Un piccolo intervento sulla prosa di Emanuele Trevi

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Emanuele Trevi, nel gorgo oscuro della vita

di Rossano Astremo

C’è una sottile linea di senso che tiene uniti i libri pubblicati da Emanuele Trevi, critico letterario e scrittore romano tra i più illuminati della sua generazione.

Questa sottile linea è rappresentata dalla necessità della sua scrittura di farsi esperienza autentica, di obliare ogni idea di finzione e costruire mondi di parole che dicano di sé, in trasparenza, in chiarezza, senza invenzioni d’ogni sorta.

Per Trevi la scrittura è un corpo a corpo con la propria vicenda personale, con quelle parti nascoste, quelle zone d’ombra, che restano nascoste, parzialmente o totalmente, durante il menage di tutti i giorni e che solo la pratica intima del solcare la carta con l’inchiostro può mettere totalmente in evidenza.

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Questa sua vocazione è evidente sin dall’incantevole Istruzioni per l’uso del lupo[1], lettera sulla critica destinata al suo amico e scrittore Marco Lodoli, nella quale Trevi si interroga sul proprio mestiere di critico.

Dopo aver abbandonato il buio mondo accademico, Trevi si convince del fatto che la riflessione sulla letteratura debba svincolarsi dalla spietatezza e complessità linguistica con la quale molti addetti ai lavori si esprimono: “(…) un ragazzo di vent’anni che sostiene un esame o scrive una tesi di laurea o magari inizia a pubblicare qualche saggio, tenderà non solo e non tanto a esprimere delle idee personali, così come la pensa, ma ad essere ammesso in un linguaggio, nel corpo mistico del linguaggio critico[2]” .

In poche pagine Trevi smonta questa visione criptica del ruolo del critico letterario, invaso da strutture, grafici e gabbie, sostituendo ad essa un’immagine più umana e libera della riflessione sulla letteratura: “Noi abbiamo bisogno di ripulire la testa di tutte le parole astratte che si sono accumulate negli anni infelici dell’apprendistato. Una testa ripulita sa cosa andare a pescare nei libri[3]”.

Sembra quasi, e la scelta della forma-lettera lo testimonia, che quel “noi” che più volte Trevi utilizza nelle Istruzioni non sia altro che un “io nascosto”, perché le parole che appaiono sulla carta non sono altro che una sorta di manifesto per se stesso, di vangelo laico da seguire da lì in avanti nel suo mestiere di critico letterario.

Il Marco a cui si rivolge è una sorta di espediente retorico che Trevi utilizza.

È a se stesso che parla, scolpendo parole dal cui riflesso potersi poi abbeverare: “La critica a cui penso è un esercizio spirituale dalle possibilità immense. Si tratta, essenzialmente, di mettere a tacere se stessi, di calare lentamente, parola dopo parola, al centro di un silenzio luminoso[4]”.

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Con il libro seguente, Musica distante[5], Trevi mette in pratica i semi teorici sparsi in Istruzioni per l’uso del lupo. Attraverso l’espediente del sistema delle virtù, utilizzando, quindi, le quattro virtù cardinali e le tre teologali come i cardini e i decumani di una città ideale, Trevi costruisce una pianta per leggere non solo non solo opere letterarie, ma anche figurative, passando da Leopardi a Kafka, da Jacopone da Todi ad Alain-Fournier, da Apuleio a Joyce, in un continuo salto spazio-temporale in cui il lettore scopre, come puntualmente osservato in seconda di copertina, “il candore e l’azzardo di chi cerca di scoprire nei libri e nelle immagini dipinte un senso ultimo delle cose, un ammaestramento, però senza farsi prendere dalla tentazione universalizzante e senza mai nascondere la natura parziale del proprio ragionare, ovvero senza mai perdere la consapevolezza di stare cucendo ‘intorno al profilo evanescente di sette nomi le idee che possono combaciare con il loro vuoto’. E si tratta di un vuoto che nel tempo ha lavorato limando, erodendo anche i significati di queste virtù”.

