Martina Testa intervista George Saunders

Martina Testa intervista George Saunders in occasione dell’uscita di Il megafono spento. Cronache da un mondo troppo rumoroso.

Per gran parte della tua carriera sei stato un autore di narrativa. Quando hai deciso di cominciare a scrivere anche pezzi di non-fiction, e perché?
Penso che dopo l’11 settembre molti americani abbiano provato l’urgenza di esprimere le proprie idee in maniera più diretta, specie riguardo alle questioni politiche. Mentre scivolavamo verso la guerra in Iraq, mi sono reso conto che a loro volta le mie ansie per la situazione politica scivolavano nella mia narrativa sempre più spesso, rendendola meno interessante. E allora ho pensato: Be’, se vuoi scrivere di politica, fallo e basta. E poi ho avuto l’occasione di viaggiare parecchio, per i reportage commissionatimi da GQ, ed è stato emozionante scoprire com’era il mondo reale in confronto a quello che avevo nella testa.

Per te è più facile (o più divertente) scrivere saggistica che narrativa, o il contrario? Ti trovi a dover usare due impostazioni mentali diverse, o due metodi di scrittura diversi?
La differenza principale per me, specie nel caso dei reportage di viaggio, era che non serviva più creare una trama. Si trattava di partire, fare il viaggio, vivere certe esperienze, ed ecco che mi ritrovavo in mano il materiale su cui lavorare. La sfida stava nel descrivere quelle esperienze in maniera onesta e vivida, in modo che la prosa non restasse morta sulla pagina. Quando scrivo narrativa, invece, mi capita di passare un sacco di tempo a scrivere una certa parte per vedere se riesco a farle prendere davvero il volo. Quando ci riesco, benissimo, la tengo, e così si genera un inizio di trama. Ma il più delle volte devo scrivere e riscrivere un sacco di pagine per riuscire a far fare anche un solo passo avati alla storia. Mi porta via tanto di quel tempo. Alla fine ci guadagno in profondità, perché il processo di revisione rende la mia scrittura più onesta, ma spesso ci metto tre o quattro anni (se non otto!) a finire un racconto. Mentre sui pezzi di non-fiction lavoro in maniera molto intensa ma solo per un breve periodo.

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