Intervista ad Elisabetta Liguori, protagonista della seconda edizione di “Parlate di Luce. Rassegna di Poesia Abitata”

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Elisabetta Liguori : “Parlate di Luce”

 di Rossano Astremo

Dal 19 al 22 settembre in tanti si sono incontrati per abitare Carosino. Con il patrocinio della Regione Puglia e di Puglia Promozione si è svolta in quel dove una inconsueta rassegna di poesia e letteratura, dal titolo “Parlate di Luce. Rassegna di Poesia Abitata.” Inconsueta per luoghi, scelte fatte e luci. Una sorta d’incontro spontaneo di voci, di occupazione coattiva di una terra che rischia di essere svuotata, dimenticata, sommersa. Nel nome della poesia, ma non solo. Si è trattato di una rassegna, dedicata al compianto poeta Antonio Verri, in occasione del ventennale dalla sua morte, spintasi oltre il dato di partenza, consentendo ai presenti di lavorare su diverse forme di prosa, sulla musicalità delle parole, sulle immagini, sull’impegno della ricerca. Sulla comunicazione in senso ampio. Molte parole sono state portate a sostegno di altre parole, abitate di nerbo vitale. Parole che hanno trovato strade, edifici, vicoli, centri storici, zolle sulle quali poggiarsi. Quelli della città vecchia a Taranto, tra piazze improvvisate a campo da gioco e vicoli che anelano a maggiore attenzione. Come in ogni luogo abitato, anche a Carosino in questi giorni si sono accese luci, voci, idee, installazioni d’arte, dibattiti. Le parole sono diventate popolazione. Tra paesani e no. Autoctoni e stranieri. Vino e altri suoni. A tratti e con modalità differenti, i luoghi scelti sono parsi dissimili a quanti già li conoscevano, sorprendenti a coloro che li visitavano per la prima volta. Anche l’antica bottega del barbiere, trasformata per l’occasione in un centro di smistamento d’informazioni per turisti smarriti ed estimatori d’arte, in un archivio d’immagini per bambini strillazzanti e sudati, in un circuito di memorie dinamiche, è stata abitata in modo nuovo. Ha cambiato abito, come tutto ciò che vive ancora. Tra le voci presenti al festival anche quella di Elisabetta Liguori, narratrice leccese.

Prova a raccontarci la tua Carosino.

C’è molta luce a Carosino. Anche al tramonto, anche di notte. Io non lo sapevo, non conoscevo questo paese piccolo del tarantino, se non attraverso i racconti nostalgici del mio amico poeta, Biagio Lieti, tra i più attivi organizzatori della rassegna. Tra gli irriducibili, direi. Ma si sa, i poeti, se non dei gran bugiardi, quanto meno son dei visionari. Nei loro versi molto spesso di vero c’è solo qualche luminosa intuizione. Il resto è desiderio. Desiderio di luce. Bene, quella luminescenza è stata messa in piazza durante i giorni di Carosino. Avevo portato un’amica con me. Due turiste della parola. Siamo state accolte, ascoltate, nutrite, dissetate. Non accade spesso. È stato molto bello.

Solitamente cosa abita la tua scrittura?

Demoni. La mia narrativa è abitata soprattutto da demoni, ovviamente, e da flash di attimi vissuti, rubati, mancati. Tutto l’insieme è animato da domande ossessive, bisogno di capire e di mettere ordine. Di illuminare. Perfetto per questa rassegna organizzata tra Taranto e Carosino, credo. La sera della mia lettura a voce alta ho preferito leggere i primi tre capitoli di un romanzo ancora incompiuto. Quella è la scrittura che abito di più, infatti, che ha più bisogno di confronto. Le scritture già compiute, al contrario, soprattutto dopo essere state editate, si svuotano di me. Dovrebbero essere abitate da altri. Spero da più lettori possibili. Non so quanti, non so chi.

 Torneresti a Carosino?

Dieci, cento, mille Carosino. Certo che ci tornerei e non solo per ritrovare il gran vino per il quale quella terra è famosa o per le testimonianze di quella antica civiltà Magno Greca. Quel sabato sera, mentre passeggiavo con la mia amica per i vicoli, abbiamo sentito una vecchia signora riferire ad una vicina di casa questa esatta locuzione verbale: “Io, se domani mi decidevo, ci tornavo a Carosino”. Lo senti il suono, la luce della consecutio temporum? Non è meravigliosa? Lo senti il presente e il passato che si mescolano senza vergogna? Ecco perché ci tornerei. Per quel suono lì. Non lo farei in nome della poesia, lo farei per me, per egoismo, per sopravvivere, per sentirmi contemporanea. Perché senza il suono rivoluzionario di certi progetti antichi mi pare che tutto muoia più in fretta.

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