Mario Desiati, Il paese delle spose infelici: intervista

Desiati, l’amore e la putrida Taranto

di Rossano Astremo

Chi ha vissuto l’adolescenza agli inizi degli anni ’90 nella provincia di Taranto non farà fatica a riconoscersi nella descrizione compiuta da Mario Desiati nella sua ultima fatica, “Il paese delle spose infelici” (Mondadori). L’alienazione di pomeriggi sempre troppo vuoti, l’incontro con le droghe e l’alcol, il calcio, l’ascesa dell’ex picchiatore fascista Cito, la scoperta del porno, il frastuono di chitarre elettriche sparate nelle cuffie per stordirsi, il polo siderurgico, simbolo estremo di una terra invasa dal male. Quello di Desiati non è solo un romanzo sul nostro meridione marcescente, ma racconta, attraverso la storia di tre ragazzi, Veleno Zazà ed Annalisa, il potere totalizzante e distruttivo dell’amore.

Mario, il tuo romanzo può avere, a mio modo di vedere, diverse chiavi di lettura. Una può essere quella di identificarlo come romanzo rappresentativo di quella generazione di ragazzi nati negli anni ’70, che ha vissuto l’adolescenza in quel decennio fragile e incognito che è rappresentato dagli anni ’90. Qual è la peculiarità di quel periodo, rispetto ai decenni precedenti, e perché hai voluto rappresentarlo?

è un periodo di felicità illusoria per quel branco di cani randagi composto da Veleno e i suoi amici. La vitalità che esprimono é autenticamente dirompente, tre anni dopo la fine della guerra fredda sembrava che stava per arrivare il migliore dei mondi possibili… forse non é stato così.

Perché è presente con costanza il riferimento all’ascesa al potere di Cito. Quale rivoluzione ha rappresentato il citismo per Taranto e i tarantini tanto da meritarsi ampio spazio in un romanzo che fa della difficoltà di crescere, vivere ed amare in un paese del sud il suo tema portante?

Cito è l’emblema di come cambia la società mediatica e politica italiana, dieci anni prima di Berlusconi e Veltroni, Cito è un politico moderno, ma il lato oscuro del moderno, quello che inevitabilmente entra nella vita dei protagonisti. La storia entra nella vita privata, come può la letteratura non tenerne conto?

Al racconto delle vicende esistenziali dei tre protagonisti, Veleno, Zazà e Annalisa, si accosta sempre il respiro della legenda popolare, con il continuo riferimento alle tragiche vicende delle spose infelici di Martina. Il tutto dà alla narrazione una struttura sospesa, a volte quasi atemporale. Come mai questa scelta?

Ho tenuto il passo dei miei ricordi e delle mie suggestioni, i protagonisti che in questi anni sono vissuti con me hanno sempre mantenuto un loro aspetto di non  definizione e questo spazio ho tentato di riprodurre.

Quanto difficile è stato per uno scrittore uomo lavorare su un personaggio complesso e tragico quale quello di Annalisa?

Nessuno perché Annalisa esiste e io sono pazzo di lei.

Una considerazione sulla lingua. Rispetto ai tuoi due precedenti romanzi in “Il paese delle spose felici” c’è il ricorso ad una lingua più ricercata, fortemente lirica, che s’abbassa di tono solo quando presenta i termini dialettali di alcuni dialoghi. Come mai questo cambio di passo?

La voce dello scrittore e la voce del romanzo sono a volte stili inconciliabili.