Rossano Astremo, L’esercito delle marionette stanche (riscrittura scenica di “I trofei della città di Guisnes” di Antonio Verri)

verri
Rossano Astremo
L’esercito delle marionette stanche
ovvero il giorno in cui caddero in frantumi i trofei della putrida città di Guisnes
(prima stesura)


tratto dal romanzo di Antonio Verri, “I trofei della città di Guisnes”, Il Laboratorio, Parabita, 1988

Lo spettacolo ha inizio con l’immagine di Stefan che pronuncia parole (l’inizio del romanzo semplificato) su uno sfondo urbano (la metropoli verriana fatta di metallo stridente, catrame eiaculante, microchip che vibrano – sulla scena l’inquieta immagine di un computer che emette vocalizzi, suoni disarmonici, tenendo a mente la passione di Verri, negli ultimi anni della sua vita, per il silenzio di John Cage). Stefan tiene al guinzaglio il suo monarca (l’immagine è la stessa di quella della soldatessa americana che ha al guinzaglio il nudo ostaggio irakeno?!). Il monarca è il simbolo del potere e l’intellettuale Stefan, alter ego di Verri, cerca di combattere con la sua parola il potere (concetto da sviluppare).

STEFAN: C’è un castello di cotone, una cattedrale di riso, un vascello di marinai che amano il mutamento e non altro, delle case di mercanti che hanno il soffitto giallo canarino, delle rane fulminate in una palude, altoparlanti qua e là che trasmettono le voci senza fine degli annegati, piupi e frottole per ogni dove, delle scritterosse che inneggiano a dei padri che tutti aspettano, dei tao sospesi a mezz’aria, intontiti…come è facile, o mio monarca, mio sbellicato genietto, perdersi, svuotarsi cedere alla lusinga…
C’è un castello di cotone e una cattedrale di riso, ma il mondo è così vasto, è così incredibilmente rosso e poroso, è un così gran testo, un prodigio, una così rara voliera…

Stefan si muove su un lato della scena (dopo aver legato il guinzaglio del monarca attorno un palo che puzza di ruggine), dove sarà allestito il recinto contenente le rane (il coro di voci stridule, incapaci ad emettere significati, rinchiuse nell’acerbo guscio dei suoni primordiali). Stefan apre il recinto, i suoni elettronici si interrompono, il coro compare al centro della scena, emette il suo canto, accompagnato dal rumore dei pezzi metallici suonati da un attore. Il coro rientra nel suo recinto. Stefan impaurito chiude il recinto. Cala il silenzio. Stefan ritorna ad impossessarsi del guinzaglio. Il monarca, nudo, è lì, per terra, senza espressione (interessante lavorare sull’azione corporea che coinvolge Stefan e il monarca).

STEFAN: Si muovono così, o mio monarca, ondulati e piatti come razze, soavi come studentelli, a corpo molle, senza conoscere il limite della loro voce: mio re, non c’è ancora tra loro il disperato cappone né l’oca collorosso né cavalli sgò né spiritati grifoni, solo rogna e audacia lavannina: ogni sette giorni, mio re, e per tempo immenso, forme colosse, ecco, bombi a bocca e marzeline e sussurri e sbellicata foga.
Loro, o mio monarca, vivono distratti e molli e numerosi, pure non so dirti nulla della resa del loro gonfio corpo, o se sono di loro gradimento gli intervalli carnosi, gli inverni con troppo impaccio, o l’arco rosa denso che li rende morti al mondo, collassati, effimeri, scudieri del tutto evanescenti.
…Vi ho mentito, sire mio, lo faccio spesso, sono proprio loro i primi trofei della morta città di Guisnes, molli perché aumentati di volume, in piena sofferenza, non si sa se trofei d’acqua, certamente votati all’utopia.

I suoni elettronici ricominciano a rimbombare nello spazio, Stefan ha gli occhi che fissano per terra. L’immobilità del suo corpo è presto interrotta. Sferra un calcio al volto del monarca. Il monarca è steso per terra, Stefan corre nuovamente ad aprire il recinto del coro di rane. Nuova intrusione sulla scena del coro, nuova follia fatta parola, nuovo brusio aritmico che spacca i timpani. Stefan si muove attorno a loro, li scruta, li fissa (se sarà Semeraro ad interpretare la parte di Stefan –io nella mia scrittura penso a Semeraro, perché Stefan deve essere un Adone – si può anche pensare a Stefan che gira attorno al coro con il suo monociclo [dare azione al tutto]), poi li respinge, li rinchiude, si lascia tutto alle spalle, il clangore vocale/sonoro ritorna silenzio. Stefan si sposta dalla parte opposta della scena comincia a bere con voracità una bottiglia di whisky e a battere sulla sua olivettina rossa (macchina da scrivere), mentre la scena comincia a cambiare. La pesantezza scenica della città viene sostituita dalla leggerezza fiabesca di una natura che esplode di colore (il tutto verrà reso da panelli di cartone dipinti da Bardamù e altri artisti – anche pittori in scena, il tutto deve dare l’idea di un mondo possibile in fieri – , la scena deve cambiarsi in una breve manciata di secondi), Stefan scompare dietro la nuova scena, lasciando spazio alle sue ossessioni alcoliche/oniriche. Campeggia ora sulla scena una tavola imbandita con pane e vino. Attorno questa tavola presenti ed immobili personaggi, che, con lentezza, si mostreranno al pubblico. Il primo a staccarsi dal gruppo lo gnomo blu.

