Antonella Lattanzi, Devozione (Einaudi, 2010): intervista di Rossano Astremo


“La proprietà morale dell’Einaudi è degli autori, e degli editor, e del direttore editoriale”
di Rossano Astremo

«Antonella Lattanzi sa raccontare come pochi il corpo degradato, il corpo innamorato. Ha scritto il romanzo struggente del desiderio di vita tradito dall’eroina». Con queste parole, solo pochi mesi fa, Domenico Starnone raccontava sulle pagine culturali di Repubblica “Devozione”, il romanzo d’esordio della trentenne scrittrice barese Antonella Lattanzi, edito da Einaudi. Un viaggio agli inferi che ha come protagonisti due ragazzi, Nikita e Pablo, una storia stilisticamente impeccabile che ha colpito critica e pubblico, facendo della Lattanzi una delle scrittrici più promettenti del prossimo futuro. L’abbiamo incontrata, dopo alcuni mesi di intensa promozione del suo esordio.
Il tuo primo romanzo, “Devozione”, è stato pubblicato da Einaudi, uno tra gli storici editori italiani, con un catalogo strepitoso di autori italiani e stranieri. Qual è stato il tuo percorso di giovane scrittrice che ti ha portato ad incontrato i favori dell’editore torinese?
Quando frequentavo la terza elementare, ci fecero scrivere il nostro primo tema – Vi parlo di me. Io parlai tutto il tempo del fatto che, da grande, avrei fatto la scrittrice. Finii il tema con una lunga storia di fantascienza senza capo né coda, e un disegno (orribile, non ho mai saputo disegnare): un libro con la copertina gialla, il titolo in blu – Il mio primo libro (pure coi titoli non sono una cima) – e l’autore, pure in blu: Toni (che è come mi sono sempre fatta chiamare) Lattanzi. Il mio percorso, se di percorso si può parlare, è iniziato là. O prima, quando i miei, invece di farci guardare la tv, compravano di continuo a mia sorella e a me romanzi che, per me, erano bellissimi: ero convinta che fossero magici, che quando, per esempio, Sebastian della Storia infinita cadeva nel romanzo che stava leggendo, fosse storia vera: e che potesse succedere anche a me. Credo, sinceramente, che il percorso di uno scrittore sia la lettura; sia la passione di scrivere, spesso anche molto faticosa, scomoda – scrivi e leggi, e tante volte non puoi uscire con gli amici, non puoi andare in vacanza, non hai orari e lavori da quando ti svegli a quando vai a dormire – ed esigente per una cosa tanto virtuale, eppure tanto reale, e tanto appagante, come la pagina scritta.
Dopo la lettera apparsa su Repubblica del teologo Vito Mancuso diretta alla Mondadori, nella quale, in qualità di autore della casa editrice milanese, cerca di trovare spiegazioni circa la cosiddetta legge ad aziendam, tutti gli autori del gruppo editoriale (Einaudi compresa) facente capo alla famiglia del presidente del Consiglio sono stati chiamati in causa. Come ti poni tu dinanzi a questo “problema di coscienza” sollevato da Mancuso?
Credo di aver risposto a questa domanda quando, qualche mese fa, ho firmato l’appello degli scrittori Einaudi: in cui non ci distaccavamo dalla casa editrice – come ha voluto travisare qualcuno – ma la sostenevamo in modo presente e critico. La proprietà morale dell’Einaudi è degli autori, e degli editor, e del direttore editoriale: la proprietà morale è ben altro da quella economica, quando si tratta di cultura. Sono del tutto d’accordo con quanto scritto da Francesco Piccolo in merito: «sono pienamente consapevole di tutto quello che succede, compresa la legge fatta apposta per chiudere la questione fiscale della Mondadori. Mi arrabbio, ne soffro, ne discuto. Del resto, vivo in un’epoca in cui è successo che la maggior parte delle cose che mi interessano (libri, giornali, cinema, televisione, perfino la politica) sono di proprietà di un uomo. Addirittura, molte delle persone con cui amo lavorare, sono suoi dipendenti o lavorano con lui, molti dei luoghi culturali e dello spettacolo nei quali mi ritrovo, in cui mi sento a mio agio, sono di sua proprietà.
Ciò non toglie che quando ho scelto di lavorare per società di proprietà di Berlusconi non lo abbia fatto consapevolmente. Ciò non toglie che preferirei che non fossero di sua proprietà, o che almeno lui non facesse leggi per agevolarle». Da Michela Murgia: «In effetti la specifica crisi di coscienza di pubblicare per Berlusconi – uomo che detesto, politico che disprezzo e modello antropologico contro il quale resisto – l’ho affrontata prima di tutto confrontandomi con persone stimate che fanno il mio mestiere con il medesimo editore. Ce n’è tante di persone così in Einaudi, gente che ha fatto la storia e l’identità di questa casa editrice e che adesso si trova suo malgrado a contribuire con il proprio lavoro sia al patrimonio culturale italiano che a quello di un uomo per cui non ha nessuna stima». Voglio dire: la scelta di essere in Einaudi non risale, per me – come credo per nessun