Il 6 gennaio 1914 nacque Vittorio Bodini: 25 poesie e una nota per ricordarlo

bodini
Per chi, come il sottoscritto, è nato e cresciuto nel sud, la progressiva dimenticanza di un sublime poeta e di uno squisito intellettuale quale Vittorio Bodini genera pur sempre perplessità e sdegno. Basta sottolineare il fatto che nelle principali antologie poetiche del Novecento (quelle curate da Mengaldo, Anceschi e Sanguineti, solo per citarne alcune) il nome di Bodini è assente, così come quasi totalmente assente è la rigogliosa tradizione poetica meridionale.
Le ragioni sono molteplici e, certamente, non da affrontare in questa sede, dove invece mi soffermerò a riflettere sulla figura dello scrittore Bodini.
Bodini è nato da genitori leccesi il 6 gennaio del 1914 a Bari, ma ancora in fasce viene portato a Lecce. A diciotto anni fonda un gruppo futurista. Nel 1937 si iscrive alla Facoltà di Filosofia di Firenze, dove si laurea nel 1940. Tornato a Lecce, con Oreste Macrì, cura la terza pagina di ‘Vedetta Mediterranea’, poi collabora a ‘Letteratura’, pubblicando le prime poesie, aderisce al movimento ‘Giustizia e Libertà’ e si inserisce in ‘Libera Voce’.
Nel 1946 si trasferisce in Spagna come lettore d’italiano e poi antiquario. Nel 1950 rientra a Lecce e dopo due anni ha la cattedra di Letteratura Spagnola presso l’Università di Bari. Nel 1954 fonda ‘Esperienza Poetica’ che vive due anni. Continua ad avere rapporti stabili con il Salento, anche se negli ultimi dieci anni si è trasferito a Roma, dove muore il 19 dicembre 1970.
Bodini ha dato vita ad eccellenti traduzioni del Don Chisciotte di Cervantes, del Teatro di F.Garcia Lorca e di I poeti surrealisti spagnoli, tutte uscite con Einaudi, è autore di numerosi scritti in prosa, via via dimenticati, ma oggi riscoperti grazie all’attento lavoro della casa editrice Besa e del docente universitario Lucio Antonio Giannone, ma soprattutto Bodini è autore di pochi, ma preziosi libri di poesia.
Da ricordare La luna dei Borboni ( 1952), Dopo la luna (1956), Metamor (1967) e Poesie(1972, postuma), raccolta di testi uscita per Mondatori e negli ultimi anni ripubblicata da Besa. Una corretta interpretazione della poetica di Bodini si può effettuare considerando la continua attrazione tematica del sud.
Proprio questa necessaria dimensione memoriale allontana Bodini dall’oscuro ermetismo post guerra, avvicinandolo ad una struttura in versi più vicina alla testimonianza:«Un paese che si chiama Cocumola / è / come avere le mani sporche di farina / e un portoncino verde color limone. / Uomini con camicie silenziose fanno un nodo al fazzoletto / per ricordarsi del cuore. / Il tabacco è a secare, / e la vita cocumola fra le pentole / dove donne pennute assaggiano il brodo».
Esempio questo testo della polarizzazione bodoniana tra le maglie ispide dell’oscura significazione ermetica (i primi 4 versi) e il ritmo più agile e distensivo che si percepisce nella delineazione di un ricordo ( come dimostrano i versi successivi).
Ma il sud, l’estremo lembo di terra nel quale Bodini ha vissuto gran parte della sua esistenza, è anche tema denso di tristi riflessioni e di dolori esistenziali lancinanti: « Qui non vorrei morire dove vivere / mi tocca, mio paese, / così sgradito da doverti amare; / lento piano dove la luce pare / di carne cruda / e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.// Pigro / come una mezzaluna nel sole di maggio, / la tazza del caffè, le parole perdute, / vivo ormai nelle cose che i miei occhi guardano: / divento ulivo e ruota di un lento carro, / siepe di fichi d’India, terra amara/ dove cresce il tabacco. / Ma tu, mortale e torbida, così mia / così sola / dici che non è vero, che non è tutto. // Triste invidia di vivere, in tutta questa pianura / non c’è un ramo su cui tu voglia posarti».
Bodini è poeta dalla sensibilità estrema, supremo cantore di un sud mitico, ancestrale, ma, nel contempo, limitante e castrante. I suoi versi sono tra i migliori prodotti della poesia meridionale del Novecento e si spera che la critica letteraria presto renda merito ad una voce che il peso del tempo ha seppellito senza giusta ragione.