Non deve sorprendere, proprio come conseguenza di questa erosione progressiva degli autentici significati delle virtù, che la riflessione sul racconto I morti di James Joyce, tratto da Gente di Dublino, sia inserita nel capitolo in cui si parla della “giustizia”. La musica distante del titolo trae origine proprio da quella distant music che Gretta, protagonista, assieme al marito Gabriel, del racconto joyciano, ascolta sulle scale, alla fine di un ricevimento insignificante, e la musica le riporta alla mente l’immagine di un ragazzo morto per lei tanti anni prima: “Il giovane malato, che aveva sperperato l’ultimo residuo di vita sotto la finestra dell’amata, è tornato fra i vivi – la memoria è riuscita a farsi carico di quel purissimo lume di passione, e gli ha assegnato un luogo dentro il linguaggio parlato dei vivi, dentro la giornata di festa, dentro la camera d’albergo abitata dai due sposi[6]”.

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E se in Istruzioni per l’uso del lupo Trevi ci offre una fetta della sua biografia, quella riguardante la passione smisurata per il suo mestiere di critico, poi espansasi nel successivo Musica distante, in I cani del nulla[7] è il suo piccolo nucleo familiare a salire sul palco della rappresentazione.

Il titolo si riferisce ad un testo poetico di Gabriele D’Annunzio, risalente al 31 ottobre 1935, epigrafe per il progettato cimitero dei suoi cani nei giardini del Vittoriale. L’analisi dei versi che compongono la lirica dannunziana diventa leitmotiv che struttura l’intero libro, storia di un marito e una moglie, la cui vita si caratterizza per il suo essere irrazionale e ingestibile, proprio come quella della loro cagnetta Gina: “Noi e il nostro cane. La casa – come navicella spaziale alla deriva nel vasto, tranquillo universo, sorretta e cullata nel suo viaggio inconsapevole delle tiepide correnti della notte occidentale. Una notte qualunque, protetta e appagata dalla sua qualunquità, tanto per dire. E noi con lei[8]”.

È l’assenza di azione a colpire maggiormente in queste pagine.

Nulla accade. Tutto si svolge nella totale assenza di motivazioni.

Il marito, scrittore, e sua moglie, protagonisti della storia, alternano le loro discussioni sul senso della poesia, in generale, e sul senso della lirica dannunziana, in particolare, alle preoccupazioni causate dal continuo fibrillare della piccola cagnetta: “Ormai la so a memoria. ‘Qui giacciono i miei cani…’. È lento, pacato, riflessivo: come se volesse dire una cosa semplice e nello stesso tempo importantissima; un bilancio definitivo, un dato di fatto. Qui giacciono i miei cani, questa è la mia vita che sta finendo, questi cani sono il mio specchio, io sono lo specchio dei miei cani…[9]”.

Questo gioco di specchi che sintetizza il rapporto tra D’Annunzio ed i suoi cani sembra essere lo stesso che scandisce la vita dell’io narrante e della sua Gina. Una vita di paure, confusioni, smarrimenti, nella quale l’amore sembra non poter bastare a colmare il vuoto che nel corpo s’agita e tutto satura. Quando la successione dei pensieri dello scrittore viene sostituita dalla descrizione di un’azione, quado l’impasse “narrativo” lascia spazio ad un movimento, tutto rimane nel superfluo, nel basso quotidiano, come dimostra la scena in cui Gina fa suo un assorbente della moglie dello scrittore, godendo del forte odore emanato.

“La nostra vita procede – tra cose che accadono a nostra insaputa, cause imperscrutabili, fatti concreti ma privi di senso. Presagi, rimozioni, false analogie. L’unica cosa alla quale attribuiamo, di giorno in giorno, un valore sempre crescente è la poesia di D’Annunzio sui cani[10]”.

Le ora passano, tra i dialoghi e i silenzi con la moglie e le passeggiate a cui Gina lo costringe, per l’espletamento dei suoi consueti bisogni. A fine giornata ciò che resta è questa riflessione: “Siamo qua, siamo tutti dentro, è arrivata l’ora di tirare il catenaccio. Dunque questo, almeno questo, sembra vero: è passato un altro giorno, siamo in salvo, abbiamo ficcato un altro dito in culo alla morte e alla disperazione, un gesto di inutile sfida, si potrebbe obiettare, non risolutivo, puramente dilatatorio: però, intanto, è ora di andare a dormire…[11]”.

