John Kennedy Toole, Una banda di idioti (Marcos y Marcos, 1998): recensione vintage di Marco Montanaro


John Kennedy Toole, Una banda di idioti (Marcos y Marcos, 1998)
di Marco Montanaro

“Lasciamo fuori da questa discussione il mio lettino massaggiatore!”
Questo non è un libro, è un avvertimento! Uscite da casa prima di ingrassare come Ignatius Reilly!
Dissento dallo Stefano Benni dell’introduzione a questo romanzo: l’immenso Ignatius, tra rutti e geometria medievale, non è propriamente un genio; è piuttosto un egoista, bugiardo e paranoico, magari solo per difesa, per reazione (l’unico modo sensato di reagire?) alla modernità e alle sue assurde trame compulsive. Ma, nel suo organizzare moti di rivolta (operai negri aizzati da una croce di legno, gay del quartiere francese poco propensi a scalare i vertici dell’esercito) Ignatius appare un bambino in lotta contro sua madre e contro Myrna, la sua antica fiamma politicamente impegnata, più che un genio consapevole come potrebbe esserlo un attore – Benni paragona Ignatius a John Belushi.
Il romanzo di JK Toole è una farsa, un vaudeville su una città del sud degli USA, New Orleans, forse unica vera protagonista di questo libro. Cittadina d’acqua, umida, piena di religione e vecchiette che spettegolano sull’uscio di casa, non a caso paragonata più a una città meridionale europea che a un posto americano. Ogni personaggio, nell’eterno carnevale di New Orleans, ha il suo motivetto, il suo leitmotiv, che ne annuncia l’entrata in scena; dall’incontro-scontro dei diversi attori nasce il turbinare comico che Toole mette in atto. Davanti all’assurdità del secolo breve, scapperebbe una risata. O forse, meglio fuggire, prima che un immenso rutto dell’immenso Ignatius ci seppellisca.