Il racconto vincitore del piccolo concorso letterario di Chiccen

36h

di Francesco Marocco ed Eva Clesis

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Dopo sette infornate, Lucia scelse trenta bignè che sembravano i meno peggio. Tirò fuori la sfoglia dal frigo, aveva fatto anche quella, preferendo saltare il cinema con le amiche per passare il venerdì sera a piegare una pasta burrosa in otto, ristenderla col matterello e ripiegarla. Anche il suo sabato mattina era sfumato. Stava cuocendo la crema quando il timer del forno annunciò che il pan di Spagna era pronto. Doveva solo infornare la sfoglia, montare la panna, preparare lo sciroppo, farcire…

Avvicinandosi a quel portone per l’ultima volta, Sabino guardò in alto. Tra tutte le finestre del palazzo, la cucina di Lucia risaltava, l’unica che proiettasse un bagliore arancione.

Pensò che se fosse passato di lì per la prima volta, la cosa lo avrebbe incuriosito. Ma la prima volta era andata indietro nel tempo. E non c’era da perderci la testa. Semplicemente l’amore era finito, come finiscono tante cose ogni giorno, dai cereali nella scatola di cartone al mattino fino alle pagine di un libro sul comodino. Con il dito che puntava verso il campanello, Sabino ripeté a mente le parole: Lucia, è finita, lasciamo stare. Schiacciò il pulsante e il portone si aprì. Già presa la decisione, pure avrebbe voluto cambiare idea: se solo Lucia gli avesse aperto la porta, bella come non era mai stata; se l’arancione di quella cucina fosse stato la luce di un fuoco che divora, se… Provò tristezza, come respirare un odore dolce di pasticceria che non fa più gola.

Qualcuno le avrebbe detto che stare in cucina un giorno e mezzo per preparare una Saint-Honoré che non era in grado di fare era patetico. Ma per Lucia era un gesto romantico preparare una delle torte più difficili al mondo per dimostrare al suo ragazzo che lo amava, quando sarebbe bastato comprarne una in pasticceria spacciandola per sua. Si fece una doccia, e quando il campanello suonò aveva i capelli umidi e niente trucco. Di primo c’erano spaghetti alle vongole, il secondo passi, era sul dessert che si giocava tutto. Buttò al volo una tovaglia sul tavolo e corse ad aprire.

Quando Lucia, più sbattuta del solito, gli aprì la porta, e un odore di pasticceria lo raggiunse all’improvviso, Sabino ebbe un fremito: i suoi pensieri si potevano materializzare. Con il piccolo particolare che ad apparire era l’esatto contrario di ciò che voleva.

Lanciò un’occhiata verso la cucina da dove proveniva l’odore e pensò che forse doveva dirglielo subito. Lucia lo vide, e il suo sguardo le sembrò sgonfio e apatico. Avrebbe dovuto mettersi il rossetto. Lo salutò con allegria eccessiva, quasi a fargli le feste.

“Ciao amore! Vieni, sto apparecchiando.”

“Perché invece non andiamo fuori a cena?” rispose Sabino senza pensare.

“Fuori a cena? No! Come? Ho preparato tutto qua” disse lei guidandolo in cucina. Sabino si lasciò portare fino alla sedia, prese posto sotto il lampadario arancione e osservò la montagna di piatti nel lavello. Dalla quantità di stoviglie che Lucia era riuscita a sporcare immaginò che lo aspettasse una cena con antipasti, primo, secondo e dolce. Dolce. Il pensiero lo inquietò. L’avrebbe fatto prima. Gliel’avrebbe detto sul secondo.

Lucia, è finita, lasciamo stare.

Mangiarono senza parlare, ma Lucia non ci badò. Sabino ce l’aveva con lei, negli ultimi tempi doveva sembrargli che le cose tra loro fossero un po’ piatte. Due isole e un ponte e nessuno dei due pronto a fare un passo verso l’altro. Un guizzo, una sciocchezza. Una torta difficilissima. Sorrise mentre Sabino acchiappava le ultime vongole dal suo piatto. Un silenzio perfetto.

Finché lei disse:

“Guarda però che il secondo non c’è”

Sabino fu tentato di prenderlo come un segno del destino, ma quella sera in cucina non c’era spazio per cose divertenti. Guardò il frigo, lì doveva esserci il suo nemico, un dolce talmente colossale da impegnare tutte le stoviglie della casa. Valeva la pena fronteggiarlo subito. Finirla lì.

“Che c’è adesso?” le domandò. Chiuse gli occhi per raccogliere le forze.

“ Il dolce! Ti ho… c’è la torta.” disse Lucia mangiandosi la frase, non voleva anticipare gli eventi, dirgli subito che erano trentasei ore che cucinava per una Saint-Honoré.

Ricordi? La nostra prima cena al ristorante. Io ordinai una fetta di torta e tu mi chiedesti cos’era e mi dicesti che un’altra volta avresti voluto assaggiarla. E usciti dal locale mi desti un bacio, sussurrando: Adesso.

E io te l’ho preparata apposta, pensò Lucia, alzandosi e dirigendosi verso il frigo.

Sabino mandava a mente un conto alla rovescia. Allo zero gliel’avrebbe detto. Poi si sarebbe alzato e sarebbe andato via. Lucia aprì lo sportello, la Saint-Honoré prendeva un piano del frigo tanto era grande.

Un’opera ingegneristica.

La mise in tavola esclamando:

“Ta-daaam”!

Sabino arrivò allo zero. Aprì gli occhi e finalmente disse:

“Lucia, è finita, lasciamo stare!”.

Si alzò, prese il giubbotto dal divano e uscì.

“Lasciamo stare? Non vuoi la torta?” gli chiese Lucia rincorrendolo.

Non era possibile. Doveva dirglielo adesso che l’aveva fatta in casa? Gridarglielo dalle scale? Forse se gliel’avesse detto lui si sarebbe intenerito e sarebbe tornato per assaggiarne un pezzetto.

Ma poi l’avrebbe baciata come la prima volta?

Doveva starglielo a spiegare? Chiamarlo dal citofono?

Bignè, sfoglia, crema, pan di Spagna, panna bianca e scura, sciroppo…

Sentì i suoi passi alla fine delle scale.

Sabino uscì dal portone, ritrovando in strada l’aria per respirare di nuovo.

Guardò in alto, la luce arancione della cucina si spense in quel momento. Restò a fissare la finestra buia, incapace di distogliere lo sguardo. Il fondo della scatola di cereali, la quarta di copertina del libro, il silenzio del cuore quando l’amore finisce. Rimase lì finché gli parve di intravedere un piccolo punto chiaro. Non ebbe il tempo di accorgersene che il puntino gli corse incontro, precipitando verso di lui, diventando sempre più grande.

Il disco bianco gli si appoggiò sul volto, dapprima soffice come una carezza, poi liquido e fresco. Il dolore, e il tonfo di uno schiaffo, arrivarono un attimo dopo. Sabino rimase allibito, mentre si passava una mano sulla faccia, riconoscendo nei pezzi che si toglieva dal viso i bignè della torta di Lucia.