GNOMO BLU (il monologo dello gnomo blu è recitato nel singhiozzante fraseggio instabile dettata da una risata incontenibile): Io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra. Io stento ad afferrare questo mondo e percorro strade innervate dal disordine, mentre sibilando il vociare delle bestie, faccio ordine al fango che dentro si agita. Io mi disperdo in questo mondo e mi soffermo cinico sulle venature di tutti i colori, benedicendo con le mie mani lucide di peccato ogni minima scheggia dell’amore. Io mi rendo immobile. Ossessionato dal paradiso in terra, mi ribello con tutto il fiato che risplende nei due polmoni a questo cielo che non sopporta il mio canto e mi ritrovo schiacciato come foglia morta nel soffio di un libro dato alle fiamme. Io…io sono il folle del bosco, ho il lessico in ebollizione, rido e rido sino alle lacrime, sino a star male, prima che il mondo mi cada addosso, frugando nelle pieghe della terra.


Si spengono le luci, nella scena il corpo dello Gnomo Blu scompare, lasciando spazio alla presenza di Jo e Gott, (Verri amava il plagio munifico, il sottoscritto ama la continua presenza di sottotesti con i quali interagire, quindi Jo e Gott sono i nostri Vladimir ed Estragon di beckettiana memoria).

JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
GOTT: Anch’io.
JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.
GOTT: Dopo, dopo.


JO: Io amo vestire di cioccolato (dopo la battuta risata sonora).
GOTT: Io amo lo sciogliersi sul mio corpo di caldo burro (lacrime di Gott a riempire lo spazio).


JO: Di questo bosco amo lo splendore dei colori che brillano (il loro dialogo si svolge a velocità sostenuta).
GOTT: Io l’assenza di auto che uccidono.
JO: Io la presenza di animali che strisciano.
GOTT: Sì, sì… animali che strisciano, serpenti dalle squame putride che eiaculano, lumache dal guscio torbido che si accoppiano, vermi di ogni specie su foglie verdi bagnate da una rugiada che esplode…sì, sì, animali che strisciano…animali che strisciano…


JO: Non sembra anche a te di stare esagerando con tutto questo entusiasmo?
GOTT: Puah! (sputa per terra). È che a volte non ci capisco più niente…


JO: Di questo bosco amo i colori che screziano la moltitudine.
GOTT: Io amo il colore dell’acqua riflessa da un cielo inchinato ad un eterno pianto.
JO: Io amo il colore del sesso della mia donna quando si apre al mio piacere.
GOTT: Io amo il colore della merda degli uccelli posata su questi indumenti.


JO: Sono contento di rivederti. Credevo fossi partito per sempre.
GOTT: Anch’io.
JO: Che si può fare per festeggiare questa riunione? Vieni qui che ti abbraccio.
GOTT: Dopo, dopo.

È la volta ora di Nim, dolce prostituta, disperato trofeo della città di Guisnes. Pensando alla sua presenza sulla scena mi vengono in mente alcune donne perfettamente tratteggiate da novelle e commedie pirandelliane. Imbellettata con addosso abiti sgargianti e trucco sbavato e accentuato, Nim, nel suo essere grottesco, ti rende cupo, proietta su di te un’angoscia che aliena.

NIM: L’abitudine è uno squalo. È necessaria una torre da far finire in cielo. Almeno lì sui monti dove vive il vaniglione, almeno lì dove le cavità luccicano come muschio luminoso. Non nelle felci. Non nelle canne di palude. Forse nelle ore che sanno dare forma. Forse nella luce.
Sì, la luce. Come mi piacerebbe vivere nella luce, oltre la luce, o forse in un luogo silenziosissimo, forse nel luogo dell’assenza, forse nel luogo dove le parole non contano. Forse nel luogo dove cresce il libro d’oro. Forse dov’è molto ben diffuso il segreto del caprifico.

