Harold Brodkey, Questo buio feroce (Fandango, 2013)

Harold Brodkey
Su “Questo buio feroce” (Fandango, 2013) di Harold Brodkey
Quanto pulsa la storia di una morte?

Rossano Astremo

Cosa cerco davvero tra le pagine di un libro? Quali sono i messaggi che faccio miei quando navigo nel mare delle pagine di un testo? Come sono cambiato, io, lettore, con il trascorrere dei lustri? Cosa sono adesso, io, lettore? C’è stato un tempo in cui leggevo molto per lavoro, libri e libri di giovani autori italiani, esordi, poesie, racconti, romanzi. Ero un lettore mestierante, onnivoro per necessità, compilavo cartelle in cui con più o meno guizzi cercavo di rendere appetibili testi che, sovente, di appetibile avevano solo la celullosa, persino indigesta, con cui erano composti. Poi sono approdato altrove. La lettura ha continuato ad essere parte di me, ma per mangiare e pagare le bollette, per fortuna, facevo altro. Non più onnivoro, mi sono riappropriato del piacere della lettura, lo stesso piacere che era molla che mi spingeva ad afferrare testi negli anni della mia adolescenza. E, quindi, quando mi capitava di leggere libri con i quali sia per ragione di stile o di contenuto non entravo in sintonia, li accantonavo in un angolo della casa, senza essere assalito dal senso di colpa. Nel tempo presente continuo a fare questo. Continuo a leggere cercando storie belle. Sì, ma perché belle? Cos’è il bello per me applicato ad un testo scritto? Queste riflessioni, oziose probabilmente per molti di voi, sono venute a galla dopo la lettura di “Questo buio feroce” di Harold Brodkey, recentemente riproposto, come gli altri suoi libri, da Fandango. Il libro è una sorta di memoir, nel quale lo scrittore dello stupendo “Storie in un modo quasi classico”, racconta i suoi ultimi anni di vita, dopo aver scoperto di aver contratto l’Aids. Il sottotitolo, riproposto da Fandango, presente nell’edizione originale, è “Storia della mia morte”. Un sottotitolo che a ben ragione può spaventare un lettore in cerca di libri se non d’evasione di certo non sospettabili generatori d’angoscia. Eppure, l’inesorabile avvicinarsi del mostro chiamato morte, ed è quello che fa Brodkey in queste pagine, mi urlava in faccia ragioni che riguardavano il nostro essere gettati nel mondo. “Questo buio feroce” racconta il lento spegnersi del vigore fisico e intellettivo di un grande uomo, innegabile, ma è anche un libro che parla d’amore: amore per una donna, amore per gli amici di una vita, amore per quel demone impazzito chiamato scrittura, amore per la cultura tout court, amore per i viaggi che irradiano conoscenza. Più si assottiglia il tempo da vivere per Brodkey, più i suoi pensieri fatti scrittura si concentrano vorticosamente su ciò che esiste e che non potrà più esistere per lui al termine del tragitto. Sì, la storia della sua morte è stata per me aprire un dialogo con molti aspetti della mia esistenza che tenevo sopiti tra le trame della quotidianità. Allora, cosa cerco davvero tra le pagine di un libro? Forse il senso del mio essere ora, qui, davanti a questo computer, a scrivere ad un pubblico che ignoro quanto un libro possa ancora nutrirci e dare forza, anche se parla di quel buio feroce, che è forma a cui tutti aderiremo.

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