Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009): intervista di Rossano Astremo


La spietata adolescenza nella Bari anni Ottanta
di Rossano Astremo

Terzo romanzo per lo scrittore barese Nicola Lagioia. “Riportando tutto a casa” (Einaudi) esce a cinque anni di distanza da “Occidente per principianti”. Nel nuovo libro Lagioia racconta la stori di un’amicizia tra tre ragazzi, Giuseppe, Vincenzo e l’io narrante, ambientata nella Bari degli anni Ottanta. È un libro di iniziazione scritto superbamente da uno dei più talentuosi scrittori dell’ultima generazione.
Perché hai scelto di mettere al centro del tuo libro gli anni Ottanta?
“Gli anni Ottanta sono stati l’epicentro di un sisma invisibile, l’origine o l’ultima decisiva concausa del disastro (politico, civile, esistenziale, identitario) che oggi è sotto gli occhi di tutti. E lì che si è consumata l’ennesima mutazione antropologica degli italiani, quando, immerso in un’atmosfera di gaia idiozia, un intero Paese ha svenduto ciò che restava della propria anima”.
Com’era la Bari di quegli anni? Com’è cambiato negli ultimi anni?
“Durante quel decennio, Bari era – nel bene e nel male – ciò che ogni città degna di questo nome dovrebbe essere sin dai tempi di Dickens e Baudelaire: un luogo in cui fare esperienza. Bari è stata la mia Chelsea, la mia Venice Beach, il mio Bronx: bastavano pochi minuti di motorino per passare dai quartieri chic del centro murattiano alle sale-prova del “canalone” stracolme di fanatici del post punk e della new wave con le Clippers ai piedi alle gigantesche zone dormitorio come Japigia dove l’eroina scorreva a fiumi. Molte città in una, insomma, una punta dell’iceberg tirata a lustro sotto la quale si nascondeva un ventre notturno, feroce, sotterraneo”.
Come mai la scelta di questo titolo preso in prestito da Bob Dylan?

“Amo da sempre Dylan. Ma in questo caso “riportare a casa” ha per me un significato di riscatto generazionale. Se la Storia la scrivono i vincitori, la letteratura spesso si occupa di vinti. E la mia, per adesso, è una generazione messa alle corde, sistematicamente tradita nel corso degli anni, che vive in un paese che non è un paese, con un lavoro che molto spesso non è un lavoro, dentro una vita che non è una vita. È come essere all’indomani del ’45 senza che una guerra vera e propria ci sia stata, stiamo tutti cercando di rielaborare una sorta di trauma senza evento. Eppure, nonostante tutto questo, abbiamo sviluppato un modo completamente nuovo di sentire il nostro tempo, e di tradire, amare, perderci per strada, consumare atti di viltà o di coraggio. Se tutto questo – questo sentimento, questo modo di essere qui e ora – non lo porta in luce la letteratura o le arti in generale, nessun altro può farlo. Ecco cosa significa per me riportare a casa”.
Rispetto al precedente romanzo, “Occidente per principianti”, questo tuo nuovo lavoro sembra essere molto più “caldo”, più sentito…
“Sì, decisamente. Si tratta, credo, di un controcanto caldo e sanguinante rispetto alla freddezza levigata di “Occidente per principianti”. Ma sono passati anche cinque anni tra i due libri, e la coscienza del disastro che stiamo vivendo si è fatta più densa. Ho pensato che mettersi in gioco in maniera più scoperta avrebbe potuto avere un effetto liberatorio”.
Domanda che esula dal romanzo. Come procede il tuo lavoro di scouting per minimum fax?
“Procede bene, grazie. Cerchiamo di alternare nomi nuovi (Stefano Jorio, un esordiente di gran talento che pubblicherà il suo primo romanzo in primavera), a scrittori già consolidati (Carlo D’Amicis, che sta ultimando il suo terzo romanzo per noi) a veri e propri maestri della letteratura italiana contemporanea (Domenico Starnone, che ha appena pubblicato con Einaudi il suo ultimo romanzo, e che uscirà per noi con un libro molto bello alla fine del 2010)”.
C’è un romanzo che hai scartato che, una volta pubblicato con un altro editore, hai visto con occhi nuovi, che avresti voluto averlo nella collana Nichel da te curata?
“No, a dir la verità. Però negli anni ho accumulato una mezza dozzina di romanzi su cui avevo gettato gli occhi prima degli altri, che avrei voluto pubblicare, ma che non sono riuscito a fare perché è arrivata l’offerta di un editore più grosso. A volte si vince a volte no”.