un mio racconto

CHICCEN

di Rossano Astremo

È il piatto che tuo marito gradisce sopra ogni cosa: coniglio e polenta.

È una sera come tante. L’autunno è giunto d’improvviso, con il suo carico di piogge ed angosce.

Chiara, tua figlia è nella sua stanza. Sta terminando i compiti. Domani ha un’interrogazione d’inglese. La professoressa è una di quelle stronze incapaci che non conosce la materia e copre queste sue vergognose lacune infarcendo i suoi alunni con cattiverie ed acidità.

Tuo marito, di solito, a quest’ora è già a casa. Non ami i suoi ritardi, non ami per nulla che le sicurezze della consuetudine possano essere messe in crisi da ingiustificate mancanze.

Di solito, ad ogni suo ritardo corrisponde una tua chiamata.

Stamattina, però, avete litigato, come non accadeva da anni.

Stenti a ricordare persino la ragione di un simile litigio.

Ciò che non dimenticherai mai è durezza delle parole uscite dalla bocca di tuo marito. Una durezza di linguaggio che si lega ad una durezza d’espressione. Bocca spalancata, occhi fuori orbita, mani a fendere l’aria, spigolose e sinistre.

È questa la ragione del coniglio e polenta.

È il piatto della riappacificazione.

È quello che prepari sempre nei momenti in cui la verticalità del vostro amore sembra subire vorticose oscillazioni.

Hai ancora la ricetta che tua suocera scrisse con meticolosità per te oltre tre lustri fa: “Fai andare il coniglio coperto e a fuoco basso. Dovrà cuocere per circa un’ora e mezzo. Dopo tre quarti d’ora potrai aggiungere qualche verdura (non molta): patate a tocchetti, piselli, fagioli freschi. Poi prepara il seguente complemento della salsa, da aggiungere un quarto d’ora prima della fine della cottura con un po’ di prezzemolo tritato: in una tazza metti una noce di burro e un cucchiaio di farina e versaci sopra a poco a poco del brodo bollente, mescolando continuamente col cucchiaio di legno. Quindi versa nella pentola del coniglio e mescola tutto. La salsa, che è il meglio del piatto, deve essere abbondante e non troppo densa. Per ciò che concerne la polenta, so che non hai bisogno di indicazioni”.

:::

Senti la porta aprirsi.

È lui. Solo venti minuti di ritardo. Tiri un sospiro di sollievo.

Ora entrerà in cucina, si avvicinerà a te, ti abbraccerà e ti donerà un morbido bacio sul collo.

Segno della resa, della rinnovata tregua, della cessata ostilità, dell’incanto ridonato della vita coniugale.

‘Devo parlarti’. Ecco le sue prime parole. Servite fredde, come il neon che brucia lo spazio privato che vi contiene.

Ora siete l’uno davanti all’altro, separati da un piccolo tavolo rettangolare. Sulla soglia della cucina è apparsa anche Chiara, immobile, bloccata dall’elettrica foratura dei vostri sguardi.

Gli occhi di tuo marito: il demonio di stamattina ha lasciato il posto allo spettro di questa sera. I suoi occhi sono sfere liquide prive di contenuto.

Il primo pensiero che prende forma dentro di te è ‘Siamo un quadro di Edward Hopper. La mia famiglia è un quadro di Hopper. Lo stesso deserto, la stessa artificialità, tre instabili pedine che assieme comunicano solitudine’.

Tuo marito abbandona la stasi e parla e tu, prima che lui inizi ad emettere suoni, sai già che quelle sue parole saranno il piombo che ti affosserà e senti il piombo divenire pellicola che avvolge il tuo cuore e percepisci l’inizio del suo sgretolamento e bastano poche lettere messe le une dietro alle altre per comprendere che lo sgretolamento non solo arriverà ma sarà teatro, rovina e marcescenza.

‘Sono innamorato di un’altra donna. Da sei mesi. Lei aspetta un bambino. Ora andrò in camera, prenderò le mie cose ed andrò da lei. Evitiamo drammi inutili. Io non sono felice qui. La mia felicità è altrove’.

Il suo discorso. Coinciso. Scientifico. Mortale.

Si volta, va a preparare la sua valigia.

Chiara è corsa nella sua stanza. Ha sbattuto la porta. E ora starà piangendo e sai che, quando lui sarà andato via, è da lei che dovrai andare. L’abbraccerai come non hai mai fatto e le asciugherai tutte le lacrime e con esse ti nutrirai.

Perché lo sgretolamento del tuo cuore può attendere.

Ora sei sola nella tua cucina. Il coniglio continua a cuocere.

Pensi al suo corpo. Al corpo di quell’uomo che per anni è stato accanto al tuo.

Una testa, un collo, un torso, due braccia e due gambe.

Ora lo figuri nella mente disposto lungo la linea immaginaria che unisce cielo e mare: sospeso e nudo.

‘Hopper lascia spazio a Magritte’, pensi.

È uscito senza neanche salutare.

‘E’ così che tutto finisce’.

Il coniglio non cuoce più. Non è necessario preparare la polenta.

‘Coniglio e polenta’ ora è il piatto del crollo.

In fondo tu e Chiara non tollerate l’odore che emana il coniglio cotto.

Domani andrete dal giapponese in via dei Serpenti a mangiare sushi.

Ora spegni la luce della cucina e corri da tua figlia.