Tommaso Pincio, La ragazza che non era lei (Einaudi, 2005): vintage review

Patrick-Imbert
Rossano Astremo

Un mondo possibile che frana ed esplode
su “La ragazza che non era lei” di Tommaso Pincio

Tommaso Pincio, La ragazza che non era lei, Einaudi Stile Libero, 2005

Con La ragazza che non era lei (Einaudi Stile Libero Big, 14,80 euro), Tommaso Pincio, alla sua quarta prova narrativa, dopo M. (Cronopio), Lo spazio sfinito (Fanucci) e Un amore dell’altro mondo (Einaudi Stile Libero), costruisce un mondo possibile dove reale e irreale si interrano tra loro generando un’unica sostanza inseparabile, dove spazio e tempo abbandonano la loro architettura cronotopica, che nella consuetudine fa da ratio allo sviluppo dell’intreccio, dando vita ad uno spazio-tempo lisergico e omogeneo, nel quale si sublima a lettere cubitali il male oscuro che muove l’azione di un nugolo variegato di figure attanziali disincarnate. Laika Orbit, ventiquattrenne dotata di grande fascino, beve tranquillamente la sua Coca Cola in un fast food. Le si avvicina uno strano tipo, con un ciondolo da far rabbrividire anche i peggiori denigratori del buon gusto e una maglietta con una complicata geometria che vortica su uno sfondo dai colori insopportabili alla vista. Laika accetta di salire sulla macchina dello sconosciuto e di fuggire con lui. Poi qualcosa si spegne. Laika è trasportata in una realtà bizzarra, nella quale tutto è ricoperto da una polvere che se leccata ti fa sballare all’inverosimile. Il tipo si dimostra più strano del previsto. È un uomo ossessionato dai calcoli matematici, che parla senza pronunciare le vocali, perché ritiene che sia più stimolante produrre nuovi lessemi staccandosi dalla consuetudine di una grammatica orticante. Poi arriva in un hotel, in una strana città, chiamata Cloaca Maxima, nella quale si produce solo merda. L’uomo ossessionato dalla matematica scompare, così, all’improvviso, senza una ragione, Laika senza di lui si sente persa, è l’unico legame che ha con quella realtà che non le appartiene, perché lei non si chiama Laika, perché lei non ricorda un cazzo del passato. Il suo vero nome? Era felice? La sua famiglia? I suoi amici? Non ricorda un cazzo di niente. Laika senza il matematico che le fornisce il denaro non può pagare la sua camera d’albergo. Paga con il proprio corpo. Si fa stuprare da un dipendente dell’albergo e da un suo amico. Lei osserva tutto da una crepa del soffita. Laika ha leccato la polvere rossa, quella che ti fa sballare come matti. Poi viene scagliata fuori, nei pressi dello studio di William Burroughs, investigatore psichiatrico, specialista in pedinamenti psicosomatici e ritrovamenti degli stati di coscienza. Ancora una volta Pincio utilizza il suo amato Burroughs, derealizzandolo (Burroughs scrittore nella realtà diviene Burroughs investigatore psichiatrico nel romanzo). Procedimento utilizzato per tutti i personaggi di Lo spazio sfinito. Burroughs è l’hombre invisible che mai compare nel testo. Aleggia la sua cattiva fama. Si dice che abbia voluto fare il figo mettendo una mela in testa alla moglie con l’intenzione di imitare Guglielmo Tell. Risultato: moglie colpita in pieno cranio con pistola di grosso calibro. In questo il Burroughs reale viene a coincidere con il Burroughs fittizio. Interpretano se stessi nel romanzo altri due mitici esponenti della Beat Generation. Ad un certo punto della narrazione si fa un salto nel passato, si parla di Kinky Baboosian, siamo in pieni anni Sessanta, movimento hippy al culmine del suo potenziale utopico. Kinky altro non è che la madre del folle matematico mangiatore di vocali. Lei, ribelle e libertina come molti in quegli anni, si ritrova vestita da coniglietta di Playboy lunga le strade del continente americano. E chi ti va a beccare? Ken e Neal e altri sballatoni, su uno strano furgoncino multicolore. Ken è Ken Kesey, che con le sue indigestioni pilotate di Lsd, psicolocibina, mescalina, peyote, e gli happening organizzati ovunque, apre la strada alla generazione hippy. Neal è proprio lui, Neal Cassady, il Dean Moriarty di On the road, chiamato da Kesey a guidare il furgone dei Merry Punkresters per migliaia e migliaia di chilometri nella ricerca spasmodica di un’esistenza più autentica. Cosa cazzo c’entrano Ken e Neal in tutto questo? Bene, a quanto pare ci sono buone probabilità che il padre del matematico con problemi di linguaggio sia proprio Ken Kesey. Ma visto tutti gli uomini che la madre Kinky si è scopata nella comune nella quale vivevano tutto assume la prospettiva nebulosa dell’incerto. E Laika che fine ha fatto? La narrazione, ad un certo punto, per analessi si volge indietro. Dalla terza persona iniziale che si sofferma sulle sofferenze inspiegabili di Laika Orbit, si passa alla prima persona, che altro non è che il matematico morto. Dall’oltretomba il matematico Zxyz, dal nome più simile ad un codice fiscale che ad altro, racconta la sua storia, la sua infanzia passata in una comune californiana, la sua passione per i calcoli impossibili, lo spostamento ad Amsterdam, la fine progressiva e inevitabile della chimera hippy, l’abbandono dalla madre, l’ossessivo infittirsi di numeri nel suo cranio, il ritorno della madre a distanza di anni, il sesso incestuoso che consumano, l’autoconvincersi che un senso di follia sembra impossessarsi di lui, anzi no, l’immedesimarsi con le vicende esistenziali di un certo K, matematico incarcerato per atti di terrorismo, che altro non era il primo ragazza ad avere infilato le mani tra le cosce della madre molti anni prima, poi il precipitarsi degli eventi sino al congegno esplosivo che invade il finale. E Laika Orbit?

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