Tutto questo silenzio (Besa Editrice, 2009): dialogo tra Rossano Astremo e Elisabetta Liguori

“Un romanzo non mi basta. Non mi basta mai”
dialogo tra Rossano Astremo e Elisabetta Liguori

La genesi di “Tutto questo silenzio”, romanzo scritto da me ed Elisabetta Liguori è da far risalire ad una mia idea che mi ha ossessionato per un po’ di tempo alcuni anni fa: quello di scrivere un romanzo sulla caduta e la rinascita di una famiglia italiana. L’idea sarebbe rimasta tale se non fosse intervenuta nella stesura del romanzo Elisabetta Liguori, la quale ha deciso di farsi intervistare dal sottoscritto per svelare alcuni aneddoti sul libro in questione.
1. Dopo quasi quattro anni dall’inizio della scrittura di “Tutto questo silenzio”, finalmente il nostro romanzo arriva nelle librerie. Vuoi raccontare ai lettori di perché agli inizi del 2006 hai accettato di scrivere la storia della famiglia Bordini assieme a me?
1. “Perché mi fidavo di te. Ero certa che dietro il soggetto letterario del quale mi avevi parlato la prima volta ci fosse un’urgenza autentica. Ho accettato da lettrice, per una specie di patto implicito, d’intesa già esistente tra la tua scrittura e la mia lettura, tra la mia scrittura e la tua lettura. Non credo che sarebbe stato possibile altrimenti. Inoltre la tua storia mi rassomigliava. Sfiorava pericolosamente quelle che da sempre sono le mie paure, i miei demoni, i miei temi. La famiglia cioè, il suo decadere, la deriva del tempo che la rende opaca, che la sfinisce, il senso di fallimento personale che ne può derivare e al quale la maggior parte di noi continua ad opporsi con risultati i più diversi. Ma non solo. Ho accettato anche perché l’idea di violare l’apparente isolamento che fa parte dell’immaginario dello scrittore mi divertiva molto”.
2. Molti si chiederanno come abbiamo fatto a scrivere un romanzo a quattro mani. Diciamo subito che non è totalmente impossibile. Dimenticate la visione romantica dello scrittore colto dall’ispirazione repentina. Noi siamo stati molto più razionali. O, almeno, così mi sembra. Che dici al riguardo?
2. “Tu sei stato razionale!?! Curioso parlare di razionalità per una storia come la nostra, che ha tratti di tipo surrealista. Ma in fondo non ti sbagli: abbiamo scelto di costruire per immagini la nostra storia per dare maggior forza alle ragioni psichiche e d emotive dei nostri personaggi. Lo abbiamo fatto con convinzione. Abbiamo utilizzato tecniche rigorose, talvolta di tipo cinematografico, per suddividere passato e presente, sogno e veglia, desideri e ricordi, in scene. Abbiamo costruito con metodo quasi scientifico la discesa che porta la famiglia Bordini all’attimo di follia e poi la sua risalita. Abbiamo ragionato, programmato, scandito, scritto e riscritto. Abbiamo sempre equamente diviso il lavoro, ci siamo confrontati spesso in corso d’opera e corretti reciprocamente alla fine, ma abbiamo lasciato che le nostre voci narrative rimanessero distinte, pur mescolandosi. Ecco, in verità, lavorare sulle nostre voci per avvicinarle senza confonderle, sentire che pagina dopo pagina si trasformavano naturalmente, credo sia stata per me la parte più emozionante del lavoro. E forse anche quella meno razionale”.
3. Più andavamo avanti con la scrittura più ciascuno di noi si affezionava ad uno dei personaggi. Io, ad esempio, ho preso una cotta per Paola, la figlia maggiore di Mirko e Federica. Non so, ha quell’aria fragile e decadente che apprezzavo molto nelle ragazze quando ero adolescente. Infatti, molti dei capitoli su Paola sono stati scritti da me. Tu, invece, a quale dei personaggi sei più legata?
3. “È Federica la mia preferita. La moglie, la madre, l’infermiera. Lei è quella che non riesce a perdonarsi nulla, alla quale nessuno perdona nulla. Lei è volontariamente crudele, perché crede di non aver altra scelta. Il silenzio è la qualità imposta alla sua vita, il colore e la temperatura, ed è per quello che soffre. Vorrebbe aver voce, dire, essere, poter scegliere ancora, ma non ci riesce. Eppure è certa di meritarlo, di avere un credito nei confronti della sua esistenza, e quindi l’indifferenza, la precarietà, il malessere del suo universo, le risulta ancora più inspiegabile. Federica è il fallimento che diventa energia, senza trovare la giusta canalizzazione. Mirko, suo marito, pur desiderando le medesime cose, non le è di alcun aiuto. Vivono ciascuno nel proprio altrove e non si incontrano più. Hanno progressivamente smesso di fare gli stessi progetti, di guardare insieme al futuro. Il futuro non c’è più, cancellato da un presente eterno, da un buco nero, avulso dallo scorrere reale del tempo. Sì. Mi piace Federica e mi fa paura: vive in un “bosco di vetro”, proprio come nel manifesto del surrealismo di Andrè Breton”.
4. Diciamolo subito. Il nostro romanzo non è un giallo. Ok, c’è una vittima e c’è un colpevole. Dimenticate, però, le storie di Conan Doyle o Agata Christie. Il nostro libro è più simile alle storie del Tenente Colombo in cui si capovolgono le regole del giallo e vittima e colpevole si conoscono sin da subito. Ancora una volta tu, dopo “Il correttore” ti trovi a rompere gli ingranaggi della scrittura di genere per utilizzarla per fini altri. C’è una ragione specifica?
4. “La ragione è sempre quella: comunicare, comunicare, comunicare. Creare coscienza comune intorno ad un tema che sento importante. I generi narrativi sono i ferri del mestiere di quegli strambi artigiani che siamo, costretti ad usare (e ben felici di farlo!) come materia prima noi stessi, frammenti di anima, pelle, ossa, memoria. Nel nostro romanzo la struttura di genere, come dicevi, è stata forzata. La vicenda è divisa in due parti ed ai miei occhi appare ora come una linea retta aspramente spezzata verso il basso. Non c’è nulla da scoprire, ma molto da condividere. E se il Tenente Colombo ogni tanto viene in mente anche a me ( lo amavo tanto!) è forse perché anche lui, come i personaggi del nostro romanzo, rientra in quella categoria di uomini comuni, perdenti dal cuore guizzante, destinati a grandi sfighe, benché dotati di enorme sensibilità e visionarietà”.
5. Ultima cosa. Se dovessi definire “Tutto questo silenzio” con una frase?
5. “Un romanzo sulla difficoltà di vivere nel mondo, così come lo immaginiamo oggi. Ma, tu lo sai, una frase non mi basta. Un romanzo non mi basta. Non mi basta mai”.