Vittorio Bodini, 25 poesie

da La luna dei Borboni e altre poesie (1945 – 61)

5

Cade a pezzi a quest’ora sulle terre del Sud
un tramonto da bestia macellata.
L’aria è piena di sangue,
e gli ulivi, e le foglie del tabacco,
e ancora non s’accende un lume.

Un bisbigliare fitto, di mille voci,
s’ode lontano dai vicini cortili:
tutto il paese vuole far sapere
che vive ancora
nell’ombra in cui rientra decapitato
un carrettiere dalle cave. Il buio,
com’è lungo nel Sud! Tardi s’accendono
le luci delle case e dei fanali.

Le bambine negli orti
ad ogni grido aggiungono una foglia
alla luna e al basilico.

6

Possibile che polverose cicogne
trapassino le crune dei campanili?
Che l’esatto sorriso delle astrazioni
baleni dalle velette, per le stanze
ove l’odore degli agrumi e il vento
di scirocco escludono ogni memoria?
Cresciuti fra la secca polvere e i fiori rubati
– gelsomini e garofani e polvere che dà barbagli -,
nuovi fanciulli ora tremano al buio degli anditi
ove li attira col suo caldo fiato la lasciva paura.
(Era un confine ogni albero che il treno varcava
spogliando i rami del loro fogliame di corvi,
e quel delirio d’ali nere nell’aria
arsi frammenti erano d’una lettera
che tenteremmo invano di ricomporre.)

da “Dopo la luna” 1952-1955

Autunno, pescatore d’aragoste

Autunno, pescatore d’aragoste, ex pirata,
la cui stanchezza dà epidermidi umane
alle maniglie dei tram,
guarda con occhi d’anice la pianura industriale
fra i bulloni schiodati e i ceri del primo amore.
Sforbicia l’ultima rondine
manoscritti di nuvole che narrano
il primo viaggio intorno al mondo, lo scoppio
delle castagne, i cinque uomini d’equipaggio
che scesi a terra vollero restare
coi selvaggi. Fummo offesi
da quella preferenza; ci può esser di meglio
di questa nostra civiltà?
Andate più avanti: troverete
forse un altro eremita più vecchio di me.
Tagliategli con forbici e forbicine
le lunghissime ciglia.
Lui potrà dirvi come tamponare
lo sgocciolio suicida di questo paesaggio.
Autunno con la punta del coltello
spargeva con ogni cura un sale umido
sulla cicoria cruda.
E il lungofiume, l’odore della nafta bruciata,
le vergini del Sud che annaffiano ogni sera
d’ignoti amanti teste decollate
che fioriscono in vasi di basilico.

