Vodka al limone: un racconto di Loris Righetto


VODKA AL LIMONE
di Loris Righetto

Una volta tornato in patria avrebbe raccontato per mesi che lui qua lui là, ma quel sabato sera in ostello si girava e si rigirava nel letto, e si studiava la guida con scarso entusiasmo perché era in città già da due giorni, sentiva la vita ronzargli nelle orecchie come uno sciame di api, ma non aveva ancora conosciuto nessuno, ed era sabato sera, aveva vent’anni, ed era lì che soliloquiava nel letto, Cosa ci faccio io qui? La Germania non mi piace. Il tedesco non riesco a impararlo. Non c’è niente qui per me. Era meglio se me ne stavo a casa.
E si girava e si rigirava in branda, precisamente la cosa che più spesso faceva in patria. In quella, due ragazzi con la camicia a maniche corte, nonostante i tre gradi centigradi segnati dal termometro del novembre berlinese, entrarono e si sistemarano in due letti vicini al suo.
Sarà fantastico, diceva uno. Ti ricordi l’ultima volta che l’abbiamo fatto?
Certo che no, diceva l’altro disfando lo zaino. E giù a ridere. Allora il protagonista di questa storia già parlava un discreto inglese e doveva dare l’impressione di essere uno che origliava perché i nuovi arrivati gli tesero la mano.
«Siamo di Toronto (Ah, pensò il nostro. Ecco che si spiegano le maniche corte…). Studiamo economia a Parigi. E stasera facciamo il pubcrawl»
L’espressione sul viso del protagonista doveva tradire la sua ignoranza perché gli chiesero se sapeva cos’era un pubcrawl.
«Ci sono questi ragazzi dalla città che per dieci euro tipo portano nei dieci migliori bar di Berlino» disse uno dei due allungandogli un foglio su cui campeggiava la fotografia di un gruppo di ragazzi e ragazze di nazionalità diverse, che alzavano al cielo i boccalli di birra in segno di brindisi. In caratteri accattivanti spiccava la scritta “Incontra gente fica e scopri perchè è famosa la notte berlinese. Ti aspettiamo ogni lunedì mercoledì venerdì e sabato di fronte all’Haschescher Markt”.
«Non so» disse il nostro «Fa freddo là fuori». Aveva vent’anni, era ancora sotto l’ala materna. A guardare il volantino gli veniva in mente sua madre all’aeroporto. Lo aveva abbracciato, baciato in fronte. Molto saggiamente gli aveva detto «Cogli l’occasione del viaggio per comportarti da uomo» .
«Forse non ha capito» disse uno dei due canadesi con un paio di ciabatte in mano.
«Lo sai perché lo chiamano pubcrawl?» disse l’altro al nostro amico. «“Crawl” vuol dire “strisciare”. Lo chiamano pubcrawl perchè torni a casa strisciando. Anche le ragazze.»
Fu da questa neanche tanto velata promessa che il nostro si lasciò sedurre, e seguì i due canadesi all’Hackescher Markt, stazione della ferrovia urbana in fondo ad Oranienburger Straße, nel centrale distretto di Mitte, una notte illuminata a giorno dalle insegne dei locali e dei bar, un flusso di persone che vociano, entrano in locali, si accalcano ai baracchini per ordinare kebab, curryuwrst e birra. Di fronte al locale PM to AM si avvicinarono ad un ragazzo moro stretto in un cappotto grigio perla, capelli ingellati pettinati all’indietro che gridava ai passanti, specialmente quelli giovani e in gruppo «Pubcrawl ragazzi? Un bel pubcrawl di quelli indimenticabili!» .
I canadesi furono svelti a consegnargli i loro dieci euro e lui si tolse i guanti di pelle nera. Da una pila di bicchieri di plastica ne consegnò uno per ciascuno ai canadesi. Tenendo la sigaretta sull’angolo della bocca versò un bicchierino di vodka al limone, quattro volte per ciascuno. I canadesi bevvero alla russa e scoppiarono a ridere.
Una ragazza incredibilmente bionda si avvicinò al nostro per versare i bicchierini di vodka anche a lui, che stava un passo indietro. «Wilkommen in Berlin!» disse in modo così diretto e spontaneo che il nostro ebbe l’impressione che si aspettasse proprio lui. Strinse i pugni nelle tasche della giacca. Una ragazza incredibilmente bionda (almeno, bionde così lui non ne aveva mai viste) con uno scialle di lana e i jeans negli stivali, e gli sorrideva porgendogli il primo bicchierino.
