Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi 2009): recensione di Daniele Greco

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Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi, 2009)
di Daniele Greco

All’inizio mi delude questo Riportando tutti a casa. Non perché mi aspettassi qualcosa di analogo a Occidente per principianti ma perché vi leggevo una certa mancanza di intelligenza, del guizzo inventivo e ironico e colto che mi pareva essere il tratto dominante del suo autore. Mi dicevo che pareva un romanzo privo di esperienza, un libro fatto da altri libri. Secondo una koinè stilistica ravvisabile in autori americani che, sulla base delle mie letture, potevano essere De Lillo, Roth e Foster Wallace. Lunghe narrazioni fredde gelide iperoggettive solo a tratti temperate dall’elemento umano declinato secondo i modi rothiani.
A volte ridondante e col gusto eccessivo di fare della similitudine – “come… come… come…” –l’unico modo per raccontare, questo libro trova il suo riscatto a ridosso della metà: nel sesto capitolo. Con l’approssimarsi dell’esaurimento nervoso del padre del protagonista-narratore che scioglie quest’ultimo dal giogo familiare liberandolo dal controllo dell’autorità paterna. È forse il capitolo più bello, quello in cui all’approssimarsi dello shock Lagioia riesce a raccontare in poche pagine l’ascesa e il crollo del genitore quale metonimia di chiunque in quegli anni si fosse dedicato alla ricerca della ricchezza improvvisa. Il capitolo si chiude, non a caso, in questo modo: “Questa atmosfera ebbe l’effetto di stornare ogni tipo di controllo su di me. Suonava il citofono, e in strada c’era Giuseppe con il Red Rose dalla marmitta scoppiettante. Si spalancarono giorni di libertà assoluta”.
È qui che inizia il vero libro di Lagioia. Quello di una narrazione senza un centro in cui le tre vite, quella del protagonista e dei suoi due amici, l’aristocratico Vincenzo e Giuseppe l’arricchito, si mischiano e si confondono consentendo all’autore di realizzare il suo Underworld barese. Dal centro della città alla periferia ci sono poche strade; dal centro murattiano alla più grande piazza di spaccio dell’epoca quale Japigia, lo spazio che si apre a questi giovani e ai loro coetanei non è più quello della lotta politica ma della lenta auto distruzione nell’infernale gorgo delle droghe e di un desolante apprendistato adolescenziale.
Ma, come detto sopra, più che di un centro vero e proprio che potrebbe fare pensare a un romanzo generazionale – mi veniva in mente mentre leggevo Le vie del ritorno di Enrico Palandri – l’intento di Lagioia è quello di lasciare tutte queste tessere narrative (iniziazioni sessuali, droghe, feste tardo adolescenziali, primi impacciati rapporti con l’altro sesso…) così da non esprimere giudizio alcuno, ma regalare al lettore la possibilità di guardare questi anni vicinissimi a noi, quello che chiama in almeno due occasioni il “vuoto pneumatico” prodotto dalla totale disgregazione sociale e civile che è il paese nel quale oggi viviamo.
Lo stile è come detto prima chirurgico, spietato, iperrealistico quasi da non cedere nulla alla leggerezza a volte ironica del libro precedente. Dovendo “riportare tutto a casa” Lagioia pare volere imbarcare ogni istante di quel decennio e del vissuto dai tre protagonisti: quasi a farsi il filologo di una moltitudine spropositata di vezzi, abitudini e mode di quel tempo. Non solo, ma immette i suoi “eroi” nel mezzo della Storia di quegli anni e, se nelle prime pagine la vicenda dell’Heysel poteva essere l’esatto opposto di come De Lillo in Americana definisce la “guerra” ovvero una vicenda che entrava direttamente in casa dal televisore tutte le sere, i fatti narrati da Lagioia ricadono sulla comunità italiana quale esatta cesura storica della perdita dell’incanto, della perdita della verginità… La morte in diretta tv come nell’Heysel o a Chernobyl trova la sua eco fino a noi, con le macchine dei genitori stipate di ogni genere di consumo nel terrore della contaminazione del grano russo: sono questi i momenti di trapasso da un’età in cui, cessate completamente le ansie di rinnovamento del secondo dopoguerra si ha la consapevolezza con gli ’80 che non solo le cose non miglioreranno ma che si è entrati nel baratro in cui a una fase critica ne segue un’altra in una china irreversibile.
Di tutto questo egli racconta lasciando parlare i fatti, il racconto indivuale e collettivo. Così, nel finale, quando scopriamo dagli ammiccamenti del narratore che il suo racconto di quegli anni è frutto di una ricerca recentissima in cui a cercare le tracce dei suoi amici d’un tempo si è messo di mezzo google, facebook e myspace, Lagioia accenna senza sentenziare l’inesorabile destino meridiano, quello dell’immobilismo: le colpe dei genitori non ricadono, né vengono espiate dai figli. Solo, pare che ad essi non sia consentito altro che perpetuare le esistenze dei loro predecessori.