Tutto un paese sorge contro un uomo

Tutto un paese sorge contro un uomo
condannato al coraggio:
le torri aragonesi a rombo sulla scogliera
e le case alte un palmo
(e doverti pregare di sorridere!),
come il cucito su cui cade a picco
il profilo severo delle cucitrici
in una poca luce d’oleandri.
Mi sarebbe costato meno uccidere,
in quest’inefficace lume di luna
schiacciata ai poli e preda di vapori
d’un rissoso occidente,
che dover dire: «un uomo come me »,
e sentire lo spazio per tutti e quattro i costati
torcersi come rame bianco, e le stoppie bruciare
in fumo senza vampe.
Le cose si feriscono anche senza di noi.
Che cos’ha questo viso? Io non avrei dovuto
uscire così illeso dai miei naufragi e segnare
nuovi fatti insensati sul bilancio del vivere,
eppure il tempo non si vendica, serba una traccia
dell’antica fierezza che morì
nelle disabitate tombe sparse
fra questi scogli che corrode il mare
e lo zolfo di sommersi vulcani.
È lì che vaga la notte la tua anima
di uomo come me, di me che credo
in quegli avi sepolti per tanti secoli
con un profilo come il mio
con cui guidavano
il corso delle navi e dei cavalli
e amavano pazienti donne dagli occhi d’uva.
Come si dibatte l’omuncolo nell’intrico del sangue
di quell’offesa somiglianza – e intanto perde terreno!
Vedilo dunque saltare, saltare infinitamente
fra queste tombe greche
accecate di terra, in riva al mare,
sparire nelle grotte, ricomparire
col viso tumefatto dal dolciastro egoismo
d’essere ancora vivo senza pietà.

Come un polpo sbattuto

Come un polpo sbattuto ancora vivo contro lo scoglio
si arricciolavano i miei pensieri
a Bari fra le barche verdi e gli inviti
favolosi dei venditori
di quella iridescente pena; ma io
non avevo che una moneta
d’impazienza e di notte,
una moneta nera dei paesi
dell’interno, che soffoca le case
fra orizzonti di corda su cui oscilla
la tarantola – un’altra pena; e tu un’altra,
quando dicesti: la pietà è più forte
dell’amore. Più rapida è volata
che il mio odio la mano sulla tua guancia.

Sto davanti alla tua caverna

Sto davanti alla tua caverna.
Esci fuori e arrenditi.
Noi abbiamo la sintassi e la radio,
i giornali e il telegrafo,
e tu non vivi che del mio sonno,
non hai che la roccia a cui ti tieni abbrancato,
e per farmi dispetto
non mi rispondi nemmeno.

Dalla porta del carbonaio

Dalla porta del carbonaio
l’acqua s’annera e così prosegue
rinforzata dai canali che scendono
dalle terrazze fino a Porta San Biagio,
e fuma un’aria
grigia,
stappata dalle bottiglie di capo d’anno.

Ma non ci son porte
per uscire da te, tempo. E che fanno
gli altri?
Gli uomini del mio tempo
nelle botteghe dei barbieri
sfogliano con le guance insaponate
i calendari nuovi
che promettono donne
facili e pronte già nel sole
dei campi di Francia,
dove basta cercare fra la paglia
per trovarne.
E vedo la cesta ove il capo mozzo dell’anno cade,
e la pioggia che lava
la carbonella davanti alla porta
del carbonaio, per cui l’acqua s’annera
e rinforzata dai canali che scendono
così prosegue.

Studio per la Sanfelice in carcere

Al tempo dei Borboni
le donne erano matassine di seta,
non parliamo dei cuori di cicoria,
o dei densi gioielli dei colombi
che andavano e venivano
come schiaffi nell’aria intorno alle chiese.

Ma alle grate di ferro che danno
sui cortili umidi
i fanciulli annusavano verde e silenzio.
Che punto di partenza pei loro sogni!
Grattavano il verde cogli occhi,
il silenzio con le mani.

Limoni d’oro a volte erano stelle
a quei cieli reclusi da una porta
tarlata, oltre la quale
passava il venditore d’aghi e gridava,
gridava il venditore di semi di zucca,
la tromba del lattaio,
quella del venditore di petrolio
con il ciuco ammaestrato.
E questo era il tempo: vite umane
scandivano la misura d’altre vite,
ma pei fanciulli dagli occhi
persi nel prigioniero verde, che di rado
stormiva,
ognuno di quei gridi, ogni suono
erano distaccati dalla trama del giorno,
unici, irragionevoli.

Non per lei, no: non per la Sanfelice
in carcere;
lei di tutto faceva, d’ogni voce
d’ogni pensiero un filo
quieto ed attento al suo dolce ricamo.
Troverà nel silenzio una custodia
quel suo umano sognare?
La troverà nella calce bianca e azzurra,
e il legno della porta sarà più legno:
tutto sarà più se stesso
se lei continua quieta a ricamare.

