Giuseppe Genna, Italia De Profundis (minimum fax, 2008): una riflessione

La questione-lingua depotenzia l’ultimo Genna

di Rossano Astremo

Sono da anni un estimatore della scrittura di Giuseppe Genna. A più riprese, su questo spazio e su altri, ho espresso pareri positivi su suoi molti libri, con una predilezione nei confronti di quelle opere in cui le dinamiche dell’autobiografia prendevano il sopravvento (“Assalto a un tempo devastato e vile”, “Dies Irae” e “Medium”). La stima per Genna è talmente tanta che, decidendo quale libro portare per i miei dieci giorni di viaggio a New York, la scelta è ricaduta su “Italia De Profundis” (minimum fax, 2008). Ora, “Italia De Profundis” è un libro fortemente coraggiosi, un libro in cui il Giuseppe Genna autore attua una vera e propria intersezione allegorica tra il Giuseppe Genna personaggio, colui il quale nel testo dice “io”, e l’Italia tutta, paese alla deriva, in pura putrefazione estetica e morale. A ciò s’aggiunge il costante lavoro di remix che l’autore compie nei confronti di molte opere di autori del recente passato. In “Italia De Profundis” aleggiano riferimenti al “Petrolio” di Pasolini, alle opere più sperimentali di William Burroughs (“Pasto Nudo”, “La morbida macchina”, “Nova Express”, “Il biglietto che è esploso”) e ad “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace. E nonostante la presenza di pagine di grande impatto emotivo, di pura forza narrativa, di lucida analisi sullo stato larvale dell’Italia (“un luogo che ho disimparato ad amare”), è sulla questione-lingua che l’opera di Genna lascia perplessi. A volte la ricercatezza smodata di termini altri, desueti, dà vita ad esiti scopertamente forzati, fragili, a volte parodistici .

E se è vero che è cifra stilistica di Genna quella dell’iperbole, è pur vero che in “Italia De Profundis” c’è un eccesso che non rende merito all’atto eversivo della trama. E non credo che questa mia impressione sia dovuta al jet leg subito nel post-viaggio.