Narrativa e precariato lavorativo: un mio pezzo del 2005: vintage review

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Rossano Astremo
Lo scrittore contemporaneo nelle trame-rizoma del precariato lavorativo

E se la finzione fosse più fottutamente vera della realtà? Se la scrittura fosse un’arma contundente per porre allo scoperto il sommerso e il sottaciuto di questa società capovolta nella quale, non per nostra volontà, siamo costretti ad agire? Prendete, ad esempio, la confessione di Roberto Saviano in un pezzo apparso su Nazione Indiana dal titolo Scrivere sul fronte meridionale. Lo scrittore casertano è stato interrogato per molte ore dai carabinieri della compagnia di Casal di Principe su mandato della Procura Antimafia di Napoli per alcuni testi comparsi in rete. L’accusa? Quella di sapere troppe cose per essere uno scrittore, quello di aver messo il dito nelle piaghe purulenti del connubio malavitoso tra grande imprenditoria e camorra. Saviano insiste, ripete più volte, “cazzo, io sono uno scrittore, scrivo racconti, la mia è pura finzione”. La risposta che gli viene data, in realtà, è un’altra domanda: “Lei sa dove è nascosto Bernardo Provenzano?”. Mi sembra che stia prendendo sostanza un interessante filone letterario che non riguarda solamente gli scrittori sudisti, ma che possa, a tutti gli effetti, estendersi a tutto lo stivale: quello di una letteratura che si scaglia a muso duro contro un sistema che castra ogni velleità di esistenza serena, di una letteratura civile che mostra le piaghe pustolose generatesi da anni di becero belusconismo d’accatto. Tra le striature complesse di un sistema editoriale denso di nuove uscite, ci soffermiamo sulle trame variegate di oggetti narrativi che fanno della precariato lavorativo la ragion d’essere del loro essere scagliati nel calderone indigesto del sistema librario nostrano. Considerate Pausa Caffè di Giorgio Falco, pubblicato dalla Sironi, casa editrice milanese che si avvale del nobile lavoro di talent scout di Giulio Mozzi. Il romanzo d’esordio di Falco è un affresco gelido di Milano, città nella quale il lavoro non è più lavoro, dove non c’è più la fabbrica, ma esiste una raffica indistinta di impegni, traffici e desideri. Il romanzo è costituito da una serie di riflessioni, monologhi, microstorie, registrazioni di telefonate, segreterie telefoniche, slogan, passioni. Falco disegna con mano sicura la città che incontriamo ogni giorno al bar, in ufficio, al telefono. Precari, licenziati e licenziandi, pornostar, televisivi di basso livello, blateratori radiofonici, mestieri sfuggenti ad ogni classificazione razionale.Un mondo non sconfitto, ma certamente senza speranze. Ha scritto Aldo Nove parlando di questo romanzo: “Trecentocinquanta pagine di brandelli di mondo lavorativo che diventano brandelli di ego e residui organici di una società sull’orlo di una esplosione. Falco, scrittore mimetico come pochi, racconta la vita dei precari con una scrittura fortissima nella connotazione e precaria a sua volta nell’imporsi un uno stile, piuttosto rapsodico e in grado di coprire, con il linguaggio, tutti gli stilemi, ma anche le forme di vita, di quei lembi di reale in cui si muove o s’arresta il lavoratore precario”. Pensiamo poi a Nicola Rubino è entrato in fabbrica dello scrittore di Altamura Francesco Dezio, uscito con Feltrinelli. Ecco una breve e simpatica biografia dell’autore presente nel romanzo: “Sono nato nel 1970 nella città del pane e dei salotti (ma potrebbe diventare presto anche la città del carboncello o della salsiccia tagliata a punta di coltello – diciamo a periodi). Il 24, il giorno di Gesubbambino, nasco, erompo sulla scena. Il mio esordio letterario risale al 1998 in un’antologia similtondelliana che si chiama Sporco al sole, racconti del Sud estremo. Il mio racconto viene definito una sorta di Trainspotting. Poi finisce il periodo di disoccupazione e frequento un corso di formazione quale operatore alle macchine C.N.C. (controlli numerici), seguito da uno stage di mesi due. E poi la Grande Fabbrica. E poi ancora Disoccupazione. Mentre accade tutto questo partorisco abbozzi di storie – una deriva ontologica degli accadimenti. Anche piuttosto rabbiosa. Scrivo negli orari più impensati. Di solito a fine turno, quando i ricordi sono ancora freschi. Mi