Nim abbassa la testa, l’attenzione della scena si sposta sulla tavola imbandita, sono presenti quattro personaggi, in preda al delirio del vino. I quattro personaggi sono Riccardo l’eremita, proiezione onirica di Stefan, Fuso, Tanfo e Spina (breve precisazione: nel romanzo Riccardo è colui il quale parla a Stefan di Pico, figura misteriosa che mai appare nel testo, un Godot postmoderno che divine per Verri ossessione testuale sulla quale lavorare linguisticamente). Inserisco Riccardo nel dialogo dell’osteria del bosco, perché ritengo che possa essere interpretato come uno degli alter ego di Stefan. I quattro battono ritmicamente i loro bicchieri sulla tavola.

FUSO: Io sono in cerca di fessura (infila il labbro nel bicchiere, mentre Tanfo e Spina continuano a battere).
RICCARDO: Fuso, non temere. Questo è il vino, non temere, non temere di niente, questo è il vino, e se non è il vino è il labro pulitore; questo, stai certo, è il labro della rossa livrea che vive nel fondo del bicchiere, che dal fondo del bicchiere preme, non temere di niente, stai tranquillo.
FUSO: (nuovamente, uscendo il labbro dal bicchiere) Io sono in cerca di fessura.
RICCARDO: Fuso, quanto colpi di ciglia ho dato nei primi giorni, non puoi credere, non arriverai mai a credere. E mi ballavano gli oggetti in camera, Gli oggetti col viso di burla dalla porta accanto. E io colpi di ciglia, solo colpi di ciglia, non pensavo a zoccolate o martellate, macché, pensavo che a colpi di ciglia ce l’avrei fatta, l’avrei spuntata sull’ esasperata lentezza della crepa. Tocca anche a me, Fuso, tocca anche a me l’ampia fessura, la vertigine! (Riccardo infila il suo labbro nel bicchiere, come Fuso. Lo seguono Tanfo e Spina. La scena prosegue con loro quattro che battono ritmicamente le loro labbra sulla tavola).
RICCARDO: Fuso, il terribile labro è nel fondo del bicchiere: e se lanciassimo i dadi?
FUSO: (Fuso esce il labbro dal bicchiere mentre Tanfo e Spina continuano a battere ritmicamente) Certe mattine mi sveglio ed ho il naso come il becco ad arco di un uccello… Io aspetto Arturo.
RICCARDO: Non chiedo molto, dammi solo una verità, alcune parole per costruire qualcosa prima che arrivi…Il canto di una rana risana una balena e in fondo al mar una sirena. Addio taverniere (Riccardo si alza e dà le spalle ai tre). Aspetta Arturo, se vuoi, io cerco Pico. [Riccardo cessa la sua azione sulla scena pronunciando il nome di Pico (unica volta sulla scena) che nel romanzo è ricorrenza ossessiva, è iterazione pregnante, la ricerca di Pico è irrisolta e anche Riccardo è un trofeo della città di Guisnes sconfitto, la cui ricerca si risolve in vanità. Riccardo crola sulla scena].

Ricompare in scena Nim

NIM: Tutto dall’alto, tutto dall’alto, tutto, proprio tutto. Chissà, chissà. Tento il cielo o son caduta dal cielo? Però sento che l’aria può reggermi tutta, senza essere divorata dall’aria…tutto è finalmente libero davanti a me, tutto consentito, tutto dall’alto, tutto dall’alto, finalmente in volo…
Ma è solo una fiaba, tutto è sempre solo una sciocca inutile fiaba!


Nuovo dialogo tra Jo e Gott (dopo il nichilismo(?!) presente nel loro primo dialogo, Jo e Gott sembrano essere impazziti, sembrano aver varcato la soglia della normalità ed essersi impossessati del demone della follia. Il loro secondo dialogo è puro non sense).

GOTT: Cosa c’è: c’è un trascorrere oggi, lisca non perla, non perline pum pum, da parte nostra non è concesso, ed è lui che concede follar gap, pum pum pum, premio d’urgenza.
JO: Cosa c’è…ma scusa Gott, mi hanno dato per puro caso un a forma eretta, complessione, muito obrigado, un pasticcio, Gott, perdona, abiti quando io sto bene con la mia nudità, oh sembra un bluff azzurrino, non tener conto, ti prego, della polvere che sugli occhi tiene il mio silenzio, continuano i fuochi, scusa Gott, per puro caso, follar glutt, premio d’abbondanza.
GOTT: Mercì, corbò, cachette, fricandò, ci hanno detto un paradiso forse in terra raggiungibile, dicono il pane di casa era venuto a noia, non sapeva di nulla, e forse serviva credersi in dolce luce faletta.
JO: O scrivitori sodrati, bianchini, a turno vi scoverò, lynx lynx, predatore di rango, jatterpade, lupo cerviero, nella notte a pintare, a divorare, ma quante volte divorato si trascina nei viali alla busca: siate se potete brutti cigna, trascinapoppe e lengua, non pensate ad altro, mi scioglierei in queste belle bolle di berillo…Splende su loro, dilatato, l’odeon, stasera.
L’attenzione si sposta sulla figura dello Gnomo Blu, il cui intervento chiuderà la spazio onirico di Stefan, facendo crollare la surrealtà del luogo incantato creato dall’azione scenica (gestuale, segnica) dei pittori.