«La tua prima volta?» disse «È come le montagne russe» .
Era così bionda che per non guardarla afferrò il bicchierino e lo portò alle labbra. Ma non traccannò, tenne in bocca e sputò quando nessuno lo guardava. Arrivava gente, intanto. Da Miami. Da Londra. Da New York. Dalla Nuova Zelanda. E avevano ragione i canadesi: arrivarono le ragazze e avevano voglia di divertirsi. Arrivavano a braccetto, a due o in gruppo, alla spicciolata, imbaccucate nelle sciarpe, con scarpe da ginnastica ed orecchini a pendaglio, e il nostro pensò, Sono fiori schiamazzanti le ragazze quando vogliono divertirsi. Sarà stata la botta d’entusiasmo, fu il primo a sgambettare dietro le guide quando ondeggiarono la mano in aria a raccolta il gruppo, Allora, ci siamo tutti? Dalla siepe retrostante balzarono allo scoperto dieci persone vestite come Elvis Presley, ciascuna con un costume distintivo di una fase della carriera del cantante. Quando la ragazza bionda si avvicinò per offrire anche a loro i quattro bicchierini di benvenuto, si esibirono simultaneamente nel movimento pelvico. «Siamo i figli di Elvis» dichiararono, attaccarono una versione a cappella di The Jailhouse Rock, e finirono in posa plastica come per una fotografia.
Nel primo bar (un buco nel muro, scuro e fumoso, ma con un impressionante listino di birre) si ritrovò in fondo alla coda e guardava con ostentato disprezzo gli altri sparpagliati attorno al bancone, che cercavano di attirare l’attenzione dei baristi allungando le banconote, e ricevevano pinte schiumanti in cambio, e il nostro pensava, Tutto qua il pubcrawl? Si sedette in disparte senza ordinare niente. Uno dei Figli Di Elvis si sedette di propria volontà accanto a lui, e gli rivolse un sorriso. Il nostro protagonista aveva etichettato quella dei Figli Di Elvis come una smargiassata di cattivo gusto, forse perché non sapeva essere come loro. Si percepiva impacciato nei movimenti, ipercritico e di strette prospettive, e non sapeva cosa fare per cambiarsi. «Attore o musicista?» disse senza riuscire a nascondere una venatura sarcastica, accennando al costume. Venne fuori che era australiano, di origini italiane, e, dopo la recente morte della moglie, medico volontario per Amnesty International in Namibia. «Una birra per il mio nuovo amico italiano» disse il medico al barista e poi si rivolse al nostro «Sempre che ti va di scambiare due chiacchiere e non preferisci restare solo». «Scherzi» rispose lui e prima che l’australiano aprisse il portafoglio aveva già posato i soldi sul bancone, dove spumeggiavano due pinte di birra appena spillate dal barista, che si asciugava le mani sulla traversa. Brindarono e l’australiano chiese da quale parte dell’Italia venisse il nostro e allora lui, con la bocca un po’ impastata, ma prendendoci più gusto mano mano che il motore del discorso ingranava, attaccò a spiegare che veniva da una parte dell’Italia ben precisa, il confine tra la provincia di Verona e Vicenza, luoghi che quasi non si potevano chiamare Italia, anzi conosceva molti suoi paesani che alla domanda “Da dove vieni?” non avrebbero mai risposto “Italia”, ma “Verona”, o meglio ancora “provincia a nord-est di Verona”, non per cattiveria ma perché sono luoghi quelli, che coltivano un forte senso di identità tra individuo, comunità e territorio, per cui anche venire da quindici chilometri più in là di un certo posto comporta che si parli un dialetto leggermente diverso, sono microdifferenze, ma sono importanti quando bisogna stabilire chi o cosa è una persona, giusto?
L’australiano fece di sì con la testa e disse che sostanzialmente si trovava d’accordo. Il nostro fece per ingollare un sorso di birra ma le guide del pubcrawl presero tutti per la manica e li trascinarono per strada verso un nuovo bar. Era questo il pubcrawl, una visita guidata a dieci bar, un quarto d’ora in ogni bar era più che sufficiente! Nel tragitto tra il primo e il secondo bar il nostro si trovò casualmente a camminare fianco a fianco alla ragazza bionda, che forse si accorse che lui la seguiva, perché si girò.
«Ciao tu» disse e alzò la bottiglia di vodka che teneva in borsa «Un altro shot?»
