Peppe Fiore, La futura classe dirigente (minimum fax, 2009)


Il futuro che non c’è nel romanzo di Fiore
di Rossano Astremo

Michele Botta, ventisei anni, napoletano trapiantato a Roma in cerca di fortuna, una laurea ottenuta con il massimo dei voti ed un lavoro presso una giovane società di produzione televisiva, è il protagonista di “La futura classe dirigente” (minimum fax), primo romanzo di Peppe Fiore. Dopo anni di borse di studio, stage non retribuiti e lavori non pagati Botta ottiene il suo primo vero contratto. Potrebbe essere l’anno della svolta ed invece è l’inizio di una crisi profonda, di una violenta discesa agli inferi nella quale il giovane protagonista fa terra bruciata attorno a sé, allontanando tutte le persone a lui care, dalla fidanzata Francesca ai genitori, relegandosi ai margini di una vita fatta di poche cose, lavoro e casa, bevute e visioni di film porno, in un progressivo sfaldamento della sua idea di futuro brillante e felice. Quello di Fiore è un romanzo sull’attraversamento della cosiddetta linea d’ombra, il passaggio quasi mai indolore dalla giovinezza all’età adulta, da una vita ancorata al cordone ombelicale familiare ad una piena di responsabilità e doveri, di scadenza e problemi da risolvere in prima persona. È un romanzo sui trentenni nell’epoca del berlusconismo incontrastato, del fallimento del veltronismo e della crisi nera della sinistra italiana. Eppure nelle sue 400 pagine mai Fiore tocca i toni del tragico. Fiore è ironico. Nel suo libro si ride tanto. Certo, è un sorriso amaro quello che molto spesso affiora sulle labbra dei lettori, ma sembra essere la giusta chiave di lettura per quest’impetuoso ritratto del nostro Paese visto attraverso la confessione dell’io narrante. A ciò si aggiunge lo stile di Fiore che è davvero l’elemento di pregio del libro. Fiore ha un grande talento che è quello di riuscire a parlare per pagine intere anche di facezie con un’eleganza tale che diviene davvero difficile abbandonare la lettura.