Io, l’editoria italiana e la Beat Generation: vintage review

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Io, l’editoria italiana e la Beat Generation

William Burroughs, La macchina morbida (Adelphi, 2003)

Degno di interesse è il lavoro che la casa editrice Adelphi sta portando avanti attorno l’enigmatico e atipico scrittore americano William Burroughs. Dopo la ripubblicazione di Pasto Nudo, con la buona traduzione di Franca Cavagnoli, assistiamo alla ristampa della Macchina Morbida (Adelphi, pp. 221, euro 15,00, traduzione di Katia Bagnoli), seconda tappa della tetralogia burroughsiana che comprende,inoltre, Il biglietto che è esploso e Nova Express. Tutti i testi di Burroughs uscirono in Italia, a partire dagli anni Sessanta, grazie all’interessamento di una delle case editrici che più ha osato nella storia dell’editoria italiana, la SugarCo. Dopo il fallimento di questa casa editrice, quindi, l’Adelphi ha l’indubbio merito di riportare alla luce gli scritti di Burroughs, altrimenti introvabili. Parlare dei contenuti della Macchina Morbida è assai arduo, ma non impossibile(diciamo che parla di droga, sesso anale, scambio di corpi, di strade che si perdono all’orizzonte). In questo testo la suddivisione in capitoli ha una minima funzione tipografica, quasi volta a scandire il magma della materia disordinata che dentro vi aleggia, senza che serva a ricostruire i momenti di una visione onirica scandagliata in tutte le sue pieghe. La pagina tende sempre più a sopravanzare il tutto, ad affermarsi isolata rispetto al contesto, a scindersi in atomi, pulviscoli e immagini. La pagina serve solo a produrre quella confusione di sensi, di valori metaforici e semantici, a dare vita ad una neutralità irrazionale della ricerca che possa valere come contraltare emotivo alla soffocante razionalità dei codici linguistici e morali della civiltà tecnologica. In questo testo la realtà appare senza corpo, la realtà diviene irrilevante anonimato. Tuttavia questa irrazionalità senza senso, circolarmente chiusa su di sé, caratterizzata da un delirio di iterazioni, rimandi, brutalmente automatica, rivela sempre un’angoscia dominante. Il senso del reale è caratterizzato da una immensa paura, da un terrore biologico e primitivo, minacciato dalla sua stessa forza, dalla violenza con cui si scatena sulla pagina, dall’afasia a cui pare condannato a causa del suo manifestarsi tramite convulsioni e balbettii linguistici ed espressivi. Burroughs cerca di rendere, quindi, l’immagine di una cospirazione ai danni dell’intera umanità, di un intrigo da giallo, di un mondo in cui vi è una guerra sistematica tra le forze della distruzione e polizia della ragione. Burroughs è autore profetico, già negli anni Cinquanta e Sessanta si opponeva al peso lancinante del potere tecnologico che avrebbe risucchiato le menti migliori, scagliando letali virus nella loro stessa parola. A tutto questo Burroughs si oppone generando una letteratura incomprensibile, fortemente illeggibile, una letteratura che si avvicina al silenzio, unica maniera per continuare a pensare con la propria testa e per non farsi infettare dal ‘Sistema’.

Barry Miles, Il Beat Hotel (Guanda, 2007)

Il Beat Hotel non esiste più. Ora al numero 9 di rue Git-le-Coeur di Parigi è situato lo sciccoso Relais-Hotel du Vieux Paris. Il Beat Hotel di chic aveva ben poco. Era gestito da un’anziana signora, Madame Rachou, ed era famoso per la presenza di topi che sgattaiolavano da un corridoio all’altro. Il piccolo albergo parigino assunse questo nome dopo l’arrivo, nel 1957, di Gregory Corso, Allen Ginsberg e Peter Orlovsky. In quel periodo Ginsberg aveva da poco dato alle stampe “Urlo”, con il seguente ritiro del libro dal mercato, accusato di oscenità, e il processo, che lo vide vincente, seguito dallo stesso autore da Parigi. Kerouac, che fu l’unico grande esponente della Beat Generation, a non mettere piede in rue Git-le-Coeur, viveva, dopo anni di rifiuti editoriali, gli effetti del successo di critica e pubblico di “Sulla strada”, uscito il 5 settembre dello stesso anno. Barry Miles, in Il Beat Hotel, libro da poco pubblicato da Guanda, ricostruisce gli anni parigini della Beat Generation, e lo fa attraverso un libro che, più che soffermarsi sulla forza letteraria di quel pugno di scrittori che diede un forte scossone alla cultura del Novecento, evidenzia curiosità e aneddoti. Burroughs arrivò al Beat Hotel nel 1958, poco dopo Ginsberg abbandonò l’albergo e il suo posto di “confidente” dell’uomo invisibile venne preso dall’artista Brion Gysin. Burroughs e Gysin furono gli ultimi ad abbandonare l’albergo, quando questo chiuse agli inizi del 1963. Parlavo di aneddoti, in precedenza. I beat, nei loro anni parigini, vollero incontrare grandi esponenti della cultura francese e molti li incontrarono, da Michaux a Céline, da Breton a Duchamp. E fu proprio durante una di queste feste a base di alcol e droga che Corso, pensando di compiere un atto estremamente dadaista, tagliò la cravatta di un esterrefatto Duchamp. Gli anni parigini, però, furono importanti soprattutto dal punto di vista creativo. Al Beat Hotel Allen Ginsberg scrisse le sue poesie più famose, escluso “Urlo”, Corso compose “Bomb” e “The Happy Birthday of Death”, Brion Gysin inventò la teoria del cut-up, ovvero la letteratura nata dal taglio di altra letteratura, William Burroughs terminò “Pasto nudo” e la trilogia “La morbida macchina”, “Il biglietto che è esploso” e “Nova Express” , lì furono ideati e organizzati, grazie anche alla perizia tecnica di Ian Sommerville, i primi spettacoli di luci e proiezioni corporee multimediali, gli antesignani degli spettacoli rock con luci psichedeliche, lì fu costruita la Dreamachine, la macchina dei sogni che creava allucinazioni visive, lì venne girato, regia di Antony Balch, il film sperimentale inglese “The Cut-Ups”. Tutto ciò contaminato con un uso assiduo di droghe, le più varie, tutte volte a far emergere zone nascoste della coscienza. Si può dire, senza ombra di dubbio, che gran parte della controcultura americana, che avrebbe dato vita da lì a poco al movimento hippy, prese forma all’interno del losco hotel gestito da un’ignara Madam Rachou.