altro – a oggi. È dal 1994 che so che l’Einaudi è di Berlusconi: avevo 14 anni: nella mia libreria c’è sempre stata – sempre – una grande maggioranza di libri Einaudi, anche quando non mi accorgevo nemmeno di quale casa editrice fossero i libri che compravo, che leggevo. È di Berlusconi una parte della tv – che a volte guardo – sono di Berlusconi delle riviste – che mi capita di leggere – sono i soldi di Berlusconi che, in parte, fanno dei film che magari guardo – Il Caimano che citava Piccolo ne è un esempio. Non voglio, con questo, discolparmi. È che proprio non mi sento in colpa. Per me che – come ho detto prima – è da quando avevo otto anni che voglio fare la scrittrice, essere uno scrittore è stato sempre collegato con la parola Einaudi. Spero che la mia scrittura possa dare il suo piccolo contribuito alla letteratura: piccolo, minuscolo, spero non nullo. Mi sento in dovere, in diritto di lavorare fino allo stremo per scrivere sempre meglio. Lo voglio fare. Voglio leggere, voglio studiare, voglio conoscere. Tutto questo con Berlusconi non c’entra. Io non ci penso mai, a Berlusconi. Penso agli scrittori che amo, passati e presenti. Penso agli scrittori di oggi che si stanno impegnando per dire la loro su questa questione: li stimo tantissimo, sono felice di averli conosciuti, mi hanno reso migliore, sicuro. Penso ai film che amo. Penso alle persone, dell’Einaudi, che ho conosciuto sino a ora: gli editor, gli scrittori, il direttore editoriale, i direttori di collana, i lettori. A me piacciono. Li trovo persone libere. Libere, sia chiaro, come si può esserlo – non quando in Italia governa Berlusconi – ma in generale, sempre. È chiaro che se un giorno sentirò che la proprietà economica sta ledendo la libertà di quella morale, è chiaro che se percepirò che un film con dentro i soldi di Berlusconi non è libero, è chiaro che se saprò che un solo libro Einaudi è stato censurato – anche in minima parte –: mi riguarderà. Non starò zitta. E non cercherò scuse. Non so se riesco a spiegarmi: ma non voglio che Berlusconi c’entri con la mia vita più di quanto sono costretta già a subirlo. Non voglio che mi impedisca di scrivere per la casa editrice che era il mio sogno di bambina, e che è la casa editrice con cui scelgo, ogni giorno, di rimanere: perché è la casa editrice che sento confacente a me, perchè pubblica, ha pubblicato e ha contribuito a costruire una delle parti migliori, secondo me, del nostro patrimonio culturale. Non voglio che Berlusconi impedisca a chi vuole leggere i miei libri di leggerli. Non voglio che siamo costretti a parlare sempre di lui, e mai di cultura, e mai di impegno sociale, e mai di vita.
Un’estate trascorsa in giro per l’Italia a promuovere il tuo romanzo. Qual è il momento più bello che hai vissuto e perché?
Il momento più bello è stato un festival. Si chiama Isola delle Storie (quest’anno alla sua settima edizione), e si tiene a Gavoi, un paese della Barbagia. Organizzato con passione e sincero amore per la cultura da Marcello Fois (direttore artistico) e Michela Murgia, il Festival Isola delle Storie è la dimostrazione che in Italia c’è ancora la possibilità di mettere in piedi qualcosa di perfetto. Con entusiasmo, fatica, impegno, e allo stesso tempo leggerezza calviniana e sete di conoscenza, gli organizzatori, le anime di questo festival hanno costruito, io credo, un evento unico in Italia. Sono quattro giorni che non dimenticherò: fatti allo stesso tempo di divertimento, amicizia, conoscenza, e immersione totale nel mondo letterario. Il pubblico, poi, è sorprendente: a ogni incontro – col più noto o col meno noto degli ospiti – partecipano, non so, almeno cento spettatori. E sono lì non per dire «ci sono», non sono lì per farsi vedere. Ma per ascoltare, capire e, quando qualcuno degli ospiti tenta di fare il furbo, per mettere in discussione. Un’Italia migliore in miniatura, un’Italia felice ma non superficiale, appassionata ma non intristita: qui, è possibile. Quando sono tornata a casa, mi sentivo come nella pubblicità di Costa Crociere: in depressione totale. Una nostalgia che, ancora oggi, dopo più di due mesi, non mi ha abbandonato. Il Festival Isola delle Storie (www.isoladellestorie.it) si sostiene per lo più sulle donazioni, e sull’impegno del singolo: mancanza di fondi, però, non ha voluto dire meno qualità. Anzi. Ecco, io credo che un festival come questo meriti tutto il nostro aiuto.
Ultima domanda indiscreta: cosa stai scrivendo ora?
Segreto! Sto lavorando tanto, non ho smesso di lavorare mai, nemmeno quest’estate. Sono scrivendo degli articoli, dei racconti, ma soprattutto sto lavorando a un nuovo libro, che spero verrà pubblicato entro il 2011. Sto leggendo, studiando, scrivendo – come sempre – il più possibile. Del resto, è la cosa che mi rende felice davvero.

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