Mister Ballard!


Tempo, Memoria e Spazio interiore
di J.G.Ballard

Fin dove i paesaggi dell’infanzia di un individuo, così come le sue esperienze emozionali, forniscono un background ineluttabile della sua scrittura immaginativa? Senza dubbio i miei ricordi più vecchi sono della Shanghai delle lunghe estati delle inondazioni, quando le strade della città erano sommerse da due o tre piedi di limacciosa acqua marrone e dove la campagna circostante, nel mezzo della piatta tavola dello Yangtze, era uno specchio uniforme dei campi di riso sommersi e dei canali d’irrigazione che scorrevano pigramente sotto il caldo cocente. Pensandoci bene, credo che l’immagine di un’immensa città semisommersa, ricoperta di vegetazione tropicale, che costituisce il fulcro de il Deserto d’acqua, sia in qualche modo la fusione dei miei ricordi d’infanzia a Shanghai e quelli degli ultimi dieci anni a Londra.

Uno dei temi del racconto è il viaggio a ritroso fatto dai protagonisti da Ventesimo secolo fino al paradisiaco mondo assolato della seconda era del triassico e del graduale acquisto di consapevolezza degli ambivalenti motivi che li hanno spinti in quel passato affiorante. Capiscono che il mare uterino che li circonda, il buio grembo di madre oceano, è sia la tomba della loro individualità, sia la causa della loro vita, e forse le loro paure riflettono la mia inquietudine nel rivivere le esperienze dell’infanzia e nel tentare di esplorare un terreno tanto pericoloso.

Tra la fauna caratteristica del triassico c’erano coccodrilli e alligatori, creature anfibie a loro agio sia in ambienti acquatici sia terrestri, che simboleggiano per l’eroe del racconto i pericoli sommersi della sua ricerca. Ancor oggi ricordo vividamente l’enorme alligatore preistorico sistemato in una stretta fossa di cemento, piena fino a metà di pacchetti di sigarette e carte di gelato nella casa dei rettili allo zoo di Shanghai, che sembrava esser stato spinto a forza, attraverso tante decine di milioni di anni, nel Ventesimo secolo.

Per molti versi questa fusione di esperienze passate e presenti, e di elementi disparati come i moderni palazzi di uffici del centro di Londra e un alligatore di uno zoo cinese, somiglia ai meccanismi con cui sono costruiti i sogni e forse il grande pregio della fantasy come forma letteraria è la sua abilità di mettere insieme idee apparentemente diverse e sconnesse. In larga misura tutta la fantasy serve a questo scopo, ma credo che la fantasy speculativa, come amo chiamare la frangia più seria della fantascienza, sia un metodo particolarmente efficace di usare la propria immaginazione per costruire un universo paradossale dove sogno e realtà si fondono assieme, ciascuno mantenendo le proprie qualità peculiari e assumendo tuttavia in qualche modo il ruolo del suo opposto, e dove, per una logica incontestabile, il nero diventa simultaneamente bianco.

Senza voler suggerire in nessun modo che l’atto di scrivere sia una forma di autoanalisi creativa, sento che lo scrittore di fantasy ha una marcata tendenza a selezionare immagini e idee che riflettano direttamente i paesaggi interni della sua mente, e il lettore deve interpretarli a questo livello, distinguendo tra il contenuto manifesto, che può apparire oscuro, senza senso o angoscioso, e il contenuto latente, il vocabolario privato di simboli estratto dalla mente dello scrittore. Gli universi onirici, paesaggi sintetici e plasticità di forme visive inventate dalo scrittore di fantasy, sono gli equivalenti esterni del mondo interiore della psiche e siccome questi simboli prendono impulso dai periodi più confusi e formativi delle nostre vite, essi sono spesso sculture temporali di una terrificante ambiguità.

Questa zona la considero “spazio interiore”, paesaggio interno ndi domani che è una immagine trasmutata del passato e una delle aree più fertili per lo scrittore che si basa sull’immaginazione. Essa è particolarmente ricca di simboli visivi e mi sembra che la fantasy di tipo speculativo giochi un ruolo molto simile a quello del surrealismo nelle arti grafiche. Pittori come De Chirico, Dalì e Max Ernst, tra gli altri, sono per certi versi gli iconografi dello spazio interiore, durante tutti i loro periodi più creativi si sono interessati alla scoperta di immagini nelle quali la realtà esterna e interna si incontrano e si fondono. Dalì, deplorevolmente, è ora in un totale declino critico, ma i suoi quadri, con i suoi orologi molli e le spiagge minatoriamente luminose, sono di una potenza quasi magica, soffusa da quella curiosa ambivalenza che si può vedere solo sulle faccie serpentine dei quadri di Leonardo.

E’ una cosa curiosa che per i paesaggi di questi pittori, e di Dalì in particolare, si faccia riferimento sempre all’onirico, quando in verità non vi è alcuna somiglianza alla grande maggioranza dei sogni, che in generale si svolgono in ambienti ristretti e al chiuso, un incrocio tra Kafka e Il Diario di Mrs.Dale. Nei sogni immagini fantastiche, come fiori che cantano o sculture soniche, appaiono tanto frequentemente quanto nella realtà. Questo falso parallelo e la consapevolezza che gli scenari e i temi sono riflessi di qualche realtà interiore delle nostre menti, ci dice quanto sia importante la fantasy speculativa nel secolo di Hiroshima e Cape Canaveral.

(apparso su “Women Journalist”, estate 1963; tr.it. G.Carlotti e S.Murer, in J.G.Ballard, Re/Search edizione italiana, Shake ed., MI, 1994)