Giorgio Vasta, Il tempo materiale (minimum fax, 2008): recensione

Leggere Vasta genera allucinazioni

di Rossano Astremo

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“Il tempo materiale” di Giorgio Vasta è il romanzo dell’allucinazione. Apro a caso una pagina del libro. Ecco. Pagina 168: “Mentre sulla mia testa grava un magma nero e l’ape regina – l’ostaggio nomade al centro del magma – non ha scelto ancora dove annidarsi, Stato e Br coincidono. Le loro logiche coincidono. Il loro linguaggio, osservandolo da vicinissimo, coincide. Lo Stato brigatista. La statalizzazione delle Br. La fabbricazione e la distruzione, l’ordine e il disordine. Equilibrare, squilibrare, equilibrare di nuovo. Come nelle traiettorie del volo. Come nella costruzione di una frase”. Ora, lo stato di allucinazione che genera la lettura del romanzo di Vasta è dettato dal fatto che l’io narrante è un undicenne che vive nella Palermo del 1978 e che, assieme a due suoi amici, totalmente affascinati dal linguaggio e dalle azioni delle Brigate Rosse, cerca di replicare nella logica del suo piccolo mondo preadolescenziale l’eversione dell’organizzazione fondata da Franceschini, Curcio e Cagol nel 1970. Nimbo è un undicenne che parla come un comunicato delle Br, un undicenne che decide di agire come le Br, attuando, assieme a Volo e Bocca operazioni quali il rapimento di un compagno di classe, un undicenne che verrà fagocitato dalle sue stesse malevoli azioni, scontrandosi con la follia del suo piano, tanto lucido quanto sgranato, e divenendo vittima del più totale dei sentimenti, l’amore. Vasta, attraverso la creazione del suo piccolo protagonista, dà vita ad un’operazione allegorica di grande suggestione sul tema “estremismo malattia infantile del comunismo”, come ha giustamente osservato il critico Stefano Giovanardi, e lo fa (ed è in questo che l’autore crea un gap tra sé e molti autori della sua generazione) utilizzando una lingua superba, ricercata, precisa, suggestiva, ossessiva e visionaria.