levo il sonno dagli occhi e scrivo. Anche durante le pause di lavoro. Osservo e scrivo. Loro parlano e io scrivo. Mi comandano, mi sfottono, ci litigo, mi minacciano, mi licenziano – io scrivo. Scrivo tutto. Loro hanno abusato di me due anni a formazione. Io abuserò di loro in eterno, punto e basta. È così che si fanno i buoni libri, almeno quelli che piacciono a me.” Quello di Dezio è un romanzo-reportage, dal carattere spiccatamente autobiografico, che mette crudamente in evidenza le condizioni di lavoro dilanianti dell’operaio nella società postindustriale. Nicola Rubino, alter-ego di Dezio, è un trentenne operaio pugliese, il quale, dopo mesi e mesi alla continua ricerca di una chimera chiamata lavoro, ha finalmente la sua occasione. Una multinazionale, “leader nel settore” della produzione dei motori diesel, lo ha assunto con un contratto di formazione. Un futuro garantito e tutelato dal mitico posto fisso lo aspetta come un miraggio al termine del periodo di prova. In mezzo, ci sono sei mesi di lavoro infernale: ritmi di produzione pazzeschi sotto il ricatto continuo del licenziamento, le vessazioni dei capi, l’incomprensione dei colleghi. Nicola, del resto, è quel che si dice una testa calda, svelto di mani e di parola: praticamente ingestibile. Però osserva e registra tutto, lasciandoci assistere alla messa in scena di sogni e frustrazioni della classe operaia precarizzata in luoghi e momenti topici del lavoro in fabbrica: davanti alle macchine, durante la pausa-caffè, in mensa. Il tutto filtrato da una “ironia solforica” talmente vitale e genuina da restare costantemente al di qua dell’ideologia. La fabbrica, oggi come negli anni sessanta, quando erano scrittori come Parise, Volponi e Testori a raccontarci la grande industria del Nord, è ancora un mostro capace di stritolare le risorse umane attraverso un meccanismo perfetto di consumazione del corpo e di annullamento della volontà. “La fabbrica si prende tutto”, divorando perfino lo spazio narrativo. Non c’è quasi nulla nel romanzo che accada fuori dai suoi cancelli. Sono passati venticinque anni da Tuta blu del barese Tommaso Di Ciaula, pubblicato nel ’78 nella collana “Franchi narratori” della stessa Feltrinelli, e in Puglia, nuovamente, con Nicola Rubino è entrato in fabbrica, il mito operaista è messo al bando dalla bassezza della denuncia di uno sfruttamento senza vergogna. Nicola Rubino è entrato in fabbrica è un romanzo “politicamente scorretto”, che mette a nudo le ferite dell’attuale Governo italiano, capace solo a risolvere le questioni che s’impigliano nello spazio ristretto del suo ombelico, ignorando l’inferno feroce della realtà sociale che attorno si agita. O inoltratevi nella lettura di Cordiali Saluti di Andrea Bajani, edito da Einaudi, nel quale il protagonista compone lettere di licenziamento, piene però di “sensibilità, empatia, cordialità, fermezza e attenzione al prossimo”. Di commiato in commiato, l’anonima voce narrante vede la sua carriera progredire in parallelo con la malattia che ha colpito il suo predecessore. E così mentre i suoi sentimenti (imbarazzo, affetto, solidarietà e dispiacere) diventano policy aziendale, il protagonista si rivolge al mondo di fuori per cercare la verità di queste emozioni. Ha dichiarato Bajani in un’intervista: “Il mondo dell’azienda, con la retorica motivazionale che gli è connessa, è una sorta di scatola nera in cui i nomi delle cose non sono più collegati alle cose… L’azienda vuole che i suoi collaboratori siano felici, e allora organizza per loro crociere, scampagnate, i panettoni sulla scrivania per Natale, i brindisi per santificare gravidanze di collaboratrici che fatalmente perderanno il lavoro. Non esiste compassione possibile semplicemente perché l’azienda si propone come universo totalmente sostitutivo. Ti propone uno scambio mefistofelico: rinuncia alla tua vita, alla tua famiglia e a tutto il resto penseremo noi”. E, perché no, il Massimo Carlotto di Niente, più niente al mondo (edizioni e/o), nel quale è la voce di una madre a parlare, tra le buste della spesa, i soprammobili comprati in edicola nelle infinite collezioni delle riviste, una donna disperata costretta dopo il licenziamento del marito dalla fabbrica a mutarsi in colf, in concorrenza perenne con le slave. Ha scritto Roberto