Angela Leucci, Il momento perfetto: racconto

Il momento perfetto
di Angela Leucci

“Prima di tornare a casa passo dal tabaccaio a comprare un pacco di cartine grandi ché domani è la mia giornata libera”.
Livio Romano

Alice prendeva il tè. Aveva sentito dire da qualche parte che la caffeina lenisce il dolore causato dalle cefalee. Erano le sei del pomeriggio. Anzi no. L’orologio si era fermato alle sei, poteva essere qualunque ora, forse anche le sei. Che importava, in fondo? Non aveva molto da fare quel giorno, così sciolse l’Efferalgan 1000 nel tè, augurandosi che il suo dannato mal di testa potesse andar via in poco tempo. L’Efferalgan ha un saporaccio, per questo cercò di diluirlo nell’agrodolce del tè.
C’era qualcuno che sedeva con lei al tavolo. Non l’aveva notato prima. Oppure prima non c’era. Era una ragazza con delle buffe orecchie lunghe e arrotondate. Aveva anche dei baffi spropositati. Alice non disse nulla, non voleva offenderla, anche se quella trascuratezza la mise subito a disagio. Non sopportava le donne che non facevano uso della depilazione se necessaria, le considerava non solo sciatte ma quasi ignoranti. Per una donna, il proprio aspetto era una cosa di fondamentale importanza, anche in un’occasione apparentemente insignificante come un tè. Alice strinse gli occhi a fessura per guardarla meglio. Era come se davanti alle pupille avesse una patina che le rendeva tutto sfocato. Cercò di aguzzare ancor più la vista e ciò che scorse la stupì.
Con lei, al tavolo del tè, c’era una lepre. Ricordava dei prodigi della sua omonima nel paese delle meraviglie, ma questo era troppo reale per essere fantasia. La lepre era proprio di fronte a lei, sorseggiando tè alla ciliegia.
“Perché mi guardi – chiese la lepre – buffa creatura?”.
“E sarei io quella buffa – si domandò Alice tra sé e sé – ma si è mai guardata allo specchio?”.
“Perché – ribatté la lepre, leggendole nel pensiero – tu l’hai mai fatto?”.
“Sei una bella maleducata – le disse Alice – venire qui come ospite al mio tè delle sei e iniziare a offendermi. E io che avevo persino paura di accennare al tuo aspetto trasandato e sciatto!”.
“Non sono sciatta”.
“Ora lo so, sei una lepre”.
“Ti ho presentato il mio amico cappellaio?”.
“No, non credo di conoscerlo”.
Un omino, alto non più di ottantacinque centimetri, con un cappello esageratamente enorme in testa, si materializzò come per magia accanto alla lepre.
“Il tuo orologio è in ritardo”, stigmatizzò rivolto verso Alice.
“Sì, dev’essere in ritardo di un’ora o due”.
“Dodici, per l’esattezza”.
“Dodici cosa?”.
“Ore, ore!”, canticchiò quasi, schernendola, la lepre.
“Volete dire che sono le sei del mattino? – fece notare Alice – questo è impossibile, le luci sono serali, non mattutine”.
“Come, non lo sai? il Sole si sta muovendo al contrario”.
“La Terra vuoi dire”.
“No, il Sole”.
Alice tacque, le sembrava di parlare coi matti, per cui, come le avevano insegnato, preferiva essere accondiscendente, altrimenti non sarebbe uscita viva e sana da quella conversazione. Si sa, è un lavoro duro quello del cappellaio, non solo ti fa perdere la cognizione del tempo stare lì a sistemar cappelli, ma tutto quel piombo che si usa fa diventare realmente matti. All’improvviso, fece irruzione nella stanza una donna con la corona. Ad Alice parve somigliare incredibilmente alla Regina di Cuori delle carte francesi. Però con la faccia di lady Diana Spencer. Quindi poteva trattarsi anche di carte britanniche.
“Vi farò tagliare la testa”, urlò la Regina in preda all’ira. Di solito, nel passato, aveva sentito piuttosto parlare di certi re barbablù che tagliavano la testa alle proprie consorti, non di regine.
Alice si guardò intorno. Il cappellaio e la lepre si erano dileguati, quei vigliacchi. Così, pensò anche lei di darsi alla fuga. Iniziò a correre, picchettando col dito sul suo orologio fermo, inseguita dalla Regina e dalle altre carte, ben munite di picche.
“Che cosa strana – pensò Alice – sono le carte di Cuori e portano le Picche”.
Correva veloce Alice, quand’ecco scorse il suo orologio muoversi al contrario, ma si rese conto che fermarsi a stupirsi le avrebbe solo fatto perdere tempo. Giunse a un largo spiazzo con gli inseguitori alle calcagna. Si sentiva spacciata, quand’ecco arrivare un taxi.
“Ferma”, gridò Alice.
L’autista si fermò, abbassando il finestrino, ma… un momento, lei lo conosceva l’autista, era Marco Pantani, il grande ciclista scomparso qualche anno fa. Il tempo era divenuto ormai qualcosa di relativo, un mescolarsi tra passato, presente e sogno.
“Pedala, pedala”, la schernì Pantani e si dissolse anche lui, sgommando sul selciato.
La Regina e il suo “tagliatele la testa” erano a pochi passi, così Alice si voltò e disse loro: “Soffierò e sbufferò, finché non farò crollare la vostra casa” e con un fiato abbatté la Regina e la sua coorte.
“Ma che hai mangiato – chiese il Sette di Cuori, tramortito – cavoli a merenda?”.

Alice si svegliò inquieta in un bagno di sudore. Eppure l’Efferalgan la faceva dormire sempre così bene. Il tempo di fare effetto e il mal di testa lasciava subito il posto a una piacevole sensazione di sonnolenza che diveniva presto sonno profondo, almeno lei credeva. Invece, sognava e quindi doveva trattarsi di Rem. “Ecco perché – trovò in un momento di lucidità – il gruppo musicale si chiama così, perché sono troppo soporiferi!”. Restò un po’ intontita a chiedersi se qualcosa di ciò che aveva vissuto era reale oppure no. Poi, finalmente, comprese. Aveva solo sognato, e il realizzarlo la fece sentire enormemente sollevata. A volte i sogni sembrano così reali che durano un’eternità, altre volte sono brevi e quasi privi di particolari. Si lavò gli occhi ancora un po’ appannati e decise di andare a fare una passeggiata fino alla biblioteca pubblica. Camminare le piaceva, macinava a piedi sempre chilometri e chilometri.
Una volta arrivata, si sedette su una panchina e si arrotolò una sigaretta.
Aveva trovato il momento perfetto. Quell’attimo di pace che non credi che possa mai arrivare. Mentre era seduta sulla panchina della biblioteca comunale, i passerotti tutt’intorno a saltellare, “Porto di mare” tra le mani, nella testa Bob Dylan mandato a tutto volume dall’ipod. Non importava davvero che ora fosse. Non c’era nemmeno bisogno di sciogliere ancora Efferalgan nel bicchiere.