William Burroughs, Rock’n’roll virus (Coniglio 2008)

Diciamolo subito. “Rock’n’roll virus”, edito di recente da Coniglio, raccolta delle conversazioni di William Burroughs con David Bowie, Patti Smith, Blondie e i Devo, è un libro malriuscito, sotto molti punti di vista. Chi si occupa di libri sa che il primo elemento di contatto tra l’oggetto cartaceo ed il possibile acquirente è rappresentato dalla copertina. Ecco. Se facessimo un concorso della peggiore copertina pubblicata nella storia dell’editoria italiana degli ultimi vent’anni, il libro di William Burroughs avrebbe pochi rivali. Quindi è un libro che disturba sin da subito. Poi disturba anche il fatto che il testo in questione è una sorta di abstract di un volume molto più corposo, edito negli Stati Uniti nel 2000 da Semiotext(e), dal titolo “Burroughs Live: The Collected Interview of Wiliam S. Burroughs, 1960-1997″. L’impressione è che ci troviamo dinanzi ad un’operazione editoriale debole, in cui la voglia da parte di una piccola e combattiva casa editrice di possedere nel proprio catalogo un titolo di uno dei più grandi scrittori del ‘900 determina una sorta di lassismo nelle scelte dei materiali da rendere a tutti fruibili. Nelle conversazioni pochi sono gli spunti interessanti. Burroughs è sempre stato un tipo poco loquace e la forma intervista non è il mezzo migliore per ottenere da lui perle di saggezza o quant’altro. Il volume, curato da Matteo Boscarol, si apre e si chiude con due interviste fatte a Burroughs, la prima da Robert Palmer, la seconda da Antonio Veneziani. Per chi nono conoscesse l’universo visionario dell’autore di Pasto nudo, consiglio di leggere il ricco apparato di note del libro.

Allen e Louis Ginsberg, Affari di famiglia (Archinto, 2007)