Saviano, recensendo questo testo: “Carlotto è riuscito in questo capolavoro a celebrare la quotidiana morte dell’anima”. Oltre alla pubblicazione di romanzi che affrontano la tematica del lavoro precario, consideriamo due testi antologici. Il primo è Teoria e tecnica dell’artista di merda, edito dalla Valter Casini di Roma. È un’antologia curata da Claudio Morici, al cui interno presenta una sezione dal titolo inequivocabile di L’artista di merda fa il doppio lavoro (Il secondo è in omaggio). Se abbandoniamo la pratica della narrativa, per abbracciare il filone della ricerca-inchiesta, da leggere assolutamente è il testo Precariopoli, volume collettaneo edito da Manifestolibri, un libro che raccoglie alcune inchieste sui ricercatori dell’Università, operai di Melfi, dipendenti dell’aeroporto di Fiumicino e autoferrotranvieri. Concludiamo con il romanzo di Giuseppe Caruso, Chi ha ucciso Silvio Berlusconi, edito da Ponte alle Grazie. È una storia come ce ne sono tante in Italia, almeno all’inizio, in un posto che potrebbe essere ovunque ma che è a Milano. Ettore Saleri ha 25 anni e si è appena laureato in Storia. I suoi genitori, mamma casalinga, papà in pensione, hanno già trasformato la gioia in preoccupazione per il suo futuro. In effetti, il “mercato” di un laureato in Storia è molto, molto basso. Ettore, se da una parte sente forte questa stessa preoccupazione, dall’altra la stempera un po’ con l’idea che avrebbe preso qualsiasi lavoro gli si presentasse. Quando si sente particolarmente giù, va a trovare Max, amico del papà, ma ormai molto di più amico suo. Max ha un passato da sindacalista di sinistra, anche se adesso la sua vita volge ad un certo declino più psicologico che fisico. La difficoltà di Ettore nel cercar lavoro, i colloqui nell’agenzia interinale, i lavoretti di data entry, sono perfettamente reali, anzi, mi ci sono pienamente trovato avendo fatto più o meno lo stesso iter. Una sera, Ettore e Bruno, altro suo amico squattrinato, sono al centro sociale vicino casa. Incontrano Allegra. Ettore è un po’ innamorato di Allegra, da quando la conobbe, a Genova durante il G8. Allegra è una ragazza particolare, tanto dolce quanto lunatica, abbastanza impegnata politicamente, studentessa in Statale, e iniziano a frequentarsi ed amarsi, anzi per Ettore Allegra è la valvola di sfogo, visti i lavoretti, che fa, alcuni dei quasi faticosi e pagati in nero, per Ettore Allegra e la consolazione quando improvvisamente il padre muore. Ad un certo punto, però, Allegra lo lascia senza un perché. E per Ettore è una botta senza precedenti tanto che si convince che lei l’abbia lasciato per un altro. E si mette a seguirla. E scopre che ogni tanto va in case sconosciute, in genere alla periferia di Milano, dalla quale esce accompagnata sempre da persone diverse. E quando finalmente i due tornano insieme perché separati proprio non possono stare lui prima con sgomento ma poi sempre più accondiscendente e convinto scopre che Allegra fa parte del “Gruppo Rosso Combattente”, un gruppo eversivo di estrema sinistra che, bandita la violenza verso le persone vuole comunque farsi notare per dire all’Italia che la stagione della protesta “alternativa” non è terminata. Senza anticipare il finale, una premessa è d’obbligo. Il romanzo di Caruso non caldeggia affatto l’uccisione di Silvio Berlusconi, ma è solo una provocazione, una specie di “evento simbolico”. Silvio Berlusconi in questo romanzo, e non solo, rappresenta il simbolo del malessere reale in cui versano i giovani, che non trovano lavoro e devono quasi prostituirsi alle agenzie di lavoro interinale, senza diritti, e quando trovano pidocchiose occupazioni, massacranti e sottopagati. Berlusconi è simbolo di una classe dirigente che, in nome della esasperata flessibilità (perché così a loro fa più comodo), toglie ai giovani il futuro. Caruso è scrittore-metonimia che dimostra a lettere cubitali come la narrativa, ma, la letteratura tutta, nell’era topica del berlusconismo-sistema di potere criptico, caldeggi fortemente la tematica della recrudescenza del conflitto sociale e del lavoro. La caduta del Governo/Azienda diretta da Mister Trapianto Bis, che avverrà nel maggio 2006, quali novità apporterà nei solchi sfarinati della nuova narrativa?

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