Mario Fortunato, Lou Reed in ascensore (tratto da “Quelli che ami non muoiono”, Bompiani-2008)

reed
Mario Fortunato
Lou Reed in ascensore
tratto da “Quelli che ami non muoiono” (Bompiani, 2008)

Nel maggio del 1996, Lou Reed non era in cima ai miei pensieri. Amavo alcune sue canzoni – quelle più vecchie, Venus in Furs, Walk on the Wild Side, Heroin, eseguite insieme ai Velvet Underground – ma non potevo dirmi un suo fan (concetto che, con l’eccezione di Matt Dillon, mi è sempre rimasto alieno).
L’espresso, allora diretto da Claudio Rinaldi, mi aveva concesso un periodo sabbatico, e io me ne ero scappato a New York, per l’ultima revisione di un romanzo che sarebbe uscito qualche mese dopo. Grazie alla Einaudi, andai ad alloggiare in un piccolo appartamento nel West Village, che la casa editrice usava talvolta come foresteria. Era al sedicesimo piano in Christopher Street, proprio sopra il famoso Stonewall, locale dove scoppiò la prima e mitica rivolta dei gay newyorkesi contro le angherie dei poliziotti – evento che in seguito, e forse anche giustamente, ha dato luogo alle più diverse leggende e che comunque è all’origine dell’attuale Gay Pride, celebrato più o meno in tutto il mondo in modi ormai più o meno commerciali. Il fatto di abitare proprio lì fece dire a un amico artista che un giorno quell’indirizzo sarebbe venuto buono per la mia biografia.
L’appartamento era minuscolo: un luminoso living con due grandi finestre che inquadravano in lontananza le Torri Gemelle come due giraffe ignare e ariose, una stanza da letto che grosso modo coincideva col mio giaciglio, una cucina-armadio, il bagno. In fondo, la dimensione perfetta per chi si sente tutto proiettato all’esterno, verso il mondo sconosciuto e fantastico che si annida oltre la porta di casa. Dimensione perfetta anche per chi non vuole perdere troppo tempo nei lavori domestici, essendo a corto di adeguata assistenza.
Facevo una vita piuttosto disordinata, devo ammettere. Non di rado il giorno cominciava a sera e finiva in piena mattina. Mi divertivo come ci si diverte fin verso i quaranta: bevendo, ballando, fumando e molti altri gerundi. In seguito tutto diventa prevedibile e, a una cert’ora, nulla è più interessante che andare a dormire (almeno fin verso i cinquanta, poi le cose cambiano nuovamente…) Ma allora ero in piena eccitazione metropolitana: e credo che New York insieme a Londra siano le due capitali che hanno sempre esercitato (almeno dagli anni Sessanta in poi) uno speciale fascino energetico per chi è giovane. Quando rientravo a casa al mattino, non di rado rintronato e magari in compagnia, mi capitava abbastanza spesso di incrociare in ascensore un ometto un po’ raggrinzito con occhiali scuri, che mi sembrava famigliare benché non lo conoscessi. Era un signore di mezza età, sempre con i giornali sotto al braccio e il cane al guinzaglio. Fresco e dignitoso, aveva tutta l’aria di rincasare dopo una piacevole prima colazione consumata in un caffè. Io scendevo a un piano più basso del suo.
I palazzi newyorkesi hanno talvolta nell’androne di ingresso una specie di quadro con il nome degli abitanti, seguito dal rispettivo numero di appartamento e relativo piano. Un giorno che non uscivo di corsa, chiamato da chissà quale appuntamento irrinunciabile, mi presi la briga di controllare quei nomi uno per uno. Così avvenne il disvelamento: il signore compito e schivo che incontravo in ascensore era Lou Reed, un po’ invecchiato, molto più basso di quanto avrei potuto immaginare, ma proprio lui: il cantante torbido e maledetto, sessualmente borderline, amico di Andy Warhol e anzi generato dalla sua celebre Factory, che la mia generazione, perduta fra utopie artistiche e sogni lisergici, aveva idolatrato (non esagero).
