Nicola Lagioia su David Foster Wallace: da “Lo straniero”

Il suicidio di David Foster Wallace

di Nicola Lagioia

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Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: “è morto uno di noi…”, “lo sentivo vicino come un fratello…”, “adesso mi sento persino più solo di prima…”, “si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?” Questo, molto semplicemente, il tenore dei commenti a botta calda. Io stesso – che lavoro per la casa editrice che ha pubblicato Foster Wallace fuori dagli States per prima – sono stato raggiunto telefonicamente da persone che non sentivo da mesi o che conosco solo di sfuggita: nessuna pruriginosa richiesta di informazioni sul perché e sul percome del gesto, né la voglia di chissà quale analisi definitiva sull’esperienza letteraria dell’autore di “Infinite Jest” – piuttosto, la voglia di condividere con qualcun altro che presumibilmente ha fatto esperienza dell’universo-Foster Wallace una notizia pubblica che, inaspettatamente, irrompe nel privato. Irrompe nel privato e fa male, questo il punto. “Cosa sta succedendo?” mi sono chiesto allora.
A differenza di Hemingway, David Foster Wallace non era una star. Non era neanche un divo della pura assenza come Thomas Pynchon. Si trattava di una persona schiva e gentile, che non se la tirava, e che al delirio metropolitano degli scenari alla Bret Easton Ellis preferiva la quiete nascosta e forse anche monotona delle università di provincia. Dunque, lo sgomento provocato dalla sua morte c’entra poco con l’isterico falò dell’effimero che circonda i campioni della società dello spettacolo quando escono di scena. Tra l’altro, molte delle persone che, appresa la notizia del suicidio, hanno sentito il bisogno di incontrarsi o semplicemente di mettersi in contatto tra di loro (non tanto gli addetti ai lavori, ma i puri e semplici e sacrosanti lettori), interpellate sui propri gusti letterari, hanno indicato – più o meno confusamente, fuori da ogni ordine cronologico, ma sempre con passione – in Philip Roth e in Cormac McCarthy e in Houellebecq e in Céline e in Philip Dick (questi ultimi due, considerati giustamente a tutti gli effetti dei contemporanei) i loro scrittori di riferimento per il presente, le loro bussole di carta. Solo qualcuno metteva al primo posto Foster Wallace. Dunque, molto spesso, ad andarsene non era stato neanche il loro autore preferito. “E tuttavia”, mi hanno tutti detto, “se si fosse suicidato Roth o McCarthy, mi sarebbe dispiaciuto moltissimo non poter leggere i loro prossimi libri. Ma come dire… non avrei sentito tutto questo scombussolamento emotivo”. E per quale motivo? “Era uno di noi… solo più talentuoso”, di nuovo l’immancabile risposta.

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