Giorgio Manganelli, Centuria (Adelphi, 1995): recensione vintage di Marco Montanaro


Giorgio Manganelli, Centuria (Adelphi, 1995)
di Marco Montanaro

Trent’anni fa: un po’ di Django Reinhardt, un po’ di Magritte. E le centurie di Boccaccio, Nostradamus, Boccalini e il Novellino (testo anonimo del ‘200). Ecco cos’è Centuria (1979) di Giorgio Manganelli – cento piccoli romanzi fiume, è il sottotitolo. Verrebbe da dire che Manganelli è geniale. Ma questo si dice per rendere innocuo qualcuno, in genere. Invece Manganelli ha ancora molto da dire: specie in tempi d’immaginario frammentato, in cui la scrittura, dopo Internet, parrebbe condannata a essere istantanea, breve, per lo più innocua.
Manganelli, al pari del suo amico Calvino, era un chirurgo della parola. E con la parola sapeva fare di tutto, rimodellando qualsiasi tipo d’immaginario – per questo, Django Reinhardt. Allora Centuria diventa l’esperimento più azzardato: cento romanzi da una pagina ciascuno. Che si tratti davvero di romanzi o meno, ha importanza relativa – oggi potrebbero anche apparire come cento sceneggiature per brevi videoclip degni del miglior Michel Gondry. Certo è che non accade molto – in senso di azione – nella singola pagina. Manganelli dà subito le coordinate, gli attributi dei suoi personaggi, quasi sempre anonimi (“il signore”, “la città”, “il prigioniero”, “il drago”, “la donna che ha partorito una sfera”, “l’assassino”) e dopo qualche rigo comincia l’attività combinatoria. Molto simile a un limerick, se vogliamo. Ma nelle mani di Manganelli ogni romanzo diventa un’esplosione di possibilità, di mondi paralleli, in cui un tacchino può tentare la carriera forense e le scimmie urlatrici hanno dignità teologica; in cui un serial killer, dopo una estenuante autoanalisi, comprende che è se stesso che deve uccidere, per una questione di dignità professionale.
Il punto fondamentale, comunque, rimane l’intensità. Provate a leggere Centuria tutto d’un fiato, magari ingannati dalla brevità dei romanzi-fiume: impossibile. Ogni singolo pezzo è un mondo vero e proprio, con le sue regole logiche, teologiche e narrative; ogni pezzo mette in scena un universo – parallelo al nostro, forse, certamente psichedelico – col suo immaginario, le sue mitologie; e tanto basta per rendere ancora più assurda quella che si suppone essere la realtà. Poco importa che Manganelli venga infilato nel filone della letteratura come menzogna (c’è un suo libro che si intitola così), poco importa che il suo continuo parodiare possa apparire barocco, fine a se stesso (scrittura pura, la chiamano); le centurie di Manganelli non sono solo un manuale di scrittura creativa, ma un tentativo di toccare l’infinito, di abbandonare un corpo mortale – concetto che tornerà in Dall’inferno (1985) – attraverso la fantasia. In una forma che oggi sembra ancora più attuale, adatta agli oscuri-tempi-che-corrono.