Rossano Astremo recensisce Giuseppe Genna (2004-2013): vintage review

genna_h_partb
Qui riporto le mie recensioni apparse negli anni su quotidiani e web-zine ad alcuni dei romanzi pubblicati da Giuseppe Genna

Grande Madre Rossa (Mondadori, 2004)

Dall’autore di Catrame, Nel nome di Ishmael e Non toccare la pelle del drago arriva Grande Madre Rossa, il thriller che sonda causticamente i mali della nostra “italietta” e di questo “mondaccio” che crolla a picco e stenta a ridestarsi. Tutto ha inizio con una fragorosa esplosione. Crolla il Palazzo di Giustizia di Milano. Oltre mille morti. Questo inizio non lascia sorpresi. Dopo New York e Madrid i limiti dell’irreale che viene iniettato nella bolla del mondo possibile-romanzo hanno subito un innalzamento in percentuale da brividi. Questo inizio non lascia sorpresi, ma fa paura. Compare Guido Lopez, investigatore presente nei precedenti romanzi di Genna, il quale organizza i lavori volti al recupero dello Schedario sepolto nel cratere del Palazzo di Giustizia. Nelle carte dello Schedario sono sedimentati segreti indicibili che riguardano anche il Presidente del Consiglio. Dove finisce la finzione? Dove comincia la realtà? Lopez entra in un livello di indagine che lo porta alla scoperta di una cellula terroristica eversiva europea, Grande Madre Rossa, che ha organizzato la distruzione del palazzo. Lo Stato ha trucidato tre islamici, considerati colpevoli. Lo stato ha commesso un errore. Gli Islamici non (sempre) c’entrano. Grande Madre Rossa colpirà ancora nel giorno dei funerali di stati delle oltre mille vittime. Grande Madre Rossa colpirà contemporaneamente a Milano, a Roma, ad Aviano, a Bari, a Siena, a Firenze. Grande Madre Rossa colpisce i punti nevralgici della Nazione. Dal trionfo assoluto del terrore la possibilità di una nuova rigenerazione per uno Stato, il nostro, incancrenitosi tanto che puzza da fare schifo. Il romanzo di Genna è un viaggio angosciante nel Male che corrode il nostro mondo. Stile teso, coinciso, vibrante, sincopato, con alcune pagine di grande letteratura, tra le migliori scritte in Italia negli ultimi anni. Considerate l’incipit del romanzo. Il tempo del reale, ossia il momento dell’avvenuta esplosione del Palazzo di Giustizia, è amplificato dal tempo della scrittura, tutto focalizzato su uno sguardo che spacca le barriere spaziali, viaggiando dagli iniziali “duemiladuecento metri sopra Milano”, sino ad arrivare “giù, verso il fondo”, “verso la terra”, verso “l’incredibile voragine”. A tratti si sente il riverbero neoespressionista della potente prosa moreschiana. Aboliamo la nozione di genere, allora, Grande Madre Rossa di Genna non ha la monovalenza interpretativa di molti thriller, non possiede la scrittura piatta, denotativa di molti altri thriller, ma è testo dalla lettura multilivello e dal grande impatto stilistico e formale. E, dopo Grande Madre Rossa, dove ci porterà la scrittura di Genna?

L’anno luce (Marco Tropea Editore, 2005)

