Cosimo Argentina: Vicolo dell’acciaio (Fandango, 2010): intervista di Rossano Astremo


Cosimo Argentina: Vicolo dell’acciaio
di Rossano ASTREMO

È nelle librerie il nuovo atteso romanzo dello scrittore tarantino Cosimo Argentina. “Vicolo dell’acciaio” è pubblicato dalla casa editrice Fandango, nella collana Galleria Fandango curata da Mario Desiati. Il libro esce a poco più di due anni da “Maschio adulto solitario”, il
romanzo che ha consacrato definitivamente l’autore da anni trapiantato in Brianza, dove svolge l’attività d’insegnante.

Ancora una volta Argentina ambienta la sua storia a Taranto, in una via che ospita famiglie irrimediabilmente segnate da una sorte già scritta. Quasi tutti vivono lì perché si è a due passi dall’Ilva, il più grande impianto siderurgico d’Europa. Quasi tutte sono toccate da un lutto o una malattia dovuta alla grande fabbrica.

Dopo “Il cadetto”, “Cuore di cuoio” e “Maschio adulto solitario”, scegli ancora Taranto come contesto della tua narrazione. Perché la tua scrittura, il tuo desiderio di raccontare storie passa sempre da Taranto?

«Con Vicolo chiudo una sorta di quadrilogia dedicata a Taranto. Se “Il cadetto” era il romanzo della scoperta, “Cuo- re di cuoio” quello dei sogni e “Maschio adulto solitario” quello degli incubi, quest’ultimo, “Vicolo dell’acciaio”, è il romanzo del dolore. Poi per un po’ mi defilerò andando su altri scenari anche se ho ancora un colpo in canna dove Taranto sarà presente, ma questo più avanti. Sul perché, è difficile rispondere, ma forse il tutto risiede nel desiderio di muovermi nel mio antro naturale. E visto che la scrittura è anche ricerca di se stessi, della propria essenza, beh, allora è a Taranto che devo andare a cercarmi».

Sembra che Taranto, negli ultimi anni, sia divenuto un luogo letterario di forte attrazione per gli scrittori. Un contesto nel quale prendono corpo storie altamente tragiche o comunque fortemente cupe. Per citare un paio di libri, “Adesso tienimi” di Flavia Piccinni o “Il paese delle spose infelici” di Mario Desiati. È così difficile fare di Taranto lo scenario per un romanzo che abbia le venature della commedia?

«A dire il vero ci sono autori che scelgono strade diverse, ma se guardo in casa mia non posso che definire la scrittura come un adeguamento distorto della realtà e a Taranto negli ultimi venticinque anni le cose non sono andate bene. Alla narrativa però, da questo punto di vista, si contrappone il cinema dove esiste una levità che gli scrittori sembravo non conoscere. Personalmente sono affascinato dalle sconfitte e dalla follia e da qui nasce tutto. Follia è fuggire di casa per diventare cadetto, investire un’esistenza per un provino, trasformarsi in un lupo solitario per fuggire i fantasmi o vivere in attesa di una telefonata luttuosa… di questo si tratta».

Nel tuo nuovo romanzo è centrale l’Ilva. Il 27 marzo 2011 i tarantini dovrebbero andare alle urne per pronunciarsi sulla chiusura totale o parziale dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa. Qual è il tuo punto di vista in merito?
«Il grande strumento costituzionale che è il referendum in Italia è stato spesso disatteso. Parlo di quelli abrogativi, figuriamoci quelli puramente consultativi! Fatta questa premessa, se può servire a dare un segnale ben venga. Ma non ci credo. Credo piuttosto che l’Ilva abbia fatto il suo tempo e per motivi di mercato stiamo andando verso la fine di questa fase industriale. Taranto deve pensare al dopo-Ilva a prescindere dal referendum. Ormai la produzione è talmente calata che stiamo parlando di un moribondo. Gli ci vuole solo una spallata».

Molti tuoi estimatori ti considerano uno degli scrittori più sottovalutati oggi presenti in Italia e molto si aspettano da questo tuo nuovo romanzo. E tu cosa ti aspetti da questo libro?
«Ho scritto scritto una storia e ora rientro nell’ombra. È una buona storia? Non lo so, ma io al solito l’ho scritta al meglio delle mie possibilità. Essere sottovalutati è diventato il mio punto di forza. Ho la grande libertà di scrivere quello che voglio, coi tempi che desidero, con chi voglio. Non ho pressione addosso. Ho pochi lettori ma che sono davvero un manipolo di pazzi che mi segue sempre. Non frequento gli ambienti letterari e così posso scrivere in assoluta tranquillità. Il successo metterebbe a posto il mio portafogli e il mio ego, ma credo che danneggerebbe la mia arte. Tuttavia sarei un ipocrita se ti dicessi che non vorrei vendere 200mila copie di un mio libro. Magari! E la contraddizione va avanti dal 1999. Non credo che ci sia modo di venirne fuori, perciò affacciamoci alla finestra e stiamo a vedere».

Annunci