GNOMO BLU: Tutto si apre, sprofonda nel lutto della vita, le ferite della terra non fioriscono rigogliose,
rinchiuse tra radici putride e madide di sangue, allargano i vicoli mostruosi di questa città spicciola e deforme. Il barocco ci ha rinchiuso il cervello dentro una scatola di pustole e arguzie).Il cuore, chiuso nel cellophane del non detto, batte aritmico, punzecchiato con ferocia dalle spine brillanti di un prato raso al suolo, tutto si blocca, viviamo nel senza respiro, sospesi tra il cemento e un cielo sotto sequestro, siamo simulacri di noi stessi, con i nostri cazzi eretti, le nostre fiche espanse, fissiamo con questi occhi frammenti di carne, appesi ad una corda incandescente, nell’abbraccio cancerogeno di sintetiche visioni. Il barocco ci ha inculato senza sosta, ora lecchiamo pietre morbide, nell’arcuata posizione di un’esistenza in apnea.

Crollano le strutture sceniche create dai pittori, crolla il mondo fiabesco di Stefan. Ci si avvicina al fase finale del dramma. Stefan, il monarca e l’esercito inviperito delle rane. Il monarca è sanguinante in un angolo. Stefan è piegato sulla sua olivettina. I suoni elettronici ossessiona lo spazio scenico. Deve respirarsi l’ansia della fine del tutto, l’angoscia di una crollo imminente. Non sono più torri a crollare, non sono più binari ad esplodere ma è l’uomo a cedere. Non è pessimismo che si vuole comunicare. È dare dimostrazione creativamente dell’autenticità del reale. Il monarca viene sconfitto, ma ciò non basta, non può bastare. La vita si presenta in tutta la sua snervante stortura.

STEFAN: Non molto tempo fa Guisnes era come un vasto teatro, una grossa voliera, era come una donna dagli occhi neri, lucenti. In quel tempo Guisnes viveva solo delle sue minutissime storie, del respiro delle sue narrazioni, dell’oggetto dei suoi racconti; una grazie sbrindellata, un rossore, una promessa, anche un disamore, la riempivano completamente. Piena, matura, al culmine, sempre al culmine delle sue cose. Adesso è come vuota questa città, adesso sono le ore, lente, che sovrastano le forme, adesso è come se forma non ci fosse mai stata. Adesso tutto preme, tutto dilata, perde piega, adesso il vuoto…La olivettina ha completamente riempito questa mia stanza.

Stefan cessa il suo dire, il coro delle rane esce dal recinto, inizia lo scollamento, la rottura del recinto (il recinto che non contiene le sue rane, il testo che si avvicina alla logica verriana del “declaro”, il tutto che si apre). Le rane riempiono lo spazio scenico, nella loro follia fanno da eco all’ultimo sospiro di Stefan, “la olivettina ha completamente riempito questa mia stanza”, ma il suono proveniente dal coro è assordante, sfibrante, e il momento del collasso scenico si avvicina. Le rane ritornano nel recinto che non sembra più poterle contenere.
STEFAN: Non serve ogni mattina spalancare le porte all’ansia. Forse mi rimetterò a compitare. Pensate, un amplissimo declaro che assorbe, altera, regola le giocosità e le tante esuberanze, che contiene meraviglia e segreti e succose distorsioni; con rane ben selezionate cosa non arriverebbe a contenere. Io e la mia olivettina approdiamo con sempre maggiore frequenza in luoghi appartati, senza memoria, in luoghi senza odori e senza grida, dove però il vuoto, assediato dalle ore, è costretto alla forma, dove brillano come trofei le negligenze solitarie…Sono arrivato ad imporre il mio silenzio.

Le rande distruggono il loro recinto, urlanti invadono lo spazio scenico, cantando la loro monodia del silenzio. “Sono arrivato ad imporre il mio silenzio”. Ciò che rimane in un’esistenza, dove il potere /il monarca vacilla claudicante in un angolo sporco di sangue, è la forza della parola, il dare senso allo scorrere dei giorni, alla vanità del tutto, tramite la relazione con la scrittura . Lo spettacolo si chiude con la monodia del silenzio delle rane, mentre Stefan volteggia e tenta il cielo.

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