Giuseppe Genna accantona la scrittura di genere e con essa manda in letargo l’ispettore Guido Lopez, il personaggio seriale dei suoi thriller, dopo che lo stesso si è incarnato nella serie tv Suor Jo. L’anno luce è definito nella seconda di copertina il primo romanzo neoborghese italiano. Definizioni a parte, L’anno luce è un romanzo di un iperrealismo talmente smodato da sciogliersi come burro sfrigolante su padella rovente. Ed ecco il Mente, un manager quaranta-cinquantenne dalle smodate ambizioni. Il Mente è un dirigente della Komtel Italia, una società di telecomunicazioni, sotto l’assedio di compratori inglesi che mirano al controllo delle comunicazioni della nostra nazione. La moglie Maura non riesce ad avere figli anche se tenta più volte la fecondazione artificiale. Una sera il Mente trova Maura riversa sul suo letto. Sembra morta. Ma in realtà è in una sorta di coma psichico. Le ragioni? L’amante minorenne della moglie, autore del folgorante Capolavoro Misterioso, si è suicidato nella sua vasca da bagno. Mentre il protagonista sta preparando materiale per la riunione più importante della sua vita la moglie verrà inseminata da un maniaco in ospedale. Per l’ottenimento del possesso della Komtel si muovono non solo compratori inglesi, i quali conoscono i segreti più oscuri dei dirigenti della società italiana, grazie al lavoro sporco del Faccendiere, ma anche il Vaticano, incarnato, nelle pagine del romanzo, da un Cardinale che conosciamo molto bene. Oggi Papa. Accanto a questi protagonisti compaiono icone immarcescibili del nostro immaginario contemporaneo, da Michael Jackson, al playboy Gigi Rizzi, dalla cagnolina spaziale Laika al Michael Douglas di Wall Street, senza dimenticare lo scrittore Uwe Johnson e il suo infernale Jahrestage. Genna si muove abilmente nelle trame dense di questo torbido intreccio, mixando fiction televisiva e tragedia classica. Pensate al Mente e alla descrizione con la quale è introdotto nella storia: “Lo sguardo bellissimo, però anche molto freddo, e anche ironico, per via di pupille profondamente blu che a volte paiono glaciali e quasi aliene, tradisce un’eccessiva intelligenza: quest’uomo è furbissimo. Il suo umorismo è un’arma. Ha trasferito le competenze di sopravvivenza dal corpo, lievemente più disarmonico della norma, alla mente: rapida, prensile, rettile. I capelli, corvini e tendenti quasi al blu, ultimamente sono spruzzati di bianco, soltanto in un’onda sulla destra della fronte, il che gli conferisce un sovrappiù di marzialità e autorevolezza. In pratica, un biglietto da visita che enuncia: occhio, io sono il finto dolce, sono l’uomo che morde”.
Ritroviamo il Mente alla fine del suo lungo viaggio, quando la tragedia è oramai montata, nella struggente lettera a Maura, dall’incipit che strazia: “Maura, amore mio, mio amore, è trascorso un anno da che te ne sei andata. Un anno luce. Un anno per me di strazio. Sono straziato, Maura”. La tragedia che si compie in L’anno luce è individuale, certo, riguarda il Mente e il crollo di quella marzialità che sembra caratterizzarlo nelle prime pagine, ma è anche collettiva, poiché il Mente è la parte di quel tutto composto da uomini privi di scrupoli pur di poter raggiungere i loro sporchi obiettivi. Il Mente ottiene ciò che vuole, prende il posto del Profeta, è amministratore delegato della Komtel, ma l’assenza di Maura è struggente. Oltre ogni cosa.
Altre piccole annotazioni. Prendiamo in considerazione questo breve estratto: “Siamo la rete che sta scoprendo il pianeta. Questo pianeta non morirà esplodendo. Questo pianeta sarà talmente inquinato da congelarsi. Si congelerà. Diventerà livido, violaceo. Come Marte: un pianeta morto, abissi che non recano più traccia di acqua alcuna. Tracce di una vita che fu, sfumata. Termiti che sopravvivono nel sottosuolo. Ma noi…noi saremo altrove, nello spazio profondo, germinando, sbocciando! Stiamo lavorando per una nuova specie!”. A parlare è il Profeta, nella convention aziendale con la quale la storia ha inizio. L’utilizzo della prima persona plurale e di verbi quali “sbocciare” e “germinare” richiamano alla mente alcune distorte figure che popolano i Canti del Caos di Moresco. Gli attanti genniani sembrano muoversi in una sorta di spazio-tempo allucinato (allucinare è uno dei verbi più usati), come piccole sagome slothropiane che vibrano sfocandosi progressivamente, perdendosi in un bianco di pura luce, sino alla fine: “Sorridendo è solo come nella piazza non fosse alcun umano, fossero migrati, ominidi confusi, via, verso sconosciuti Bering, allucinando. È solo e spalanca il suo manto e sotto il manto non vi è il corpo e si vede l’universo e tutte le stelle. Luce – bianca intensa”.