Pagine di smarrimento, dove l’esistenza del protagonista e della sua “famiglia” sembra avvolgersi su se stessa in una spirale di vuoto e nonsense, perfettamente collimante coi versi finali dell’ossessiva lirica del poeta vate: “Ogni uomo nella culla / succia e sbava il suo dito / ogni uomo seppellito / è il cane del suo nulla[12]”.

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Alla spietatezza di I cani del nulla fa seguito Senza verso. Un’estate a Roma[13], descrizione di un’estate, quella del 2003, che verrà di certo ricordata per la sua calura opprimente, trascorsa da Trevi interamente nella sua Roma.

Non c’è più traccia della moglie, né di Gina. La sua vita ha subito una profonda trasformazione. Un momento di certo non facile per lo scrittore romano: “Pensavo spesso alla forza della depressione, e mi veniva in mente una goccia di liquido nero, un liquido straordinariamente concentrato, vischioso, un olio o un’essenza nerissimi, una sola goccia capace di intorbidare tutto un lago di acqua pura, cristallina[14]”.

Dietro questa struttura diaristica, però, Senza verso nasconde un accorato e struggente ricordo di una delle persone che più ha segnato la formazione intellettuale dello stesso autore, il poeta Pietro Tripodo, scomparso nel 1999 dopo una lunga e angosciante malattia.

L’estate del 2003 di Trevi, scandita da una quotidianità banale, senza picchi di eventi o incontri degni di nota, lascia spazio all’infittirsi dei ricordi dell’amico scomparso, autore di due opere significative, Altre Visioni, pubblicato dalla casa editrice romana Rotundo nel 1991 e Vampe del tempo, dato alle stampe da una galleria romana nel 1998, in 120 esemplari, che segna l’abbandono da parte di Tripodo del verso, per aderire ad una struttura prosastica, senza verso appunto, ma che conserva tutte le caratteristiche della lirica. Così Trevi sintetizza il “carattere” di Tripodo: “Dopo averlo frequentato e amato per un lungo periodo della mia vita, sono giunto alla conclusione che ogni azione, per Pietro, si materializzava solo al termine di un lungo ed elaboratissimo circuito fobico, ossessivo, nevrotico[15]”.

Il viaggio di Trevi parte dalla Basilica inferiore di San Clemente, dove, nella zona sotterranea, è possibile scorgere il celebre affresco, quello in cui San Clemente gioca un brutto scherzo ai suoi persecutori, il nobile Sisinno e i suoi due servi Gosmar e Albertel, i quali scambiano un pezzo di marmo per lo stesso Clemente in carne ed ossa. L’affresco è famoso per le parole pronunciate da Sisinno ai suoi servi, Fili dele pute traite, una sorta di fumetto ante litteram che viene considerato una delle prime manifestazioni del nostro volgare.

Nell’afosa estate romana Trevi incontra alcuni personaggi, per nulla fittizi, che animano l’intellighenzia romana, da Alberto Castelvecchi, editore dell’omonima casa editrice, tra le altre cose primo editore dello stesso Trevi, e autore della burla letteraria Sesso estremo. Pratiche senza limiti nell’epoca cyber, pubblicata sotto lo pseudonimo Reverendo William Cooper, che ospita Trevi per alcuni mesi nella sua casa, dopo che lo stesso è costretto ad abbandonare la sua abitazione perché infestata dagli scarafaggi (“Quando gli scarafaggi hanno invaso il lavello della cucina ho capito che era arrivato il momento di cambiare casa[16]”), a Tommaso Pincio, autore di Lo spazio sfinito (“Lo spazio sfinito si potrebbe definire più esattamente un manuale di sparizione e non c’è nessuno al mondo, credo, che presto o tardi non si trova di fronte alla necessità o al desiderio di sparire[17]”), presentato da Trevi in una veste insolita, quella di vicino di casa.

