Richard Yates, Revolutionary Road (minimum fax, 2009):l’incipit

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L’ultima eco della prova generale si spense, e gli attori della Compagnia dell’Alloro si ritrovarono senza altro da fare che starsene lì, silenziosi e smarriti, a guardare oltre le luci della ribalta verso una platea deserta, battendo le palpebre; osavano appena respirare, mentre la figura tozza e solenne del regista emergeva tra le nude sedie per raggiungerli sul palcoscenico e dalle quinte tirava fuori, trascinandola rumorosamente, una scala doppia, vi saliva fino a metà, e da qui si voltava e gli diceva, raschiandosi più volte la gola, che erano tipi maledettamente in gamba e che era proprio un piacere lavorarci assieme. «Non è stato un lavoro facile», disse, e i suoi occhiali mandarono freddi barbagli, mentre girava lo sguardo qua e là per il palcoscenico. «Abbiamo avuto un sacco di problemi da risolvere e, se devo essere sincero, ero quasi rassegnato a non aspettarmi granché. Be’, sentite: può darsi che quello che di-co vi sembri retorico e sentimentale, ma stasera, in questo teatro, è accaduto qualcosa: me ne stavo a sedere lì, nel buio, e all’improvviso ho sentito dentro di me che per la prima volta tutti quanti stavate mettendoci il cuore, in quello che facevate
». E allargò le dita di una mano sul taschino della camicia, a indicare che cosa semplice, fisica, fosse il cuore, poi strinse a pugno la mano, per agitarla lentamente, senza dir parola, durante una lunga e drammatica pausa, socchiudendo un occhio e sporgendo il labbro inferiore inumidito in una smorfia di trionfo e orgoglio. «Rifatelo domani sera», disse, «e sarà uno spettacolo coi fiocchi». Gli attori erano sul punto di scoppiare a piangere dalla gioia. Ma si limitarono, tremanti, a esultare e ridere e stringersi le mani e baciarsi l’un l’altro, e ci fu chi andò a cercare una cassetta di birra, e tutti cantarono in coro, raccolti attorno al pianoforte, finché non giunse l’ora di concludere, tutti concordi, che era meglio piantarla lì e andarsi a fare una
bella dormita. «Ci vediamo, a domani!», gridarono, felici come bambini, e correndo verso casa, sotto la luna, si resero conto che potevano benissimo abbassare i finestrini delle automobili e lasciar entrare l’aria, satura del balsamico profumo di terra e fiori appena sbocciati. Era la prima volta che molti dei membri della Compagnia si permettevano il lusso di accorgersi dell’avvento della primavera. L’anno in cui questo accadeva era il 1955; il luogo, una zona del Connecticut occidentale, dove tre villaggi ipertrofici erano da poco confluiti a formare un unico centro lungo un’ampia e rumorosa autostrada, la Statale 12. La Compagnia dell’Alloro era una filodrammatica: ma una filodrammatica costosa e dagli intenti quanto mai seri; i membri erano stati reclutati con la massima cura tra gli adulti più gio-vani delle tre località, e quella sarebbe stata la loro prima
rappresentazione. Durante tutto l’inverno, radunandosi nel soggiorno dell’uno o dell’altro per discutere animatamente di Ibsen, Shaw e O’Neill e votare poi per alzata di mano (era prevalso il buon senso, e la maggioranza aveva optato per La foresta pietrificata), e ancora per distribuire le parti, avevano sentito la loro dedizione farsi, di settimana in settimana, sempre più profonda. Fra sé e sé poteva darsi che considerassero il regista un ometto ridicolo (e lo era, in un certo senso: sembrava incapace di parlare se non in maniera molto accorata, e a volte concludeva il suo dire con un lieve scuotimento del capo, che gli faceva tremolare le guance); ma gli volevano bene e lo rispettavano, credevano pienamente in moltissime delle cose che diceva. «Ogni opera teatrale merita che tutti gli attori diano del loro meglio», gli aveva detto una volta; e un’altra: «Ricordatevi che qui non stiamo semplicemente mettendo in scena un dramma. Stiamo fondando
il teatro di una comunità, ed è una cosa abbastanza importante, questa».

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