Dies Irae (Rizzoli, 2006)

“Ripulisciti, papà. Ti amo”. Ci troviamo a pagina 735 di Dies Irae, l’ultimo allucinato romanzo di Giuseppe Genna, pubblicato da Rizzoli nella nuova collana 24/7. A parlare è Giuseppe Genna, uno dei protagonisti che appaiono nello scenario esploso del romanzo, proiezione narrativa dell’autore reale Giuseppe Genna. Il patto narrativo ci impone di sospendere l’incredulità e di accettare per vero tutto quello che un autore immette nel suo mondo possibile. Ma in questo caso la verità supera di gran lunga la finzione, la verità serpeggia magmaticamente nelle pagine del romanzo molosso, la verità è che Dies Irae è l’opera che ci dona un Giuseppe Genna scrittore rinato, purificato, dopo aver inalato per anni le polveri svilenti di un assoluto dolore. “Ripulisciti, papà. Ti amo”. Sono gli ultimi mesi di vita del padre di Giuseppe Genna, stroncato dal male del secolo, siamo nel settembre del 2005, siamo alla fine di un lungo viaggio, non solo narrativo, ma anche temporale. Tutto inizia nel giugno del 1981, quando a Vermicino Alfredo Rampi, 6 anni, viene trovato incastrato in un pozzo artesiano. Diciotto ore di diretta televisiva raccontano la sua drammatica fine trasformandolo in un’icona mediatica: Alfredino. Evento che trasforma cinquanta milioni italiani in cinquanta milioni di spettatori italiani. Nelle stesse ore: la scoperta delle liste della loggia P2, il processo Calvi, l’edificazione della città satellite di Milano 3 a opera dei fratelli Berlusconi. La storia diviene pellicola capillare che s’insinua tra le trame del romanzo che ha come protagonista non solo Giuseppe Genna, che nel suo alloggio abusivo e claustrofobico usa un congegno per l’intercettazione della voce dei morti, e scrive un libro segreto, il Dies Irae, appunto, nel quale profetizza le sorti della specie umana, fino all’estinzione del pianeta, ma anche Paola C. che, in fuga da un indicibile dramma, attraversa il tetro sottobosco tossico di Berlino e la scena psichedelica di Amsterdam, e Monica B. che vive la parabola ben poco spirituale della buona borghesia milanese.