Lecce

Biancamente dorato
è il cielo dove.
sui cornicioni corrono
angeli dalle dolci mammelle,
guerrieri saraceni e asini dotti
con le ricche gorgiere.

Un frenetico gioco
dell’anima che ha paura
del tempo,
moltiplica figure,
si difende
da un cielo troppo chiaro.

Un’aria d’oro
mite e senza fretta
s’intrattiene in quel regno
d’ingranaggi inservibili fra cui
il seme della noia
schiude i suoi fiori arcignamente arguti
e come per scommessa
un carnevale di pietra
simula in mille guise l’infinito.


Madrid

Lo stagno senza viole
dove morì Pilar,
Pilar dalle ascelle implumi
che esigeva l’amore come un credito,
non lo voglio vedere.

Andiamo a Fuencarral.
Andiamo a Plaza Santa Ana.

Gamberi e Manzanilla,
olive verdi e alici.

S’accendano tutte le luci
e gli occhi delle madrilene.

San Giovanni degli Eremiti

Vedi come frantuma questa tromba
negra la frase, rovistando i più
oscuri ripostigli dell’amore
e del tempo? O come l’erba
effimera tremando
somiglia al suo concetto?
E tu che pensi,
funerea carne al vento viola,
persa
tra le cupole rosse mussulmane
e il pallore dei ruvidi limoni?
Cosa ottiene il tuo sguardo che non sia
silenzio che si fa colore,
colore che si fa scusa mortale?

Come farò

Come farò
a diventare antico
almeno fino ai secoli in cui un demone
sveniva in ogni bianco giglio
e l’universo era già tutto scritto
in un rampante agreste mosaico?
Essere un angelo che dice
dalla bocca Iesu Iesu in un dorato cartiglio
al tempo delle pietre preziose che avvelenavano.
Lasciatemi uscire da questa vita,
non dalla vita, signor Cristo.
Vi sono anime fatte per domandare
e altre per rispondere:
la mia è una persiana verde con due occhi dietro,
la mia è un remo rosso tra i vivai di cozze
che il pescatore aggira sullo Ionio
lentamente immergendolo
in quell’azzurro che non sa mentire.


Estate. I grandi piatti

Estate. I grandi piatti di conserva
sulle terrazze
e il fumo che dai camini
nella luce s’invetria.

Ritrovano le cose nel sonno umano
il silenzio ch’è la loro forma.
Rivive così la vuota
carcassa d’un grillo
in una morte o delicata speranza.

Le formiche avanzano. Brilla
il coperchio come un re,
d’una scatola di latta.
E si ode il fiato sottile delle costellazioni,
quello dei santi nelle campane di vetro
sui freddi marmi dei comò.

Arcieri nelle grotte
saettano tori
e amori senza labbra,
occhi dalle palpebre lievemente arrossate
da un’intima congiuntivite.

Canzone per una sedicenne

Una bara di cioccolato e argento
navigava nel clandestino meriggio
delle tue gambe sedicenni così fragili
mentre celati nei fossi nelle verdi macerie
il rospo, la scarpa vecchia, il barattolo vuoto
aspettano le Pleiadi per gracidare.
Con l’oro debole dei datteri acerbi
la vergine che sa di avere i giorni contati
sfidava il volo dei falchi che planano senza preda
sulle cave di pietra o l’umido muso
degli aranci nell’orto,
ma le sue gambe rimanevano in una
infanzia di altalene e di draghi.

Non era un’arpa, era solo
un’altalena senza suono
con tutto il vuoto di te.

Quanti velieri possono uscire da un sorriso!
Quanti sogni da un paio d’occhi
che a un tratto chinati sui tuoi ne scacciano il cielo
non come il bimbo che si tira il berretto
di lana rossa sugli occhi
ma come l’annegato immobile sul fondo
che si vede passare sulla faccia
le aragoste solenni e senza peso.

