Sergio Rotino, Un modo per uscirne (Abramo, 2009): recensione di Elisabetta Liguori


Sergio Rotino, Un modo per uscirne (Abramo, 2009)

La letteratura viene dalla letteratura, ma è germinazione volontaria che richiede tempo e pazienza.
L’ottimo esordio di Sergio Rotino, con il suo “Un modo per uscirne” nella collana Le onde dell’editore Abramo, ne è un’assoluta conferma. Un esordio talmente maturo e consapevole, da lasciar intuire che non si tratti di un vero principio, ma che sia l’onesto frutto di un lungo percorso di crescita personale. Il giornalista, editor, scrittore e poeta Rotino non è di certo digiuno di letterature, infatti. Nato e cresciuto a Lecce, da anni vive e lavora a Bologna, operando nell’ambiente letterario con la passione e l’ostinazione necessaria. Uno dei tanti preziosi cervelli migranti.
Per questa sua prima prova narrativa Sergio Rotino sceglie una voce giovane, ma pacata, che s’impone sin dalle prime pagine. Più che una storia, Rotino sceglie coraggiosamente un personaggio, mettendo in scena con grandissima, quieta, abilità la Bologna degli anni ’90, il rock domestico dei Builders. Sono 4 amici questi suoi “Costruttori” di musica, tre ragazzi e una ragazza, e pare conoscerli da sempre. Il cantante, protagonista del romanzo, il più talentuoso, è di estrazione proletaria mentre la sua ragazza, chitarrista del gruppo, viene da una famiglia borghese. Il libro comincia con una finestra che si apre sulla città. Il padre del protagonista si suicida lanciandosi nel vuoto dopo il licenziamento dalla fabbrica. L’evento sembra lasciar sfumare la musica, mentre la narrazione prende l’urgenza del sopravvivere e del ricordo ossessivo. Il ritmo delle azioni resta però cucito su quello musicale e scandito da manie da musicofilo frustrato. Dai dubbi, dai sensi di colpa, dai piccoli tic del protagonista. Rigorosa la cronologia dei fatti. Dopo il lutto, la musica diventa un lusso, schiacciata tra altri gesti piccoli, quanto essenziali, quali l’alba di ogni giorno tra gli scaffali di un supermercato, la macchina del caffè, le Camel e la sete di una birra che insegue l’altra. Questa misura minima coincide con una scelta stilistica e aderisce perfettamente alla psicologia dimessa della voce narrante. Un vinto in via Ugo Bassi, lo potremmo definire, uno dei tanti. E poiché c’è qualcosa di infinitamente dolce e perverso nell’andare incontro a quello che sembra un destino segnato, la via obbligata di un‘intera generazione, Sergio Rotino sceglie di raccontare giusto quella piccola dolce perversione.
E’ in bianco e nero il fondale in cui Rotino lascia muovere il suo eroe, lungo il perimetro metallico imposto da una vecchia Kadett e da un talento musicale quasi senza voce; perimetro asfittico che nella sua narrazione diventa rigore linguistico, così come anche Marcello Fois afferma nella postfazione, individuando nelle scelte letterarie di Sergio Rotino la ricerca meticolosa del “giusto centro”, di un equilibrio raro, tra il troppo e il poco, tra una pagina in più e una in meno, tra una parola eccessiva e un aggettivo perduto.