È, comunque, nelle pagine dedicate all’amico e poeta Tripodo che Trevi raggiunge gli esiti più alti del suo scritto autobiografico: “Il periodo del coma aveva lasciato in Pietro, più che dei ricordi continuati, una serie di immagini o di pensieri suscitati da immagini che non avevano un preciso ordine cronologico. Come tanti altri che avevano attraversato condizioni simili di sospensione temporanea tra la vita e la morte, anche Pietro si era sentito staccato dal suo corpo, leggero, attratto verso l’alto come un palloncino verso il soffitto[18]”.

E cos’è Senza verso se non un tendere da parte dell’autore verso l’alto, un tentativo costante di dialogare con l’amico scomparso, di valicare gli ambienti sotterranei che lo soffocavano nelle prime pagine per guardare il cielo e scorgere anche solo per un attimo l’immagine di Pietro.

Trevi è riuscito a costruire un’apologia dell’amicizia che lascia di stucco ed emoziona.

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Con L’onda del porto[19] Trevi prosegue il suo atipico percorso creativo.

Anche tra queste pagine emerge il tratto distintivo della sua prosa, ovvero il rifiuto dell’attuale culto del romanzo, della capacità multiforme di questo genere di produrre intrecci e immaginazione. Trevi non appartiene a questa categoria e, nelle prime pagine di questo suo libro, ironizza sui denigratori della sua scrittura, quelli che lo tacciato di ombelicalismo: “A differenza dello scrittore d’immaginazione, colui che racconta i fatti propri finisce fatalmente per attirare su di sé una fama equivoca. È sempre in agguato la celebre questione dell’ombelico,del guardarsi l’ombelico[20]”.

Sempre sulla questione, conclude dicendo: “Con terrore, scoprendosi prudentemente la pancia, ci si rende conto che tutto il mondo, lo si voglia o meno, è un ombelico. E dentro questo ombelico, le ombre sono così profonde che non ci sono mai stati, né mai ci saranno, sensi o parole o concetti minimamente adeguati a quell’oscurità[21]”.

L’onda del porto (il titolo traduce il termine giapponese tsunami) è la storia di uno scrittore romano in crisi creativa che lascia una Roma piovosa e gelida per una vacanza in India programmata prima della strage del 26 dicembre 2004.

La prima tappa del suo viaggio è Mullur, un posto davvero poco interessante.

Mentre i giorni passano, però, quello che deve essere la prima tappa del suo viaggio inizia a trattenerlo, come se fosse dotata di una volontà propria e di un progetto nei suoi confronti: “Ma un viaggio che si ferma alla prima tappa, è ancora un viaggio? E se non lo è, c’era forse un altro nome più adatto? E questo possibile nome adatto era necessario a qualcosa, avrebbe portato un qualche miglioramento alla situazione? Non è forse vero che la vita, in certe contingenze imprevedibili e in certi periodi più o meno prolungati semplicemente perde il suo dizionario, riducendosi alla successione di eventi inclassificabili e privi di definizione, di premesse e conseguenze, di un significato apparente?[22]”.

Incontra Vijesh e Vinosh, due ragazzini che gli si fanno incontro e con i quali stringe amicizia, che lo conducono nei posti più impensabili di Mullur e che gli presentano Neema, una donna italiana che dirige, assieme a J.P., un uomo del posto, una scuola per bambini di strada. Molto significativo questo passaggio: “Si concentrò in particolare sulla mancanza di argomenti, sulla mancanza di interesse che gli suscitava il mondo, fino a poco tempo prima così amato, e così ricco, ai suoi occhi, di tesori innumerevoli. Come se anche la sua vita, aggiunse indicando le prime luci delle barche che si accendevano all’orizzonte, fosse stata investita da una specie di tsunami, che ritirandosi avesse scoperto non più le cose che c’erano prima, ma il loro impasto schiacciato ed informe[23]”.

L’incontro con Vijesh e Vinosh, le ore passate a dialogare con Neema, determinano, comunque, nell’autore un minimo smottamento interiore, una sorta di carsica messa in discussione del nulla che sino a quel momento si era impossessato della sua vita. Il finale è lirico e struggente, con lo scrittore e Neema che comprano una tartaruga da un pescatore pur di liberarla e di evitarne l’uccisione.

