Simone Cattaneo, l’ultimo maledetto poeta italiano: poesie tratta da “Peace & Love” (Il Ponte del Sale, 2012)

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da “Peace & Love” (Il Ponte del Sale, 2012)
di Simone Cattaneo

Il mio amico Giulio si arrangiava mangiando ragni per pochi soldi,
con qualcosa in più si scolava un bicchiere di detersivo davanti
ai clienti del bar, ha impegnato la fede nuziale e ha preso lo scolo
per potere mangiare, odiava politici, froci, zingari e musulmani
non si è mai capito per cosa parteggiasse
forse solo per quell’albanese comprata e smontata
a piacere sulla branda buttata in fondo al cantiere.

:::

Ho incontrato un mio vecchio compagno di calcio
alcuni mesi fa in un ristorante di Torino, abbiamo giocato insieme
per circa dieci anni, da altrettanti non ci si vedeva
ci siamo abbracciati e abbiamo ordinato da bere. Vive lì adesso, almeno
così mi ha detto, genitori e fratelli morti, una zia a Garbagnate e
qualche cugino vicino a Napoli, gli unici suoi gioielli.
Era già ubriaco. Nessuna donna, lavoro interinale e monolocale.
Poi mi ha domandato come me la passavo. A quel punto è caduto
dallo sgabello del bancone e si è fratturato femore e umore.
Ho pagato il conto, chiamato una autoambulanza e me ne sono andato
sapendo che non avrei potuto fare niente di più
quella notte, né per lui né per me. Quando giocavamo
insieme, entrambi difensori, non provavamo pietà per nessuno.

:::

Appena terminato di servire pasti caldi giù all’ospizio
mi infilo un cappello di carta con le orecchie foderate di pecora e
mi imbuco nel solito bar ad osservare fumi grassi attraversare
le finestre a forma di rombo e i feti sottoaceto nei vetri.
Tre Negroni e due Campari e poi di corsa fin dietro il vecchio ufficio postale
dove ormai solo cinesi e egiziani giocano a dadi
sperando di centrare un doppio sei che mi permetta di comprare
ogni alone di sole
e qualsiasi milligrammo di colore.

:::

Non mi importa niente dei bambini del Burchina Faso che muoiono di fame,
non ne voglio sapere delle mine antiuomo,
se si scannassero tutti a vicenda sarei contento.
Voglio solo salute,soldi e belle fighe. Giovani belle fighe, è chiaro.
Che gli appestati restino appestati, i malati siano malati e
i bastardi che vivono in un polmone d’ acciaio
fondano come formaggio in un forno a microonde. Voglio bei vestiti,
una bella casa e tanta bella figa. Buttiamo gli spastici giù dalle rupi,
strappiamo fegato e reni ai figli della strada
ma datemi una Mercedes nera con i vetri affumicati.
Niente piani per la salvaguardia delle risorse energetiche planetarie
vorrei solo scopare quelle belle liceali che sfilano tutti i sabato pomeriggio
con la bandiera della pace. Non ho soldi e la botta è finita.
Ma sono un uomo rapace, per le vacanze pasquali
quindici milioni di italiani andranno in ferie lasciando
le loro comode case vuote.
Alla fine non sono razzista. Bianchi, neri, gialli e rossi
non mi interessano un granché.

:::

Stavo scrivendo una lettera a Dean Martin
così per ragionare sui sistemi massimi dell’esistenza
quando mi fermai e decisi di uscire di casa.
Incontrai un tipo dai capelli fulvi e lo sguardo da assassino,
allora intonai una vecchia ninnananna per rassicurarmi e
deciso mi infilai nei cessi della stazione.
Oltre ai soliti marchettari, puttane, spacciatori e compagnia bella
vidi un tizio che inzuppava furtivo pane nell’orinatoio appena usato da altri
per poi mangiarselo con gusto. Aspettai una buona mezz’ora fuori dai cessi
prima che uscisse, volevo parlargli, chiedere spiegazione sulle sue direttive dietetiche
e domandargli quale fosse la sua posizione sull’imminente invasione aliena e sui vegani in generale.
Ma appena mi vide mi scambiò per un semplice marchettaro e lì per lì non sapendo cosa fare
accettai. Per cento euro gli feci un pompino, e dopo una buona ora
passata a sentire della musica
metallara brasiliana mi fece il culo. Tornai a casa soddisfatto.

***

La mia donna crea dipinti con i suoi capelli castani
sul mio petto scuro,
aspetta sulla soglia della mia carne ogni suo errore,
mi conforta dicendomi che soffrirò da solo,
cadrò e non mi solleverò,
ucciderò sette persone e avrò tanti giorni di carità
quanti un cane in un canile, rimarrò solo senza più denti,
farmaci né sentimenti
finirò come quello straniero incontrato un lunedì pomeriggio
in un caffè di Milano centrale.
Più o meno la sua vita era andata così – I had a woman,
she left me –. Nulla più di questo.

Simone Cattaneo (1974 – 2009). Sue poesie sono state pubblicate su “Atelier”, “La clessidra”, “Hebenon”, “ Poesia”, “Letture”, “Graphie”, “Tratti” e “Clandestino”. E’ stato incluso nel testo curato da Giuliano Ladolfi, L’opera comune. Antologia di poeti nati negli anni settanta (Atelier, 1999). Suoi testi, con una presentazione di Roberto Roversi, sono presenti nell’antologia Dieci poeti italiani (Pendragon, 2002), a cura di Maurizio Clementi. È stato incluso in Lavori di scavo. Antologia dei poeti nati negli anni ‘70 (Antologia web di Railibro, 2004) e in 100 Poesie di odio e di invettiva a cura di Antonio Veneziani (Coniglio Editore, 2007). Il suo primo libro di poesia, Nome e soprannome, è stato edito nel 2001 nella collana di poesia della casa editrice Atelier. È da poco uscita una sua antologia, dove sono raccolte tutte le poesie, per i tipi dell’associazione “Il ponte del sale”.

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