Piero Calò: L’occhio di porco (Instar Libri, 2010): intervista di Rossano Astremo

“Sarah Scazzi come la mia Tania”
di Rossano Astremo

“L’occhio del porco” è un romanzo giallo scritto dall’autore pugliese Piero Calò, dal 1992 trasferitoi a Torino. La casa editrice è la torinese Instar, che ha nella sua scuderia un altro scrittore pugliese, Emiliano Poddu e che ha il merito di aver creduto, prima in Italia, nello scrittore francese, premio Nobel per la letteratura del 2008, Le Clezio. Il libro di Calò è uscito nei primi mesi del 2010, ma parlarne ora non è un caso perché nel suo romanzo si racconta la vita di provincia di un paese del sud, Paisiello, la cui grigia tranquillità quotidiana viene messa in subbuglio dallo strangolamento di Tania, una quindicenne dalla bellezza indescrivibile. Inutile ricamarci attorno. Il suo libro appare profetico. La cronaca di questi giorni ne è testimonianza. Leggendo le sue pagine vengono presto in mente Avetrana e la giovane vita stroncata di Sarah Scazzi. È la realtà che supera di gran lunga l’artificio della scrittura. Parliamo in questa pagina di questo ed altro con l’autore.
Calò, quando nasce la sua passione per la scrittura?
Molto presto, a scuola dalle suore, dalla seconda elementare, in prima ci facevano solo disegnare ma io non ero capace. Sui quaderni di poesie coniugavamo i verbi da imparare a memoria e se la madre superiora, la mia insegnante, ci vedeva in crisi col Padre Nostro sorvolava ma il participio presente e il gerundio li voleva recitati come l’Ave Maria.
Basandomi sulla mia esperienza, sono convinto che la chiave di volta di tutto sia la scuola, anche un solo professore che nei primi dieci anni seduti al banco ti insegni una disciplina, una volontà, che poi non imparerai più.
Quanta importanza ha avuto la lettura nella decisione di dedicarsi alla pratica della scrittura?
Ho iniziato a leggere tardi, avevo più di 20 anni. Non me ne lamento, i libri hanno questo di meraviglioso, non ti chiedono l’età. Ho cominciato con i francesi dell’800, Balzac, Stendhal, Flaubert e Zola e li amo tuttora perché li vedo inseriti nella Storia che hanno vissuto… voglio dire: se qualcuno, o un cittadino curioso o uno statista, voleva sapere qualcosa del mondo, del suo stato di salute, leggeva “Bouvard e Pecuchet” e capiva che stavamo prendendo la deriva del relativismo, oggi è più facile commissionare un sondaggio… Nel “ventre di Parigi” c’è tutta la filosofia del “magna-magna”. Poi mi sono spostato sui russi: Puskin, Gogol, Dostojevskji, Leont’ev. Attraverso i quali ho apprezzato la tradizione di una cultura non-illuminista e abissale, nei suoi colossi dell’ortodossia religiosa, del dispotismo politico e della capacità di “fare fronte umano” che ho trovato solo in loro. Infine, dopo averli snobbati, ho preso in mano gli italiani e ne sono venuti fuori giganti come Manzoni e Pirandello ma anche grandissimi scrittori come Tomasi di Lampedusa, Fenoglio, Morselli, Buzzati. Tra i contemporanei, su tutti, Ballard, cui il mio romanzo deve non poco, l’idea stessa dell’ènclave isolata dal mondo che è il mio Paisiello ma che è, soprattutto, la sua “Isola di cemento”, “Il paradiso del diavolo”, “Il condominio”.
Soffermiamoci proprio su Paisiello, il paese del sud di provincia non esistente, nel quale si svolgono le vicende narrate nel suo romanzo, che, stando anche agli ultimi martellanti fatti di cronaca ha molti elementi di adesione con il reale…
La realtà, vale a dire la cronaca dei nostri giorni, supera sempre e di molto la fantasia. La letteratura ha un senso del pudore che la realtà non ha, è sguaiata e ne siamo colpevoli tutti, non solo chi stringe il collo alle ragazzine… Il romanzo gravita intorno allo strangolamento di una ragazzina di 15 anni, Tania; eppure in neanche un rigo del libro si può avvertire l’avvisaglia, il presagio, di quanto è poi successo nella cronaca nera oggi. Nel romanzo c’è un piano, un’idea magari romantica; qui non c’è nulla, anzi c’è il nulla. Ci vorrebbe la buonanima di Ballard a scrivere un nuovo romanzo, quello su di un paesino che dopo aver subito la televisione adesso la prende in mano e la fa. E non molleranno la presa tanto facilmente: se c’è qualcosa che non manca dalle nostre parti sono i sepolcri imbiancati…
Lei è tra i tanti scrittori della nuova generazione di pugliesi che si va affermando negli ultimi anni. C’è qualche autore, tra i pugliesi, che lei stima e se sì per quali ragioni?
Io stimo tutti quelli che scrivono perché scrivere è faticoso e nel 90% dei casi infruttifero. Di tutti i giovani scrittori pugliesi che ho conosciuto nessuno ha le velleità del grande scrittore che vende centomila copie e aspetta la chiamata di Bruno Vespa. Ho ravvisato, in loro, in voi, un’urgenza di “contarla diversamente” perché c’è un rapporto stretto tra la miseria umana e il numero di scrittori che vi operano intorno. È un segnale negativo innanzitutto, siamo tutti figli di Savonarola; ma è anche positivo: qualcosa, anche di piccolo, di marginale, da cui ricominciare.
La speranza finale è una chiusa doverosa per me, me lo hanno inculcato le suore in cinque anni di scuole elementari.
E trovo ciò ancora valido.

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