AA.VV., “Esc. Quando tutto finisce” (Hacca Edizioni) a cura di Rossano Astremo e Mauro Maraschi

Immagine

 

“Esc. Quando tutto finisce”, volume pubblicato da Hacca Edizioni, curato da Rossano e Mauro Maraschi, contiene undici racconti scritti da alcune tra le voci migliori della nuova narrativa italiana, Giordano Meacci, Carola Susani, Fabio Viola, Flavio Santi, Gabriele Dadati, Paolo Zardi, Federica De Paolis, Cinzia Bomoll, Vins Gallico, Stefano Sgambati ed Emilia Zazza.

LA NOTA DEI CURATORI

di Rossano Astremo e Mauro Maraschi

Il presupposto che ci ha spinto a curare il volume che avete tra le mani è stato chiaro fin dall’inizio: affrontare un argomento di ampia fruizione come la “fine del mondo” con un piglio d’autore, tramite l’attenta elusione di quei connotati che possono condurre a narrazioni “commerciali”. Eravamo certi che di libri ad alto contenuto sensazionalistico ce ne sarebbero stati e, a dire il vero, la deriva apocalittica non ha mai rappresentato per noi una prospettiva ad alto grado seduttivo. Il primo passo verso questo obiettivo è stata la selezione degli autori, tutti con pubblicazioni di livello alle spalle e ognuno con una propria coerenza stilistica e tematica. In secondo luogo li abbiamo invogliati a non trattare il tema in sé, ma ad usarlo come scenario, nonché a schivare la componente catastrofista a favore di quella affettiva, morale, esistenzialistica, sociologica e via dicendo. Si è poi innescato quell’emozionante processo di dialogo, a volte minimo, altre intenso, nel quale l’editor accompagna umilmente l’autore verso la quadratura del testo, di cui l’autore mantiene in ogni caso il merito e la paternità. Riteniamo il risultato finale molto più che soddisfacente. Se facendo un passo indietro dovessimo spiegare il perché del tema, risponderemmo che la fine del mondo è un argomento vastissimo, dalla potenzialità drammaturgiche enormi. Che la chiusura definitiva del sipario costringe, in maniera ineluttabile, a confrontarsi non solo con il senso della fine, ma anche con ciò che la nostra vita ha significato davvero fino a quel punto. Che l’esito narrativo di una resa dei conti con se stessi rappresenta per noi motivo di profondo interesse. E risponderemmo anche che, sul versante metaforico, la fine del mondo è una raffigurazione ideale della condizione umana – rischiando però di incappare in parole e concetti oggi abusati come “precarietà”, “perdita dei valori” e “sradicamento”. Decisamente più abili di noi i nostri autori, che hanno raccontato il loro ultimo giorno senza sfiorare cliché o cataclismi, ma piuttosto attraverso la raffinatezza di un gesto inusuale, di una riflessione dolceamara, di un confronto emotivo irripetibile o di una pacificante e cinica ironia. Come nel caso di Gallico, che evita coloriture grevi per dar voce a un anziano boss mafioso. Dadati, per contro, sposta l’ambientazione sui ghiacciai, che combinati alla sua prosa “esangue”, congelano le pulsioni dei suoi personaggi. Suggestivo è anche l’im maginario di Carola Susani, che alla fine del mondo antepone il declino di certe sovrastrutture sociali. De Paolis, Zazza e Zardi vogliono come protagoniste le famiglie, spesso disastrate; Sgambati e Viola alimentano un “falò delle vanità” dalle intuizioni simili; Bomoll e Santi scelgono punti di vista fuori dal coro; e Meacci torna a regalarci un racconto dalla partitura complessa quanto affascinante. Il paesaggio della nostra antologia è multiforme e imprevedibile. La visione generale non reca tracce di allarmismo, non sfiora i Maya e, addirittura, non è davvero disperata. Quasi tutti i personaggi affrontano la fine con una certa freddezza, chi con dignità chi con il gusto per la provocazione. La sensazione diffusa è di disorientamento, soprattutto quando ci si è aggrappati a ideali fasulli, come la fama, il successo, i soldi, l’ascesa sociale. Sono le famiglie a dare ancora qualche vaga certezza, come forse ci si aspetta che sia, almeno in Italia. Mentre l’individualismo, che per certi versi non ci è proprio, è destinato a soccombere di fronte all’assenza di posteri. Ma soprattutto, a nostro modo di vedere, tutti i racconti testimoniano che la narrativa italiana vive uno stato di buona salute e che la forma racconto, spesso bistrattata dal mercato editoriale italiano, è in grado di creare micro-mondi articolati e di affascinare i propri lettori. La nostra speranza è che il lettore non subisca solo un certo fascino, ma, nelle modalità più consone a ciascun lettore, anche piccoli dolori sparsi nel corpo e nella mente, in accordo con quanto scritto da un certo Franz Kafka in una lettera a Oskar Pollak nel 1904: “Dovremmo leggere soltanto quei libri che ci fanno male e che ci feriscono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sconvolge come un colpo alla testa, perché ci dovremmo prendere il fastidio di leggerlo?”. Già, perché?

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...