Un documento importante, una modalità differente per entrare nel mondo di Allen Ginsberg, uno dei più grandi poeti del Novecento, attraverso la lettura della corposa corrispondenza con il padre Louis, anch’egli poeta. Trecento pagine di lettere tra i due, scritte tra il 1957 e il 1965, ora pubblicate da Archinto, con il titolo di Affari di famiglia. Anni fondamentali questi per Ginsberg e per l’intera Beat Generation. Tangeri, Venezia, Roma, Parigi, poi il ritorno, poi la nuova partenza, San Francisco, Argentina, Cile, Bolivia, Perù, Marocco, Israele, India e ancora Cuba, Cecoslovacchia, Unione Sovietica. Anni di viaggi senza mai smettere di tenere informato il padre sul suo stato di salute, ma non solo. Uno scambio fitto con alcune costanti che emergono: la famiglia, la poesia, la situazione politica. Il girovagare di Ginsberg inizia nel marzo del 1957, periodo fondamentale per i Beat, perché, a pochi mesi dall’uscita di “Urlo e altre poesie”, primo libro di Ginsberg, questo viene sequestrato per oscenità e il processo successivo, seguito da Ginsberg da Parigi, non fa che aumentare il successo di vendite del libro e la crescita di fama di Ginsberg e dei suoi sodali. Nel settembre sempre del 1957 Kerouac pubblica, dopo anni di peripezie e rifiuti editoriali, “Sulla strada”, nel 1958 Corso pubblica “Benzina” e di lì a poco Burroughs avrebbe dato alle stampe il fondamentale “Pasto nudo”. La crescita di fama di Ginsberg è uno dei temi fondamentali della corrispondenza con il padre Louis, il quale considera ottima la poesia del figlio, con qualche riserva per la prosa di Kerouac (totale la sua stroncatura a “I sotterranei”) e per alcune idee dell’intero movimento: “Quelli della Beat Generation sono ribelli a causa di un mondo disordinato ma senza Causa; tutto per loro è completamente sbagliato; essi soli nella loro speciosa umiltà e religiosità arrogante sono nel giusto; vanno agli estremi e buttano via il bambino con l’acqua sporca”. Louis Ginsberg è uno scrittore che vede con perplessità le sperimentazioni di molta poesia a lui contemporanea, ma si è sempre dimostrato aperto all’ascolto: “È vero che i nostri metodi di scrivere versi possono essere differenti, ma entrambi aspiriamo all’idea centrale di una maggiore consapevolezza, un’intuizione più profonda e un più ricco godimento del fenomeno stupefacente della vita”. Se l’affetto tra i due non è mai stato messo in discussione, se, nonostante gli accesi scambi epistolari, le differenti visioni sul ruolo e sui modi di far poesia riescono a rinvenire un punto di consonanza, è la politica il vero terreno sul quale padre e figlio non troveranno mai un accordo. Un approccio totalmente diverso sulla rivoluzione cubana, sullo stato d’Israele, sull’evolversi della guerra fredda e sulla guerra in Vietnam, saranno alla base di accese accuse, dirette, pungenti, impetuose. Scrive Louis: “Scrivi ancora lettere e non cartoline perché ho una gran voglia di sapere tutto su quello che fai e che pensi, anche se, almeno in politica, siamo d’accordo di non essere d’accordo”. Ginsberg è un pacifista, di lì a poco diverrà il padre spirituale dei figli dei fiori e punto di riferimento del movimento hippy, la non violenza sarà uno dei valori che perseguirà sino alla morte. Il pragmatismo del padre e il suo anticomunismo sempre manifestato a spada tratto saranno terreno minato di inconciliabili discussioni. “Affari di famiglia” è un piccolo gioiello per tutti i cultori della Beat Generation.

Janine Pommy Vega, Sulle tracce del serpente (Nutrimenti, 2007)

Quella della Beat Generation è una storia tutta declinata al maschile. Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs, il nucleo storico conosciutosi a New York nel 1944, a cui si aggiunse, nel 1950, Gregory Corso, sono gli scrittori cardine del beat pensiero, ai quali, negli anni, si sono aggiunti altri esponenti di grande carisma,Ferlinghetti, McClure, Snyder, e l’elenco potrebbe continuare. Il primo testo di una scrittrice donna della Beat Generation da me letto è stato un pezzo di Diane Di Prima apparso in un’antologia curata da Fernanda Pivano. In realtà era una pagina di diario della Di Prima, nella quale descriveva una notte di sesso passata con Kerouac e Ginsberg. Quest’alone di “maschilismo” attorno al movimento beat è maggiormente acuito in Italia dal fatto che poco o nulla è stato tradotto della stessa Di Prima, di Anne Waldman e di Janine Pommy Vega, che considero le tre voci femminili di maggior spessore della Beat Generation. A parziale rettifica di questa lacuna, è uscito da poco in Italia “Sulle tracce del serpente”, edito da Nutrimenti, una sorta di cronaca di alcuni viaggi compiuti da Janine Pommy Vega nel corso degli anni. A partire dall’incontro, negli anni ’60, col pittore e futuro marito Fernando Vega, col quale vivrà tra Israele, Parigi e Ibiza, prima della sua improvvisa e prematura scomparsa. Dopo la morte di Vega, la scrittrice continuerà a viaggiare da sola, prima in Europa, poi in Amazzonia, in Perù e in Nepal. A scandire questo taccuino di viaggio gli elementi topici di molta letteratura beat: consumo di droghe, sesso e spiritualità. Al macinare chilometri alla ricerca di nuovi spazi da ammirare, nei quali, tra montagne, boschi, fiumi, la natura domina incontrastata, si accosta parallelamente il personale viaggio interiore, l’intima storia di purificazione che scandisce la quotidianità di una poetessa ferita dalla vita, ma mai vinta, sempre sul punto di rilanciare, anche dopo le perdite più strazianti. Ottima idea scelta da parte di Nutrimenti di tradurre questo libro, uscito in America nel 1997, pubblicato dalla City Lights Books, la storica casa editrice di Lawrence Ferlinghetti. Sarebbe necessario continuare questo lavoro di pubblicazione in Italia della Pommy Vega, soprattutto dei suoi libri di versi, così come necessario sarebbe pubblicare la poesia di Diane Di Prima, Anne Waldman (tutte ancora viventi) e di altri beat minori. Del resto neanche tutta l’opera di Gregory Corso è stata tradotta da noi. Si rischia di avere una percezione mutilata di un movimento letterario complesso e stratificato, per idee, stili e contenuti come quello della Beat Generation.

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