Il caso volle che, proprio in quel momento di illuminazione, lui sbucasse a passo sostenuto dall’ascensore, salutando cortese. Ricordo che rimasi così a bocca aperta da rivolgermi al portiere di turno, dicendo come in un film di Woody Allen: “Ma quello è Lou Reed. Lou Reed, il cantante. Non ci posso credere. Ehi, è appena passato Lou Reed”. Il portiere mi guardò con l’espressione interrogativa. Ripetei: “Lou Reed”. Lui, che di solito era sorridente e pacioso, disse vitreo: “Sì, Mr Lou Reed”. Aveva una faccia che sembrava aggiungere: “E allora?” Io non potei trattenermi: “Ma è un cantante molto bravo, famoso…” Il portiere non mi lasciò concludere, commentò: “Sarà famoso in Italia. Qui no”. Per quel che mi riguardava non era la prima ma questa fu di sicuro una delle più cocenti prove che New York non è – come indulgiamo a dire noi europei – un pezzetto del Vecchio Continente imprestato all’America. No. È solo geograficamente più vicina, il che ha favorito l’approdo migratorio di tanti nostri antenati. Però l’Oceano Atlantico rimane sempre lì in mezzo, grazie al cielo.
I giorni seguenti furono tutto un susseguirsi di viaggi in ascensore. Andavo su e giù, nella speranza di incontrarlo. Chiunque venisse a trovarmi era immediatamente messo sull’avviso: “Sai chi abita due piani sopra di me? Non ci crederai: Lou Reed” – e il portiere aveva proprio ragione: gli italiani reagivano più o meno come me (“Càspita! E lo incontri? Vi parlate? Perché non me lo presenti?”) mentre gli americani non reagivano affatto.
Inutile dire che, dal momento in cui lo avevo finalmente riconosciuto, Lou Reed sparì dalla circolazione. In ascensore non si vedeva, e neppure nei pressi del palazzo. Niente. Cercavo di ricordare gli orari in cui lo avevo incontrato: quasi sempre di prima mattina. Sì, ma che ora era di preciso? Mi dicevo: forse è un abitudinario, dovrei ricostruire l’ora esatta dell’ultima volta e appostarmi come un detective. Intanto corteggiavo i vari portieri che si avvicendavano, ma soprattutto quello del turno mattutino: non potevo fare domande dirette, per non violare apertamente la privacy, tuttavia provavo con vani espedienti di fare sì che le tipiche chiacchiere sul bello o il cattivo tempo deviassero sull’argomento che più mi stava a cuore.
Ancora niente. Lou Reed non si vide per un bel pezzo. Cominciai a fare supposizioni su tournée e concerti in giro per il mondo. Gli amici italiani iniziarono a dubitare (ma il nome scritto nell’androne del palazzo faceva fede). Gli americani non dubitarono perché si dubita solo di ciò che prima ci aveva in qualche modo interessato.
Passò del tempo. Non saprei dire quanto. In quei giorni, vedevo di tanto in tanto Bill Weaver, il traduttore americano di Primo Levi e Italo Calvino, che abitava a pochi passi da me. Con lui, il suo amico, Nakajima Kazuo, uno degli uomini più impenetrabili che abbia mai conosciuto. A casa loro, una sera a cena, conobbi un simpatico ragazzo afroamericano, mi pare si chiamasse Franklin, con cui feci amicizia. Era un cantante d’opera, tenore se non sbaglio. A lui raccontai di Lou Reed, e credo sia stato l’unico americano che mi abbia dato soddisfazione, usando esclamazioni di grande stupore e apprezzamento. Lui mi incoraggiò, nel caso in cui avessi incontrato di nuovo il mio idolo, a rivolgergli la parola, a dirgli che lo conoscevo e apprezzavo la sua musica. Di sicuro, gli avrebbe fatto piacere. Quando accadde, rimasi invece paralizzato dall’imbarazzo. Come non bastasse, quel giorno, il cantante passeggiava proprio sotto casa col solito cane e con un’altra faccia ben nota: quella di Laurie Anderson.
