Arto Paasilinna, Prigionieri del Paradiso (Iperborea, 2009): recensione di Ibs

Arto Paasilinna, Prigionieri del Paradiso (Iperborea, 2009)

Se la nota serie televisiva Lost avesse avuto tra i suoi protagonisti, al posto di rockstar e truffatori americani, ostetriche e tagliaboschi scandinavi, come sarebbe andata a finire? Magari naufragare su un’isola deserta e inospitale, in balia delle forze della natura e degli istinti animali, non sarebbe stato poi così tragico. Magari un popolo mite e civile, come quello nord europeo, avrebbe trovato il modo per costruire una società perfetta.
È Arto Paasilinna, autore di culto in Finlandia, a immaginare questa nuova Utopia contemporanea. Al suo nono romanzo tradotto in Italia, dopo aver pubblicato grandi successi come L’anno della lepre (1994, Iperborea) e Piccoli suicidi tra amici (2006, Iperborea), l’autore torna con un’avventura ironica e affascinante, dove la fantasia, la natura e l’impegno civile si fondono.
Il plot narrativo è un classico: un aereo inglese, con a bordo una delegazione di medici e infermieri dell’ONU, precipita al largo della Melanesia. Dopo tre giorni di cammino solitario il giovane giornalista, protagonista di questa storia, si imbatte negli altri superstiti, accampati su una spiaggia deserta. Si tratta in tutto di quarantotto persone, ventisette donne, per lo più ostetriche finlandesi e infermiere svedesi, e ventidue uomini, una folta delegazione di tagliaboschi e tecnici forestali, oltre all’equipaggio dell’aereo inglese. Un’umanità variopinta da cui, sin dalle prime ore dopo il disastro, emergono alcuni personaggi destinati ad assumere la leadership del gruppo. Tra questi il probo Vanninen, un anziano medico, e il coraggioso capitano Taylor, il pilota dell’aereo, per non parlare della integerrima signora Sigurd, una corpulenta infermiera che prenderà in mano le sorti del gruppo.
Ci sarà da risolvere il problema del reperimento del cibo e quello della sicurezza, si dovranno studiare dei metodi per ripararsi dalle intemperie ma anche per difendersi dagli animali, ci saranno da prendere importanti decisioni per la collettività, ma anche da stabilire la lingua da usare e le regole da seguire. Da questo assembramento umano multiforme e caotico, emergerà presto, e in maniera straordinariamente semplice, una società perfetta. Senza neanche rendersene conto questi naufraghi si ritroveranno all’interno di una società socialista, dove non esiste la proprietà privata, le risorse vengono distribuite in base ai bisogni, l’assistenza medica è gratuita, non esiste il denaro e l’unico bene voluttuario è l’alcol, distillato in grandi quantità dalle noci di cocco e venduto regolarmente nel bar del villaggio.
Per descrivere questa isola utopica, Paasilinna non ci propone un saggio filosofico, né un testo sociologico, ma al contrario con la solita ironia, tratteggia esilaranti scene bucoliche dove l’uomo e la natura interagiscono senza prevaricazioni. La leggerezza dei toni e della scrittura stempera le considerazioni sociali restituendoci un autore capace, ancora una volta, di costruire altri possibili mondi.