Scopri i letti degli uomini, le bianche lenzuola
credile neve improvvisa
venuta giù da immaginari monti.
Ma nessuno, nessuno custodirà il tuo lungo passo credulo
di trampoliere con le ansiose conchiglie
del tuo cuore o il sospiro della canna
che si spezza nel vento. E i fili d’erba secca
che s’impigliarono sul dorso d’un pullover azzurro o ciclamino
diventeranno bianche sagome d’un tirassegno
che delicatamente si portano la mano al cuore ferito
per valutare il tiro.

Non era un’arpa, era una dolce caviglia
che vede per la prima volta il cielo.

Generazione

Quanti fili spezzati
di vite, di romanzi
fra le acacie, sui prati.
Quante strade percorse
camminando
sopra i passi d’un altro.
Le sedie vuote dei caffè ci odiano
ed i fatti si ammucchiano a vista d’occhio
come le armi di un esercito sconfitto.
O città plumbea e amata, in qualche posto
dovrebbe esser murato
il tuo cadavere d’oro.
Uomini dalla testa di girasole
lo cercano in ripostigli che odorano
di biancheria di donna e di tristezza.
Altri guidano macchine violente
e le ombre loro sull’asfalto
non sono cigni non sono
che piume nubili
senz’alito
ferme.
Ahi, e veder cieli alzarsi e cadere
e intanto ha fine il nostro bene:
lontano e privo di soccorsi il grido
della generazione si dissangua
ed un geranio è la sua rossa bara.

I pini della Salaria

Attento. Ogni poesia
può esser l’ultima.
Le parole s’ammùtinano.
Comincia un insolito modo
con le cose di gl1ardarsi
d’intendersi
scavalcando le parole
in una vile dolcezza.
Ahi, e avevo un cuore
che voleva abbaiare
tutte le notti
alla luna e alle pietre.
Sì, i cappellini d’edera
dei lampioni notturni,
le coppie che s’abbracciano
nelle macchine ferme…
Che posto troverò per voi
nella memoria,
per voi e per le colme cupole
che ammaìna Roma nell’ombra?
I pini della Salaria
non hanno pigne
da far scoppiare al fuoco,
pigne calde da mettere
nel cavo petto dei morti.

Da: “Serie stazzemese”, 1961

5
Monte Forato

Ecco Monte Forato
con l’anello al naso.
Cuori di carta velina
tremavano nel bosco
per San Rocco.
La banda scesa dal camion
suonava nella pagoda
e i vecchi di Stazzema
battevano il tempo con la coda.

6
La verde noia uccide

I muschi, il capelvenere,
le testoline rosse delle more,
la polla che in silenzio
muove la bocca tremula
come vana figura
che s’allontana in sogno
ogni privata vicenda
hanno disperso. Chiedersi
« a che punto sono con me stesso? »,
non ha senso.
La verde noia uccide
gli idolatrici cuori.
Scivola il sandalo
dal piede,
ghermisce la giacca

7
Mostri

Son tornati la morte e il malumore.
Le capre all’impazzata
girano per il monte
e un serpente piumato,
di gomma, è accovacciato
al centro della via.
un rovo.
Eccomi divenuto
bosco. Sarò
solo un filo fra i tanti
di questo verde arazzo dietro il quale
una pastora invisibile
implora un’invisibile capra.

8
Questo verde telegrafo

Questo verde telegrafo fra l’erbe
che dirà? E la secca foglia
del castagno che par che cada
su antiche piaghe del cuore?
Vedi i contorni irosi
dei massi protervamente caduti
dalle cime nell’imo della valle
ove il torrente ne fa arpe sonore
che decora di muschio, e l’aria
si rinfresca a quei salti
fra il rosso e il nero ardenti delle more
e i gonnellini d’edera dei tronchi.


