Jonathan Coe, Questa notte mi ha aperto gli occhi (Feltrinelli, 2008): incipit

Incipit di Questa notte mi ha aperto gli occhi

di Jonathan Coe

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Io e la musica

Quando chiudo gli occhi e mi perdo nei ricordi, la prima cosa che vedo è il giardino sul retro della casa dei miei genitori, sulle Lickey Hills, appena fuori Birmingham. Ho otto anni, sono seduto al pianoforte e sul leggio davanti a me è appoggiato uno spartito.
Il titolo del brano è L’allegro contadino, ma la tastiera resta muta. Invece di suonare, guardo fuori dalla finestra: il piccolo rettangolo verde del prato mi invita a giocare, e i rami del sommacco che lo sovrastano costituiscono un richiamo irresistibile ad arrampicarmi. So che dovrei esercitarmi, la mia insegnante sarà qui da un momento all’altro e si arrabbierà di sicuro quando scoprirà che non ho fatto niente. Ma i puntini neri di cui è costellato lo spartito mi spaventano e mi annoiano. Mi sembra che non abbiano alcun rapporto con la musica che mi echeggia in testa e a cui vorrei disperatamente dar vita. L’unico problema è che io non ho nessuna voglia di imparare a farlo. Vorrei che le note scorressero fuori da me in un flusso libero e spontaneo.
Bene, la mia insegnante mi scaricò piuttosto rapidamente, o fui piuttosto io a scaricarla. A meno che non siano stati i miei genitori a decidere di lasciar perdere. Qualunque fosse la ragione, feci solo poche lezioni prima di essere abbandonato al mio destino. Qualche mese dopo, ricevetti in dono per il mio compleanno una chitarra che, negli anni successivi, diventò il mio strumento di elezione.
Eppure, da un altro punto di vista, quello fu l’inizio della mia rovina. Nei primi anni settanta, se uno viveva in un mondo dove imperava la musica pop e la radio era perennemente sintonizzata su Radio One, era abbastanza facile riprodurre un brano musicale con la chitarra. Il mio mito all’epoca era Marc Bolan dei T. Rex, così imparai in fretta ad accompagnarlo mentre si esibiva in Hot Love o Metal Guru o Children of the Revolution. Riuscire a padroneggiare la sequenza di accordi in circa dieci secondi non fu che una conferma del fatto che la musica era ben diversa dalla scrittura, in cui avevo cominciato a cimentarmi. Scrivere richiedeva molta pazienza e lunghe ore di meticoloso lavoro. La musica, che su di me ha sempre avuto un impatto più diretto ed emotivo della scrittura, era molto più elementare. La semplicità delle mie canzoni preferite mi trasse in inganno, inducendomi a pensare che la musica fosse una forma d’arte democratica, alla portata di tutti. A quanto mi risultava, chiunque poteva cimentarvisi. E così continuai a strimpellare, perfettamente soddisfatto dei pochi, semplici accordi che costituivano il mio repertorio.