«Sono a posto» disse il nostro. Uno dei figli di Elvis, sopraggiunto dalle retrovie, gli diede il cinque «Sei tu l’italiano che ha offerto da bere? Stai nei paraggi che poi è il mio turno».
Fu così, e questa cosa è vera, che il nostro per il resto della nottata non dovette più pagarsi neanche una birra. Si era fatto la fama di quello che aveva pagato da bere e nei bar successivi ogni tanto arrivava un australiano che gli offriva da bere, voleva sapere dell’Italia, e il nostro beveva e raccontava cosa vuol dire essere italiano, che può sembrare un paradosso, ma essere italiano significa precisamente non essere italiano, essere cioè veronese o vicentino, astigiano o genovese, e c’è anche un politico del nord che, in nome di queste identità tra territorio e cittadino, vorrebbe costituire un esercito e scendere la dorsale appenninica alla conquista della capitale che, a suo dire, esercita un potere troppo centralizzante e vessatorio. Molti bar dopo anche i canadesi che aveva conosciuto in ostello si presentarono dal nostro con una pinta di birra in mano, «Ma sei tu l’italiano di cui parlano tutti?»
«Grazie amici» disse il nostro buttando loro le braccia al collo, «Mi avete fatto conoscere una forma di turismo così intelligente!»
Era ormai notte inoltra e la guida con l’impermeabile e i capelli ingellati li prese per il gomito, «Forza ragazzi, tutti i discoteca».
Per strada si mise sulla scia della ragazza dai capelli biondi, si sganciò da una possibile conversazione con un altro dei Figli Di Elvis e quando si accorse che lei si girava per guardarlo capì che era il momento giusto.
«Io e te non ci siamo ancora presentati» disse.
«Kirsten» disse lei.
«Lo sai che Kirsten vuol dire ciliegia?»
«Certo» disse lei e gli offrì un bicchierino di vodka, che il nostro protagonista buttò giù senza pensarci, poi si asciugò la bocca con il dorso della mano, «Balliamo? Dopo, in discoteca?»
Lei gli allungò un altro bicchierino di vodka, «Bevi».
Si lanciarono schiamazzando nella carrozza della metro. Saltarono dentro le porte mentre stavano per chiudersi. Si sedettero su due posti vicini, sotto la luce giallastra e opaca della metroi, incuranti degli sguardi stanchi degli altri viaggiatori, che li squadravano per qualche secondo e poi si giravano dall’altra parte, a guardare fuori dal finestrino gli alveari accessi e squadrati che sfrecciavano e i ciuffi di alberi qua e là. Lasciò cadere la mano accanto al fianco e casualmente sfiorò quella di lei. Lo sguardo risalì la mano di lei, le unghie laccate di verde, la borsa di pella marrone tutta graffiata, lo scialle di lana grigia, il viso, gli occhi verdi, e si sentì l’occhio tremolante, si sentì crescere dentro il desiderio di baciarla.
«Cantiamo?» propose qualcuno. Un attimo dopo erano tutti in piedi, ciascuno con un braccio sulla spalla del vicino. A squarciagola intonarono Love Me Tender, diretti dai Figli Di Elvis, e alla fine della canzone applaudirono. Applaudivano se stessi. Si abbracciarono. Appena entrati in discoteca disse ai canadesi «Mi aspettate? Vado in bagno e torno subito. Diteglielo agli altri, se partono, che l’italiano va in bagno ma ritorna subito». I canadesi fecero di sì con la testa e al suo ritorno lui si rese conto di non conoscere nessuno. Per un po’ si aggirò tra la folla che si sbracciava, intontito dallo sferragliare della musica. Osservò uno ad uno un gruppo di volti, sperando di riconoscerne qualcuno di familiare, e si accorse di avere la testa piena di flash: ricordava espressioni, dettagli, ma nessun volto completo. Nel singhiozzare delle luci stroboscopiche tutte le ragazze gli sembrarono bionde e tutti i ragazzi palestrati. Infine si rassegnò: se n’erano andati. Barcollò verso l’uscita, tentando di trattenere i conati dello stomaco che si ribellava e voleva liberarsi subito e in modo poco decoroso. Appena fuori, si piegò contro un muro e quando sì rialzò un vento da neve gli affettava la faccia. Fece il consueto gesto di avvolgersi la sciarpa attorno al collo e si accorse che non ce l’aveva più. Ordinò un currywurst da un uomo grill chiuso in un abitacolo di plastica. Come fai a sopravvivere lì dentro, pensò. Gli fece segno “uno” con il dito, l’uomo grill volle prima vedere i soldi, poi aprì una feritoia, il nostro gli allungò cinquanta euro, l’uomo grill gli allungò il currywurst. Salì masticando su un autobus che secondo lui andava nella direzione giusta. Si sedette. Aspettò di riconoscere qualche monumento o qualche strada familiare. Lo svegliò l’autista che lo strattonava per un braccio. Farfugliava qualcosa, “rauss”, “schnell” o “achtung”, chi può dirlo? Il nostro gli sventolò sotto il naso l’abbonamento settimanale per tutti i mezzi come a dire ho pagato, sono in regola, mi lasci dormire, e l’autista lo afferrò per il colletto e lo trascinò giù.