Uno spiraglio di vita e speranza in un testo carico di dolore e pessimismo.

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Ultima tappa, in questo viaggio nella scrittura di Emanuele Trevi, è rappresentata dalla pubblicazione di Invasioni controllate[24], conversazione con il padre Mario Trevi, decano della psicanalisi junghiana, che, nonostante il suo carattere schivo, si lascia torturare dalle domande del figlio. Dopo aver riempito quaderni, diari, appunti, divenuti poi libri, quelli di cui sopra, dopo aver fatto della scrittura un mezzo per scoprirsi, per comprendersi, per denudarsi, mettendo in piedi pezzi di mondo ruotanti, di volta in volta, attorno ad un gorgo che tutto trascina e tiene assieme, dal suo mestiere di critico letterario alla descrizione della sua vita familiare, dal valore dell’amicizia all’esperienza del viaggio, Emanuele Trevi sente l’esigenza di ritornare alle sue origini.

Invasioni controllate può essere letto come ulteriore tappa di questa costruzione, che diviene anno dopo anno più corposo e significativa, dell’autobiografia di uno scrittore alla continua ricerca di se stesso.

Ecco il figlio che ritorna dal padre, ascoltando lo scandire delle tappe più importanti che hanno caratterizzato la vita del padre, dalla sua esperienza di partigiano e di soldato alla conoscenza con Fenoglio, dall’amicizia con Fellini al periodo di analisi didattica con Ernst Bernhard, senza risparmiare riflessioni sul legame che esiste tra analisi e scrittura. Alla domanda del figlio sulla possibilità di interpretare un romanzo o una poesia come si fa con un sogno, Mario Trevi risponde: “Indubbiamente la letteratura, nel suo aspetto di grande atlante dell’umanità, offre materiali infiniti all’interpretazione. Ma c’è una differenza che per me è sostanziale. Credo che l’imprevedibilità di una persona che affronti una qualsiasi esperienza non sia confrontabile con l’eventuale complessità o oscurità di un testo scritto[25]”.

In quest’affascinante conversazione che mette a confronto due generazioni, c’è un elemento che emerge.

Sembra quasi che Emanuele Trevi, dopo le tante difficoltà riservategli dalla vita, dopo le separazioni, le perdite, le zone di buio della mente, cerchi nella saggezza emanata dalle parole del padre una sorta di nuova nascita, un nuovo zero da cui ricominciare: “Le cose, a differenza di noi, permangono, si tramandano. Possiamo amarle, tenerci, ma hanno un destino che non è il nostro. Più in generale, la saggezza della vecchiaia dovrebbe consistere nella felicità che il mondo continui dopo di noi, in una maniera che non possiamo prevedere, e magari più bella[26]”.

Un insegnamento che Mario Trevi consegna al figlio e, vista la bellezza dello stesso, a tutti i suoi lettori.


[1] Istruzioni per l’uso del lupo, Castelvecchi, Roma, 1994

[2] Op. cit., p. 9

[3] Op. cit., p. 27

[4] Op. cit., p. 44

[5] Musica distante, Mondadori, Milano, 1997

[6] Op. cit., p. 118

[7] I cani del nulla, Einaudi, Torino, 2003

[8] Op. cit., p. 7

[9] Op. cit., p. 40

[10] Op. cit., p. 77

[11] Op. cit., p. 121

[12] Op. cit., p. 3

[13] Senza verso. Un’estate a Roma, Laterza, Roma-Bari, 2004

[14] Op. cit, p. 19

[15] Op. cit., p. 44

[16] Op. cit., p. 18

[17] Op. cit., p. 97

[18] Op. cit., p. 113

[19] L’onda del porto, Laterza, Roma-Bari, 2005

[20] Op. cit., p. 23

[21] Op. cit., pp. 23-24

[22] Op. cit., p. 44

[23] Op. cit., p.77

[24] Invasioni controllate, Castelvecchi, Roma, 2007

[25] Op. cit., p. 93

[26] Op. cit., p. 151