La storia dell’Italia degli ultimi 25 anni diviene una sorta di materasso a molle su cui rimbalzano i drammi assoluti degli attanti che si muovono nello spazio-tempo del romanzo. Ecco quindi l’ascesa al potere di Bettino Craxi, la caduta del Muro di Berlino, i mali oscuri di Tangentopoli, la sequenza dei governi Berlusconi – Centrosinistra – Berlusconi, ma è la storia individuale dei tre protagonisti a colpire. In fondo l’incubo del bambino morto nel pozzo viene utilizzata come valvola simbolica che piaga con ossessione Paola, Monica e Giuseppe. Un romanzo storico, certo, ma soprattutto un romanzo del dolore privato. Solo la scomparsa dei rispettivi padri determinerà la graduale rinascita dei tre protagonisti. La rinascita richiede una morte. E in questo romanzo Giuseppe Genna muore come uomo e come scrittore, ma, nella sua rinascita, diviene un altro uomo e un altro scrittore. “Ragiono su cosa c’è oltre la finzione e ho tempo di farlo. Io so che dietro c’è: non so. C’è la paura, il manto primario del mistero, dell’inadeguatezza a essere. La guida assente. La perpetuità immobile che spaventa. Il rischio che il mondo si fermi. Che io muoia. Che smetta di essere”. Nel momento di massimo successo come autore di thriller lo scrittore Giuseppe Genna decide di abbandonare il Grande Editore (Mondadori) e di rimettersi in discussione. Il Dies Irae è il risultato di questo suo mettersi in discussione: “Ci vorrebbe una letteratura che spacca ogni genere, ogni gabbia stilistica, ogni poetica con il fantastico. Una letteratura mitologica, delusiva a un primo livello e sapienzale a un secondo, mitologia per questa immane popolazione che fatica a mettersi in movimento perché privata della narrazione di storie mitologiche”. Febbraio 2006. Lo scrittore Giuseppe Genna non scrive più thriller, quindi. è un uomo libero. Ecco la scena conclusiva: Giuseppe Genna è impegnato in una seduta di Dance Therapy: “Il cupo avanza perché la mente arretra. Arretra una parte della mente: arretra l’intelligenza. La mente è più larga, il corpo reclama di essere mente e ha ragione, io ascolto attonito i reclami, non so cosa fare. Non so niente”. La sua istruttrice è Paola, la stessa Paola che ha vissuto anni di inferno a Berlino e Amsterdam. I loro corpi sono uniti, i loro destini hanno subito analoghe curvature: “Paola che mi prende da dietro e mi tiene la scheina attaccata al suo ventre e irradia calore e nescienza, non sono neanche questa nescienza, ma la pura presenza della quale, discendendo e facendomi più solido e senziente, avverto al tua presenza, papà, e questo è quanto mi è concesso, niente è illimitato e tutto è illimitato, non ho parole, non ho ostentazione”. Il triplice riverbero della parola pace chiude questa storia. Un romanzo del dolore, certo: non di un dolore che crocifigge, ma di un dolore che sventra corpi, immobilizza coscienze, senza però produrre definitive sconfitte, di un dolore terapeutico, necessario, sfrontato, da demolire per poi rinascere.

Italia De Profundis (minimum fax, 2008)

Sono da anni un estimatore della scrittura di Giuseppe Genna. A più riprese, su questo spazio e su altri, ho espresso pareri positivi su suoi molti libri, con una predilezione nei confronti di quelle opere in cui le dinamiche dell’autobiografia prendevano il sopravvento (“Assalto a un tempo devastato e vile”, “Dies Irae” e “Medium”). La stima per Genna è talmente tanta che, decidendo quale libro portare per i miei dieci giorni di viaggio a New York, la scelta è ricaduta su “Italia De Profundis” (minimum fax, 2008). Ora, “Italia De Profundis” è un libro fortemente coraggiosi, un libro in cui il Giuseppe Genna autore attua una vera e propria intersezione allegorica tra il Giuseppe Genna personaggio, colui il quale nel testo dice “io”, e l’Italia tutta, paese alla deriva, in pura putrefazione estetica e morale. A ciò s’aggiunge il costante lavoro di remix che l’autore compie nei confronti di molte opere di autori del recente passato. In “Italia De Profundis” aleggiano riferimenti al “Petrolio” di Pasolini, alle opere più sperimentali di William Burroughs (“Pasto Nudo”, “La morbida macchina”, “Nova Express”, “Il biglietto che è esploso”) e ad “Una cosa divertente che non farò mai più” di David Foster Wallace. E nonostante la presenza di pagine di grande impatto emotivo, di pura forza narrativa, di lucida analisi sullo stato larvale dell’Italia (“un luogo che ho disimparato ad amare”), è sulla questione-lingua che l’opera di Genna lascia perplessi. A volte la ricercatezza smodata di termini altri, desueti, dà vita ad esiti scopertamente forzati, fragili, a volte parodistici . E se è vero che è cifra stilistica di Genna quella dell’iperbole, è pur vero che in “Italia De Profundis” c’è un eccesso che non rende merito all’atto eversivo della trama. E non credo che questa mia impressione sia dovuta al jet leg subito nel post-viaggio.