da “Inediti”, 1954-1951

Come un ago che entrasse nel nostro corpo

Come un ago che entrasse nel nostro corpo
senza parole
munito sulla punta
di un occhio con cui guardare e trasmettere
come un ago penetra nella buia stanza
una sonda di nichel dal soffitto
o dal pavimento?)
serpe d’argento il cui veleno è soltanto il suo sguardo
che sentiamo su noi senza vedere
come un respiro un po’ tardo
Immobili non sappiamo se la notte là fuori
neghi ai mandorli mance d’oro o
azzurrini monti
se il cielo erediti una stella
ruota il serpe e trasmette
quanto abbiamo di mobili
quanto di tristezza negli armadi
(persino) gli spiccioli del coraggio
o il sudore dell’angoscia e nel cassetto
le prove dei crimini inconfessati


Il fazzoletto insanguinato

a Sante Monachesi

Il fazzoletto insanguinato
appeso al fu di ferro
diverrà pipistrello.
La prostituta alla fermata del tram
si sfila con la punta d’una scarpa
il piede grassoccio dall’altra
e quel sollievo la farà partecipe
della moralità del mondo,
mentre luci come antiche siringhe
si portano alla bocca i ponti
e l’amico vi dice che De Pisis
non era una sardina sott’olio.

da: “Zeta”, 1962-69

In treno
(Biglietto a N. e a V.)

Quanto manca d’azzurro a questo cielo
starò forse vivendolo con voi
mentre diagonalmente il finestrino
riga la pioggia, formandovi labili
topografie in cui il primo pensiero
è quello di trovare un luogo per collocarvi
coi vostri mille volti.
Dell’angoscia la servizievole tela
così si sperde mentre percorre vie
labirintiche e vengo in cerca di voi
in cangianti città di gocce d’acqua.

Ostaggio

O se il nulla non fosse solo il nulla
ma nuvolaglia polvere poltiglia
nella luna
senza colore
senza nulla

Potervi dire: volti libri città
ore del giorno musiche stagioni
o contorni del mondo e passi per percorrerlo
mi resta in voi qualcosa: il caro ostaggio
d’una piccola figlia

Se veramente il nulla non fosse il nulla
ma nuvolaglia polvere poltiglia
senza colore
senza nulla

Ottobre 1966

10
Il sonetto del cavaliere

Come il cavaliere
che ha per tutta corazza un filo d’erba
si comprime sul cuore lame e luci taglienti
Cade della verità un velo

e si possono scorgere ora distintamente
nitidi varchi intermittenti segnali
che s’era omesso di cogliere e di seguire
e tutto è disperatamente chiaro e convergente

nella gloria posticcia del tramonto
come l’incurvatura di una fionda
ma ahimè non senza

l’inappagante vicinanza del troppo tardi
che può far brillare per un istante
fin i più poveri cenci del reale

a Rafael Alberti

11
Le mani del Sud
a Rafael Alberti

Hai fatto bene dice a non parlarmi del Sud del
Sud e delle sue brulle capre saltellanti
di scoglio in scoglio

O le pallide mani delle capre del Sud

Hai fatto bene dice a non parlarmi del Sud del
Sud e delle sue capre per metà divorate
dallo Stato

O le candide unghie delle capre del Sud

Hai fatto bene dice a non parlarmi del Sud del
Sud e dei suoi orizzonti un tempo aperti
da ogni lato

O le pallide unghie con cui ciascuno si dilania nel Sud

Hai fatto bene dice a non parlarmi del Sud del
Sud e dei suoi braccianti uccisi dalla
polizia

O le pallide mani un po’ grassocce dei Tribunali
del Sud gli olivi dal cuore umano l’accusare
e accusarsi senza pietà Il grande Sud delle
questioni di principio

Hai fatto bene a non parlarmi del Sud

15 gennaio 1969

12
Il destino dell’uomo

Quando dai pomodori uscirà il sangue
il destino dell’uomo sulla terra
sarà segnato
Gli animali che hanno per vita privata un continente
grattacieli d’arnie o l’insonne arabesco
saranno nei tuoi occhi come un campo da tennis
Gli ingegneri si rompono senza un grido
Avran le sere cere minuziose
sere dal volto aguzzo inesatte chimere
Sono i calici d’ombra
Sono i calici in fiamme
Il vuoto dei manichini attirerà le montagne

1962-1969
I febbraio 1969

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