Paul Auster, Uomo nel buio (Einaudi, 2008): incipit

tratto da Uomo nel buio

di Paul Auster

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Sono solo nel buio a rigirarmi il mondo nella testa mentre attraverso con fatica un’altra crisi d’insonnia, un’altra notte in bianco nei grandi spazi selvaggi d’America. Di sopra, mia figlia e mia nipote dormono ognuna nella propria stanza, sole anche loro: la mia unica figlia Miriam, di qua-rantasette anni, che dorme sola da cinque, e la sua unica figlia Katya, di ventitré, che dormiva con un ragazzo di nome Titus Small, ma ora Titus è morto e Katya dorme sola col suo cuore spezzato.
Luce intensa, poi buio. Il sole che entra da ogni angolo di ciclo seguito dal nero della notte, le stelle silenziose, il vento che fa stormire i rami. È la norma. Abito in questa casa da più di un anno – cioè da quando mi hanno dimesso dall’ospedale. Miriam aveva insistito che venissi qui, e all’inizio eravamo noi due soli più un’infermiera diurna che mi accudiva quando Miriam era al lavoro. Poi, tre mesi dopo, la disgrazia si abbattè su Katya e lei lasciò la scuola di cinema di New York per tornare a vivere con sua madre nel Vermont.

I genitori lo avevano chiamato come il figlio di Rembrandt, il bambino dei quadri, il piccolo con la chioma d’oro e il cappello rosso, lo scolaretto sognante che si arrovella sulla lezione: il bambino, insomma, che diventò un ragazzo dilaniato dalla malattia e morì nei suoi vent’anni, proprio come il Titus di Katya. È un nome maledetto, un nome che si dovrebbe mettere al bando per sempre. Ripenso spesso alla morte di Titus, all’orrore di quella morte, alle sue immagini, alle sue conseguenze disastrose per la mia disperata nipote, ma ora non voglio andare su quel terreno, non posso andarci, devo tenerlo il più lontano possibile. La notte è ancora giovane, e mentre sto supino con gli occhi che guardano nel buio, un buio così nero che non si vede il soffitto, comincio a ricordarmi il racconto che ho iniziato la notte scorsa. Quando il sonno non vuole venire faccio così. Rimango steso a letto e mi racconto storie. Forse vorranno dire poco, ma fino a quando sono al loro interno mi impediscono di pensare alle cose che preferirei scordare. Restare concentrato, però, può essere dura, e il più delle volte la mia mente finisce per scivolare dalla storia che cerco di raccontare alle cose cui non vorrei pensare. Non posso farci nulla. Fallisco a ripetizione, sono più i fallimenti dei successi, ma questo non significa che non faccia il possibile.