moderata incontinenza», e la «moderata» diventava «leggera». Tuttavia, poiché i suoi risultati erano più soddisfacenti di quelli ottenuti da altri urologi usando all’incirca la stessa tecnica (non c’era niente da fare per l’altro rischio della prostatectomia radicale al quale io, come decine di migliaia d’altri, non avevo avuto la fortuna di sfuggire: i danni ai nervi che avevano provocato l’impotenza), mi recai a New York per un consulto, molto tempo dopo che avevo immaginato di aver fatto l’abitudine agli inconvenienti pratici delle mie condizioni.
Negli anni successivi all’intervento credetti addirittura di aver vinto la vergogna di farsi la pipì addosso, e di essere uscito dalla forma acuta di disorientamento che era stata particolarmente esasperante nei primi diciotto mesi, quando il chirurgo mi aveva fatto credere che l’incontinenza sarebbe scomparsa a poco a poco nel corso del tempo, come accade in un numero limitato di casi fortunati. Ma a dispetto del trantran quotidiano indispensabile per tenermi pulito e per non emanare odori sgradevoli, io non dovevo in realtà essermi mai veramente abituato a portare le mutande speciali e a cambiare i pannoloni e ad affrontare gli «incidenti» che potevano capitarmi, non più di quanto avessi sopportato l’umiliazione che questo comportava, perché ero là di nuovo, a settantun anni, nell’Up-per East Side di Manhattan, a non molti isolati da dove abitavo una volta, quando ero più giovane, sano e vigoroso, e poi nella sala della reception del dipartimento di urologia del Mount Sinai Hospital, in procinto di sentirmi dire che con l’aderenza permanente del collagene al collo della vescica avrei avuto la possibilità di esercitare sul flusso dell’urina un controllo un po’ più stretto di quello di un poppante. Mentre aspettavo là seduto, immaginando la procedura e sfogliando le copie di «People» e «New York» ammucchiate le une sulle altre, pensai, Ma non è questo il punto. Gira sui tacchi e tornatene a casa.