Fine Impero (minimum fax, 2013)

Torna Giuseppe Genna nelle librerie e lo fa col botto. Un testo molto atteso dai suoi affezionati lettori questo “Fine Impero”, edito da minimum fax nella oramai storica collana di narrativa italiana nichel. Un testo dal tortuoso percorso editoriale. Il libro doveva uscire nel maggio 2012 per Einaudi Stile Libero e poi non se n’è fatto più nulla. Le ragioni? A me non sono note, ma dovendo fare un’ipotesi, nel calderone magmatico – l’attuale linea editoriale appare zigzagata e difficilmente percorribile – che è oggi Einaudi Stile Libero un testo coraggioso e fuori dal coro come questo di Genna poteva essere un virus difficilmente gestibile. Merito allora a Cassini e co. per l’ennesimo colpo azzeccato. Io sono un lettore della prima ora dei lavori di Genna, ho apprezzato molto alcuni testi (Assalto a un tempo devastato e vile e Dies Irae su tutti), meno altri (tra cui Italia De Profundis). Fine Impero racconta la storia di un uomo di 40 anni che resta vittima della tragedia più contronatura che possa accadere ad un essere umano: sua figlia, di dieci mesi, muore. Ci si sveglia una mattina e si trova la propria figlia cianotica, senza respiro, in culla. Contronatura, certo, perché un genitore mai dovrebbe sopravvivere a un figlio: “Deprivazione di una figlia, di un figlio. Perché nella antica lingua italiana, letteraria fino dai primordi, non esiste un termine che indichi il contrario della condizione di orfano? Che cosa sono un padre e una madre che perdono un figlio, una figlia? Quale parola li denota? E affinché il termine eventualmente indicasse l’intensità della situazione – poiché non è nulla di più intenso che perdere una figlia a dieci mesi – come sarebbe necessario agire in modo che le parole acquisissero intensità diverse? Scrivere poesie, un libro? Isolarle? Segnarle? Accentarle come un insulto?”. Quello che fa il protagonista di questa storia, dopo essersi congedato in gelido modo dalla madre della bimba, convinti entrambi che il lutto vissuto è condizione umana di mutismo eterno tra i due, si lascia travolgere dal mondo glitterato dello show business. Incontra uno strano personaggio, da tutti noto come Zio Bubba, versione iperletteraria del ben noto Lele Mora, agente di ragazzi e ragazza pronti a tutto pur di toccare con mano, anche per poco, quel ventre molle e sfuggente della celebrità. Il nostro scrittore fallito solca i mari di queste notturne feste a base di sesso e droga, accanto a Zio Bubba, maestro concertatore di un mondo allucinato. Il nostro scrittore fallito ha perso tutto: “Ero l’uomo che aveva perduto tutto non avendo avuto niente mai. Ero l’uomo del male, che si difendeva congelandosi. Nessuno sapeva quanto io avevo perduto. Mantenevo il segreto di una perdita costante, mostrando agli altri un volto cordiale ma distante, una fisionomia non propriamente fredda: lo sguardo vagamente incantato, un poco assente, un sorriso pallidamente accennato, i movimenti cauti e controllati… Nessuno sapeva niente di me tranne che ero nessuno: uno che scrive, uno normale, uno poco noto”. La distrazione di questo mondo collimava perfettamente con la distruzione vissuta individualmente dal protagonista. Attraversa lo scempio morale della città in cui vive con la stessa leggerezza con cui i ragazzi e le ragazze guidati da quel Pigmalione lisergico di Zio Bubba pippano coca. In una delle tante feste a cui partecipa lo scrittore incontra una donna, dai capelli biondo cenere. Il suo ingresso in scena crea una crasi nel rapporto tra tempo della storia e tempo della narrazione, rimodulando il senso complessivo del romanzo. Storia fortemente simbolica in cui il protagonista che crolla fa da megafono all’Occidente franato, alle crepe di un’idea di potere sguaiata e terremotata. Genna utilizza uno stile alto, iperbolico, visionario, complesso, confermandosi tra gli scrittori più coraggiosi e dotati oggi presenti in Italia. Il libro è uscito da poco e se vi fidate di un book blogger di vecchia data imbattetevi nel dolore di queste pagine che riguarda tutti da vicino.

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...