All’epoca non sapevo che i due fossero sentimentalmente legati da lungo tempo, così fantasticai sulle magnifiche e progressive sorti della musica contemporanea, in seguito alla loro collaborazione artistica appena sbocciata sotto i miei occhi adoranti. Il fatto buffo è che, a ripensarci adesso, i due dovevano apparire come niente di più che una allegra coppia di pensionati, che portava il cane ai giardinetti. Ma a quel punto mi ero trasformato in un fan, cioè in un essere del tutto irragionevole.
Lou Reed e Laurie Anderson li vidi a spasso fra Christopher e Bleecker Street, o all’incrocio con la Sesta Avenue, o ancora in ascensore, moltissime altre volte, in quel periodo. Malgrado le esortazioni di Franklin, rimasi sempre muto e imbarazzato, limitandomi a un cenno di saluto così discreto da risultare, temo, come un tic nervoso, o uno strano mugugno. Non di rado, ho potuto orgogliosamente indicarli agli amici italiani (deliziati) e agli americani (al massimo, condiscendenti). Le uniche cose che potrei dire di loro era che leggevano molti giornali e amavano i cani. Amavano anche gli occhiali scuri.
Non avrei più ripensato a quei giorni se non fosse accaduto che dieci anni dopo, passando una mattina presto per piazza Santa Maria in Trastevere (vale a dire, il luogo a me più famigliare di tutta Roma), in uno di quei luminosi momenti in cui non ci sono turisti né pellegrini né le abituali torme che affliggono il luogo, vidi seduto al caffè un ometto un po’ raggrinzito che prendeva il suo cappuccino, guardandosi beatamente intorno. Mi diedi il tempo di entrare nella farmacia che apriva in quel momento, scambiando due chiacchiere con la dottoressa al banco e chiedendole se non riconosceva anche lei, in quel tipetto solitario seduto in piazza, una delle rockstar più celebri al mondo (eccetto, come si è visto, che nel suo Paese). Era proprio lui, il cantante di Venus in Furs e Heroin. La farmacista non stava nella pelle per l’eccitazione. Pagai e uscii sulla piazza. Tranne Lou Reed, non c’era nessuno. Solo l’edicolante all’angolo. Nessuno intorno alla fontana, nessuno che passasse.
Ripensai ai giorni newyorkesi in cui Lou Reed era diventato involontariamente una presenza abituale e benevola della mia permanenza in città. Ripensai a tutte le cose che allora avevo progettato e che poi, per un motivo o per l’altro, non ero riuscito a fare, prima di tornare in Italia: andare all’ultimo piano delle Twin Towers che fissavo, ogni giorno al mio risveglio, dalle due finestre del living; finire la revisione del romanzo a cui stavo lavorando; trovare l’anima gemella. Ripensai anche a Franklin (o come si chiamava), alla sua risata sonora e alle esortazioni a presentarmi al famoso cantante. Così lo feci adesso.
Nel 2006, dieci anni dopo, ho seguito il suo consiglio. Mi sono avvicinato al tavolo dove Lou Reed era seduto e mi sono presentato. Lui è stato gentile, benché sulle sue: chissà quanti scocciatori deve avere incontrato. Quando però gli ho brevemente raccontato la storia dei nostri incontri in ascensore – del palazzo in Christopher Street e del portiere che non sapeva chi era, del mio minuscolo appartamento con davanti le Torri Gemelle che non avrei mai visitato e degli amici italiani che si eccitavano a vederlo, mentre quelli americani non capivano perché fossi io a eccitarmi – lui si è rilassato. Dietro ai soliti occhiali scuri, ha riso di gusto, invitandomi a sedere con lui per bere qualcosa insieme. Finalmente.

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