Attorno a lui decine e decine di autobus riposavano come un branco di pachidermi, circondati da un muro di mattonelle rosse. Nevicava. S’ incammino verso un cancello e gettò lo sguardo oltre il vetro della garitta, dove una guardia beveva caffé e guardava la tv. Lungo una stradina inbalberata si incamminò. Il nevischio gli passava attraverso le scarpe di tela e gli infradiciava le calze. I fari di un mezzo della nettezza urbana illuminavano i lapilli di neve che precipitavano di traverso, e dallo stomaco meccanica azionato da una sagoma barbuta provenivano rumori di triturazione e trinciatura. Poi il mezzo sorpassò trotterellando il nostro eroe, che saltò sul marciapiedi appena in tempo per evitare una schizzata di fango. La strada immettveva su un viale buio, largo, silenzioso, vigilato su entrambi i marciapiedi da spartani edifici a forma di parallelepipedo color grigio cemento, i cui finestroni sembravano occhi che lo guardavano di traverso. Da ogni pozza d’ombra si aspettava di veder balzare un malvivente pronto a depredarlo.
Si strofinava le mani sulle braccia e sulle guance e visto da fuori pareva uno che si prendeva a schiaffi. È questa la perdizione?, pensò. È da questo che i saggi insegnamenti materni cercavano di proteggermi? Non ha idea di come riuscì a ritrovare la strada per l’ostello. Ad un certo punto sbucò in prossimità di un ponte e sulla sua destra ritrovò il complesso del Franzosiche Dom (anche se lui non ne sapeva il nome) e da lì ritrovò la rotta per Oranienburger Straße ed entrò in ostello senza rivolgere la parola a nessuno e si buttò subito a letto.

La maggior parte dei suoi amici non conosce questa storia e a lui non piace raccontarla. A me l’ha raccontata perché io e lui siamo come fratelli. A distanza di anni se ne vergogna ancora perché il ritratto di viaggiatore che ne esce non è lusinghiero. Pare un turista dell’Oktoberfest, e un po’ leghista inconscio. Senza contare la figura da allocco con la ragazza bionda, che lo ha ubriacato con efficienza e precisione e che, secondo me, sapeva per esperienza che prima o poi lui e gli altri partecipanti del pubcrawl si sarebbero guardati attorno senza riconoscere nessuno. E allora cos’ha di speciale questa città? Perché ne parla sempre come se fosse l’unica città in cui vale la pena di fare un viaggio?
«Non ci crederai» , ha detto. «Ma è stata proprio quella ragazza a darmi la mia prima grande esperienza internazionale. Avevo occhi solo per lei. Pensavo di piacerle mi sembrava che offrisse bicchierini di vodka solo a me. La guardavo e il mio cervello era impegnato a formulare ipotesi circa il rapporto tra la sua biondezza e la sua identità. Russa? Estone? Polacca? Ungherese? Indigena? Nel tragitto tra un bar e l’altro, come ti dicevo, mi sono fatto coraggio e l’ho affiancata. Le ho chiesto il nome. E ho fatto la domanda che tra compagni di viaggio sembra tanto normale. Di dove sei, Kirsten? Berlino Berlino o anche tu vieni da un altro posto? E lo sai cosa mi ha risposto lei? Mi ha risposto “E che importanza ha? Non si giudica una persona dal luogo di origine ma per quello che è. Sono Kirsten, piacere di conoscerti”, e mi ha allungato la mano. In quel preciso istante ho avuto la sensazione che si fosse spalancata la porta della gabbietta dentro cui, senza saperlo, il mio cervello ha sempre svolazzato. Mi ha offerto un bicchierino di vodka. E po’, be’, sai com’è andata».

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