Mario Desiati, Foto di classe (Laterza, 2009): recensione di Rossano Astremo


Mario Desiati, Foto di classe (Laterza, 2009)
di Rossano Astremo

A meno di un anno di distanza da “Il paese delle spose infelici” Mario Desiati torna a parlare della sua Martina Franca e della provincia tarantina e lo fa, nel nuovo libro “Foto di classe. U uagnon se n’asciot” (Laterza, pp.134, euro 10), prediligendo alle logiche della fiction quelle proprie del documento narrativo. L’idea del libro parte dalla riscoperta della foto della sua classe del liceo. La visione della stessa suscita in Desiati il desiderio di rincontrare i suoi vecchi compagni. Di quei venti ragazzi solo quattro hanno deciso di restare e costruire la propria vita a Martina Franca. I restanti sedici vivono e lavorano in molte città italiane. Desiati, nelle pagine del libro, racconta la storia di sette di loro, rappresentanti emblematici di quel nuovo tipo di emigrazione interna presenta nel nostro paese. Tutti hanno frequentato il Liceo Classico Tito Livio di Martina Franca e tutti si sono diplomati nell’anno scolastico 1995-1996. L’autore camuffa nomi, fatti e luoghi e “il mascheramento – dice – è servito proprio per non avere indulgenza”. Quello di Desiati è un libro su quella generazione di trentenni meridionali, molti dei quali laureati e specializzati, che, seguendo l’esempio dei loro padri, abbandonano la loro terra d’origine per cercare fortuna altrove. Perché l’emigrazione dal Sud è tornata ai livelli degli anni ’60: “Numeri paragonabili a quelli della massima intensità migratoria toccata tra 1961 e 1963, ossia 295 mila emigrati l’anno: la somma fa quasi un milione in tre anni. Si deduce dunque come l’emigrazione sia tornata a essere una caratteristica di questo paese. Ovviamente è un’emigrazione diversa, percepita meno drammaticamente, ma ugualmente piena di traumi, di scelte obbligate, di necessità e a volte di libertà”. È proprio la consapevolezza di un simile trauma che ha portato nel 2005 Nichi Vendola, nella sua campagna elettorale nella corsa alla presidenza della giunta regionale pugliese, contro il giovane pupillo berlusconiano Raffaele Fitto, a scegliere come luogo di uno dei suoi ultimi incontri elettorali la stazione di Bologna. In stazione si raccolsero alcune centinaia di pugliesi che scesero nella piana del Tavoliere con un convoglio che la cronaca chiamò “il treno degli emigrati”. Quella di Vendola che “va a prendere studenti e precari per riportarli anche solo un weekend nelle loro famiglie fu un’immagine simbolica potentissima”. Di certo è stato uno degli elementi di forza di quella campagna elettorale storica che portò un comunista e dichiaratamente omossessuale alla guida di una regione come la Puglia da sempre nelle mani della Democrazia Cristiana e di un centrodestra che ne aveva ereditato la sua classe dirigente. Ora, a quattro anni da quelle storiche elezioni, possiamo dire che molte delle speranze dei giovani pugliesi sono state disilluse e il numero dei ritorni a casa è stato ampiamente superato da quello delle partenze. Il viaggio di Desiati al seguito dei suoi vecchi compagni di classe dimostra che, al di là delle professioni ricoperte dagli stessi, da avvocati a venditori di libri, da pr in discoteche a ristoratori, ciò che emerge è sempre un estremo sentimento di nostalgia, quel sentimento che ti porta a rimpiangere, nel passaggio dalla provincia alla città e nella nuova vita di emigrato o fuorisede, persino un albero d’arancia in un giardino. “Non che manchino i giardini nelle grandi città italiane, ma a chi mi faceva notare come in piena via XX settembre a Roma ci siano gli aranceti carichi di gemme rosse, tarocchi grandi come in una serra, portai una busta di quelle arance, raccolte a due passi da via Veneto. Erano smisurati e pieni di una polvere color argento, si sbriciolarono in mano come se fossero polistirolo, non contenevano né polpa né sugo”. È proprio in quelle arance vuote che ci sono le ragioni più intime di questo nuovo libro di Desiati.